- Sul dossier-Libia l’incontro tra Mario Draghi e Recep Tayyip Erdogan esaltato dai giornali ha portato a due effetti. Tripoli ci ha tagliato il 25% di gas e sarebbero in corso trattative per dare un nuovo e unico governo al Paese nordafricano. Non a Roma, ma sotto l’egida del sultano.
- Gli affari della missione ad Ankara. Obiettivo 25 miliardi con le armi. Dietro la pace, i contratti: l’esercito turco acquisterà il sistema missilistico Samp-T.
Lo speciale comprende due articoli.
A leggere i giornali ieri mattina, l’indomani dalla missione turca di Mario Draghi, ci saremmo aspettati un pronto ritorno dei bei tempi degli incontri romani. Quando gli esponenti delle milizie libiche prendevano l’aereo per trovarsi nella nostra capitale. Tempi ben lontani negli anni, perché le visite più recenti, quando i premier libici facevano addirittura stop a Ciampino rientrando da Bruxelles sono di tutt’altra natura. Erano gli anni di Giuseppe Conte e di Rocco Casalino e del tentativo di storpiare i protocolli diplomatici per cercare una vetrina tutta interna con il risultato di perdere politicamente l’ultima presa su Tripoli e Bengazi. Il tentativo di Conte di organizzare un incontro di Khalifa Haftar e di Fayez al-Serraj nell’arco della stessa giornata a gennaio del 2020 sortì l’effetto opposto. Irritazione su entrambe i fronti e passo di lato a favore di turchi e russi. Si deve a quegli eventi l’ulteriore smacco italiano. «In Libia decidono per noi Erdogan e Putin mentre all’Italia, grazie probabilmente a una mediazione del Cremlino, è stata lasciata una passerella diplomatica con il generale Haftar a Palazzo Chigi. Serraj, che obbedisce ormai solo a Erdogan, non si è fatto vedere», aveva commentato a caldo Alberto Negri, editorialista e già inviato speciale di esteri al Sole 24 Ore, esperto di Medio Oriente: «Erdogan e Putin sono favorevoli a una tregua in Libia e attraverso i loro alleati hanno di fatto in mano la sorte dei nostri interessi energetici libici mentre il leader turco ribadisce un diritto di sovranità sul gas che anche l’Italia estrae dalla piattaforma greca e cipriota. Gli interessi nazionali italiani così sono stati stati serviti in salsa turca ad Ankara dove Putin è andato a inaugurare il Turkish Stream». Parole purtroppo valide ancora oggi a distanza di oltre due anni. Tant’è che l’esito della missione di Draghi non è stato esattamente quello decantato dai nostri media. A conferma due fatti non casuali. Il primo è l’annuncio di ieri mattina veicolato dal Libya Herald e non smentito da Tripoli di un taglio delle forniture di gas verso l’Italia di un 25%. In assoluto non è un enorme problema. Al momento i flussi attraverso il Greenstream non valgono più del 3% del nostro fabbisogno. È però un dato politico forte, che lascia intendere l’impossibilità, almeno per il momento, di ottenerne di più. C’è inoltre un secondo dato. Il quale dimostra che da quattro anni a questa parte ogni svolta nel Mediterraneo finisce sempre per portare ad Ankara. Fonti riportate da Agenzia Nova raccontano di incontri incorso in Turchia. L’obiettivo sarebbe risolvere la situazione di stallo politico attuale, a seguito dell’ondata di manifestazioni a cui hanno assistito diverse cittàdel Paese nordafricano. Durante i colloqui verrebbero avanzate diverse richieste alla controparte turca. Tra queste, far cadere i governi guidati da Abdulhamid Dabaiba e Fathi Bashagha e formare un nuovo esecutivo da porre sotto la guida di una figura politica consensuale, lontana da qualsiasi divergenza interna. Secondo quanto riferito dalla fonte, poi, un membro del Consiglio presidenziale, Abdullah al Lafi, starebbe provando a porsi egli stesso alla guida di un nuovo governo, dopo aver tenuto consultazioni con diverse parti per trovare sostegno alla sua iniziativa. Tuttavia, quest’ultima ha incontrato l’opposizione di un altro membro del Consiglio presidenziale, Mossa al Kuni. Da febbraio 2022 – è bene ricordare – è in corso un braccio di ferro tra due coalizioni rivali: da una parte il governo di unità nazionale (Gun) del premier ad interim Dabaiba con sede a Tripoli, riconosciuto al livello internazionale ma sfiduciato dal Parlamento; dall’altra il governo di stabilità nazionale (Gsn) designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk e guidato da Bashagha, appoggiato a sua volta dal generale Khalifa Haftar.
L’esecutivo del premier uscente controlla la capitale Tripoli e diverse zone della Tripolitania. Il Gsn sostenuto dal Parlamento dell’Est e dal Haftar controlla i pozzi petroliferi situati in Cirenaica e nel Fezzan. Avere in mente la mappa dell’energia aiuta a capire quanto è importante il ruolo di Recepp Erdogan. Gli accordi siglati ieri con il nostro governo sono sicuramente un riavvicinamento ma il pallino è sempre in mano ad Ankara. La spiegazione non è difficile: la zona d’influenza turca è letteralmente un’area dove i militari di Erdogan sono presenti. La nostra presenza è virtuale. Ben gestita dalla nostra intelligence ma non presidiata dai nostri militari nè, soprattutto dai nostri imprenditori. Manca l’appoggio della politica. Così probabilmente Erdogan ci verrà incontro limitando un po’ i flussi di migranti. Ma non dimentichiamo che i rubinetti restano in mano sua. Potrà stringere o riaprire a suo piacimento. E questa non è una vera e propria svolta.
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