Secondo il giornale tedesco Bild tra il presidente Volodymyr Zelensky e il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny, sarebbe in corso uno scontro sulle decisioni da prendere su Bakhmut, la città del Donetsk dove da mesi infuriano sanguinose battaglie e dove si combatte per le strade, persino con le pale vista la penuria (da entrambe le parti) di munizioni e di armi. Per le alte sfere militari, la città sarebbe dunque persa e sarebbe strategico mettere in salvo più uomini possibili, da «preservare» in vista dell’annunciata controffensiva di primavera. Ma, non appena si è diffusa la notizia, Kiev ha smentito con una nota le indiscrezioni che raccontano che nelle scorse settimane Zaluzhny avrebbe consigliato «di ritirare delle truppe dalla città per ragioni tattiche».
Nel comunicato si legge: «Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha tenuto una riunione con il comando in capo supremo in cui è stata discussa in dettaglio la situazione a Bakhmut, durante la quale il comandante in capo delle forze armate ucraine Valery Zaluzhny e il comandante del gruppo di truppe operativo-strategico Khortytsia, Oleksandr Syrsky, si sono espressi a favore del proseguimento della difesa di Bakhmut».
A proposito del mancato rifornimento di munizioni ai mercenari della compagnia militare privata Wagner che sono schierati sul fronte di Bakhmut, ieri è tornato a parlare sul suo canale Telegram il proprietario della compagnia di mercenari Evgheny Prigozhin e ancora una volta ha attaccato frontalmente il ministero della Difesa russo, accusandolo di ignorare le sue richieste datate 22 febbraio 2023: «Potrebbe trattarsi di ordinaria burocrazia o di tradimento». Prigozhin ha poi reso noto che a un suo comandante non è stato consentito l’ingresso al comando militare russo dopo che aveva scritto al capo di stato maggiore Valery Gerasimov, suo nemico giurato al pari del ministro della Difesa Sergei Shoigu: «Abbiamo bisogno con urgenza munizioni».
Per il generale di corpo d’armata Maurizio Boni «la conquista di Bakhmut non cambierebbe le sorti del conflitto ma consentirebbe alle forze di Putin di colpire con le proprie artiglierie le città di Kramatorsk e Slovyansk, luoghi chiave della regione e, soprattutto, costringerebbe Kiev a continuare a impiegare risorse cospicue in quel settore del fronte per scongiurare ulteriori progressioni russe. La battaglia di Bakhmut sta attirando molte forze ucraine nella regione rendendo molto difficile, a Kiev, il mantenimento dell’iniziativa in altri settori del confronto. Alcuni analisti iniziano a evidenziare gli effetti che questa tattica di logoramento sta provocando sulla possibilità, da parte dei difensori, di passare con successo all’offensiva in primavera».
I russi non accennano a diminuire la presa sul Mediterraneo: una doppia coppia di navi è stata protagonista, nelle ultime ore, di manovre nello Ionio e nel Canale di Sicilia. E il collettivo di hacker filorusso «NoName057(16) ha cercato di attaccare alcuni siti istituzionali italiani (ministeri della Difesa, degli Esteri, del Lavoro, carabinieri, esercito, Csm, Tim) ma i sistemi di sicurezza cyber hanno retto.
Sul campo di battaglia, come detto, si combatte furiosamente e secondo Ukrainska Pravda nelle ultime 24 ore l’esercito di Kiev ha ucciso 18 membri del gruppo di sabotaggio e ricognizione delle forze armate russe «che si muovevano su barche a motore vicino a Kherson». Secondo il giornale ucraino, che cita un rapporto del comando operativo Sud, «sono stati distrutti anche tre sistemi missilistici antiaerei, due unità di equipaggiamento ingegneristico, due posti di osservazione e un deposito di munizioni». Mentre si combatte a tutto campo, il presidente russo Vladimir Putin stringe sempre di più il suo Paese all’Iran: ieri il servizio stampa del Cremlino, citato dall’agenzia Interfax, ha reso noto che il leader russo «ha avuto una conversazione telefonica con quello iraniano Ibrahim Raisi, con il quale ha condiviso un giudizio positivo sul livello e lo sviluppo delle relazioni bilaterali e discusso la realizzazione di progetti infrastrutturali congiunti».
A proposito di Iran, il portavoce dell’aeronautica ucraina, Yuriy Ignat, ha fatto sapere che le forze di Kiev, durante la notte tra domenica e lunedì, hanno abbattuto «13 droni kamikaze Shahed su un totale di 15 lanciati dalle forze russe sull’Ucraina». Nella giornata di ieri si è diffusa la notizia che l’oligarca ultraortodosso e conservatore russo Konstantin Malofeev, editore della rete tv Tsargrad, per cui lavorava la commentatrice ultranazionalista Darya Dugina (uccisa in un attentato lo scorso agosto), sarebbe stato vittima di un attentato che sarebbe stato sventato per tempo dai servizi di sicurezza dell’Fsb, il Servizio federale per la sicurezza.
Sul fronte della possibile fornitura di armi cinesi alla Russia, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, in una intervista alla Cnn, ha dichiarato che «ci sarebbero conseguenze», pur dicendosi «abbastanza ottimista sul fatto che Pechino si asterrà dal farlo». A questo proposito ha parlato il ministro della Difesa ucraino, Oleksi Reznikov: «Personalmente sono ancora ottimista sul fatto che non lo facciano». Pronta la replica del presidente cinese Xi Jinping che, durante la prima sessione della Conferenza consultiva politica del popolo, ha detto: «L’ambiente esterno per lo sviluppo della Cina è cambiato rapidamente: in particolare, i Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno rafforzato il contenimento e la repressione a tutto tondo della Cina, portando gravi sfide senza precedenti allo sviluppo del Paese».
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