Torna il giallo delle armi chimiche mentre Mariupol prova a resistere
  • Il battaglione Azov accusa: «Sostanze tossiche lanciate dai droni». Washington conferma: «Informazioni credibili». Blitz dei Marines ucraini rompe l’assedio, ma i rapporti di forza non cambiano. Colpita la Caritas.
  • Presentata al Parlamento ucraino la proposta di una stretta alla legge marziale. Da 5 a 10 anni di carcere per tutti gli uomini che vivono all’estero e si negano alla patria.

Lo speciale contiene due articoli

Mariupol è in piena agonia, anche se tenta un’ultima, disperata difesa. Le forze russe spingono per prenderne il controllo totale e già hanno in mente di catturare, subito dopo, Popasna e lanciare l’offensiva in direzione di Kurakhove per raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk. La battaglia si combatte con ogni mezzo e la preoccupazione è che i russi possano fare ricorso alle armi chimiche. Anzi, secondo qualcuno, lo avrebbero già fatto.

La fonte della notizia è però il famigerato battaglione neonazista Azov: a dire dei suoi componenti, a Mariupol un drone avrebbe lanciato delle sostanze tossiche sui difensori della città. Tre persone avrebbero evidenziato «chiari segni di avvelenamento chimico» ma per nessuno di loro, a quanto risulta, ci sarebbero «gravi conseguenze» per la salute. Il timore per un possibile attacco con armi chimiche è stato espresso anche dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale Vladimir Putin vorrebbe aprire proprio con questa tipologia di armi «la nuova fase del terrore». Zelensky non ha però confermato il loro utilizzo a Mariupol da parte dei russi.

La questione era stata sollevata anche dal portavoce del Pentagono, John Kirby. «Non siamo in grado di confermare queste notizie ma il dipartimento della Difesa Usa continua a monitorare. Sono notizie che riflettono i timori che abbiamo da tempo», il parere di Kirby. Più diretto il segretario di Stato americano, Antony Blinken: «Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare lacrimogeni, o altri strumenti anti sommossa, mescolati ad agenti chimici».

Intanto sul campo, come si diceva, Mariupol tenta il tutto per tutto, anche se ormai l’80-90% del suo territorio, il cuore della città e la maggior parte dei quartieri, sono sotto stretto controllo dell’esercito russo. Pur in una situazione di netta prevalenza dei russi, un reparto di Marines ucraini della Brigata n. 36 (stando a fonti ucraine) avrebbe rotto l’assedio delle forze occupanti e sarebbe riuscito a connettersi con il reggimento Azov, a sua volta accerchiato nella zona del porto. Le ultime sacche della resistenza ucraina che proprio ieri hanno perso il possesso della zona portuale, conquistata dai russi, si concentrano nell’Azovstal – l’acciaieria più grande d’Europa che si trova proprio a ridosso del porto – e nella zona vicina allo stadio a meno di 300 metri dall’ospedale pediatrico numero 3, reso tristemente famoso dal bombardamento di metà marzo.

Le difficoltà che sta incontrando l’esercito russo a sopraffare i combattenti dell’acciaieria le ha raccontate Vittorio Rangeloni, trentenne italiano che da sette anni vive a Donetsk ed è al fronte a Mariupol. «L’acciaieria presenta una fitta rete di tunnel sotterranei di epoca sovietica costruiti per far fronte a eventuali attacchi con bombe atomiche che rendono difficile l’operazione russa».

Un altro evento ha funestato la città di Mariupol e, anche se la notizia si è avuta solo ora, è avvenuto intorno al 15 marzo. La sede della Caritas ucraina è stata distrutta e ci sono vittime. L’edificio è stato colpito da un carro armato russo, come confermato dalla presidente dell’organizzazione, Tetiana Stawnychy. In quel momento, c’erano persone che si nascondevano dai bombardamenti: sette di loro sono morte, due erano membri dello staff. Con la città sotto assedio, al di là di questi singoli fatti denunciati in cui c’è stata la conta dei morti, diventa difficile pronunciarsi sul numero complessivo delle vittime. «Al momento stiamo parlando di 20-22.000 morti a Mariupol», ha detto il governatore della regione di Donetsk, Pavlo Kyrylenko. Lo stesso numero è stato confermato dal sindaco.

Secondo Kyrylenko c’è poi un altro fattore che rende ancora più complesso il tentativo di fare dei calcoli. La Russia, a suo dire, starebbe utilizzando crematori mobili per smaltire i corpi. «Li stanno portando nel territorio non controllato dall’Ucraina e stanno distruggendo i corpi lì», ha affermato. Altre vittime potrebbero esserci invece in futuro per la presenza di mine. Secondo Zelensky «le truppe russe hanno lasciato mine ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle auto: hanno fatto di tutto per rendere il più pericoloso possibile il ritorno in queste aree, hanno fatto di tutto per uccidere o mutilare il maggior numero possibile della nostra gente». A Nord di Kiev sarebbero stati disseminati migliaia gli oggetti pericolosi, soprattutto mine e proiettili inesplosi.

Insomma, una lunga lista è stata stilata dagli ucraini su quanto commesso dai russi. Per quel che riguarda i crimini di guerra, a detta della procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, al momento sono oltre «5.800 i casi» di comportamenti da parte dei russi che rientrerebbero nella fattispecie. «Qui stiamo ancora riesumando cadaveri dalle fosse comuni per quelli che non sono solo crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità», sostiene Venediktova. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato che «se le prove ci diranno che Putin è responsabile di crimini di guerra, sarà perseguito per questo».

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