• Il ministro per gli Affari europei avvisa Bruxelles dal Parlamento: «Il governo sta scrivendo una nuova storia, per un’Europa diversa e più equa». Poi affonda sullo spread: «Il nostro sistema è forte, gli attacchi speculativi dipendono dall’architettura dell’Unione».
  • Il guinzaglio del Fondo salva Stati è l’altro fronte aperto in Europa. L’Italia si oppone alla riforma dell’Esm che priva i Paesi dell’autonomia finanziaria.

Lo speciale contiene due articoli

Lo spostamento di Paolo Savona dal ministero dell’Economia a quello degli Affari europei doveva servire a depotenziare la carica «eversiva» di un professore, prima ancora che di un uomo politico, da sempre critico nei confronti del trattato di Maastricht e della moneta unica. Ma la giornata di ieri ha dato prova che Savona non è affatto intenzionato a giocare un ruolo marginale. E che, al contrario, vuole impiegare il suo mandato per avviare una radicale riforma dell’eurozona, molto diversa da quella per cui sta premendo il presidente francese Emmanuel Macron (ennesima dimostrazione di quanto gli interessi della Francia e quelli dell’Italia divergano praticamente su tutto).

Savona era atteso ieri all’incontro di Confindustria, nel quartiere romano dell’Eur, per la presentazione del Rapporto annuale del Centro studi, ma nelle stesse ore doveva essere in Parlamento, al seguito del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che riferiva in Aula alla vigilia del Consiglio Ue di Bruxelles. «Anche se può apparire enfatico, il governo sta scrivendo una nuova storia, conducendo una battaglia civile», ha scandito davanti ai deputati Savona, «non opera quindi per la cronaca, questa può anche esserci avversa ma sarà costretta a riflettere sulle iniziative che stiamo intraprendendo per conciliare l’architettura istituzionale dell’Unione europea con la politica che riteniamo necessaria per un’Europa diversa, più forte e più equa, un obiettivo del programma di governo». Un obiettivo ambizioso e in netta controtendenza con le politiche di acquiescenza del recente passato, da perseguire con orgogliosa autodeterminazione: «Dobbiamo però districarci dal contingente delle proposte in discussione nelle sedi comunitarie per integrarle con la nostra visione del futuro, sulla quale il Parlamento verrà interpellato per raccogliere le sue valutazioni e il suo indirizzo», conclude Savona.

Il ministro ha comunque voluto recapitare un messaggio al convegno degli industriali, un testo dal quale traspaiono le sue idee per cambiare l’Europa. Innanzitutto, Savona ha contestato l’infondatezza della speranza che «il mercato comune operante entro i vincoli fiscali posti al livello del deficit e del debito pubblico» e «una politica monetaria autonoma» potessero consentire «il superamento della non ottimalità dell’area monetaria» dell’euro. In parole povere, era assurdo credere che i parametri di Maastricht e una Banca centrale europea così congegnata fossero sufficienti a rendere razionale l’applicazione di una stessa valuta a economie con fondamentali tra loro così diversi. Il ministro, però, ha rincarato la dose, lamentando il fatto che «i proponenti di questa linea politica» non abbiano tratto «le dovute conseguenze» dai fallimenti di quelle loro ottimistiche «attese». Un atto d’accusa nei confronti dei sedicenti esperti che oggi «rifuggono dal dovere di suggerire le soluzioni avanzando argomenti speciosi, paure e minacce di crisi incombenti». Insomma, i terroristi psicologici che, talora citando dati completamente falsi, hanno reso la discussione sulla possibile fine dell’euro un vero e proprio tabù.

Per i difetti costitutivi dell’«architettura istituzionale» europea, Savona suggerisce anzitutto il rimedio di uno statuto della Bce «adeguato negli obiettivi e negli strumenti assegnati a quelli di cui dispongono le principali banche centrali», a cominciare dalla Federal Reserve americana. Un tema che deve stare molto a cuore al ministro, il quale ha battuto questo tasto anche nel suo intervento alla Camera dei deputati. Lì, l’ex allievo del premio Nobel per l’economia Franco Modigliani ha puntato il dito contro i «gravi attacchi speculativi sul nostro debito pubblico», che non dipenderebbero, a suo avviso, dalla debolezza del nostro sistema (al contrario, Savona ha fatto notare come al debito italiano corrispondano «un ingente patrimonio pubblico e privato, una propensione al risparmio delle famiglie comparativamente elevata rispetto all’Europa e una solida economia»), bensì esattamente dalle «gravi lacune dell’architettura europea». Tra le quali spicca, appunto, la circostanza per cui la Bce «non dispone degli strumenti consueti per una banca centrale». L’istituto di Francoforte, nonostante l’«ottimo lavoro» svolto dal Quantitative Easing di Mario Draghi, non è in grado di svolgere quella funzione di garanzia sulla sostenibilità dei debiti pubblici che le altre banche centrali assolvono regolarmente.

Alla riforma della Bce, si legge nel messaggio di Savona a Confindustria, andrebbe poi affiancata «una politica della domanda centrata su investimenti atti a colmare i divari di crescita reale interni e verso l’esterno», ossia quegli squilibri che rendono l’eurozona particolarmente vulnerabile alle speculazioni finanziarie. Verrebbe da pensare al progetto di un bilancio comune europeo, sul quale Macron ha cercato di scucire un impegno sia pur vago da parte della cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia, Savona in Aula ha bocciato decisamente «gli strumenti alternativi finora proposti per ovviare all’assenza di un prestatore di ultima istanza». Dunque, come ha scritto agli industriali riuniti a Roma, «né un’unione bancaria europea che si fondi sull’abbassamento del rischio bancario valutato meccanicamente su cinque parametri, né l’offerta di creare una Fondo monetario europeo che intervenga imponendo condizionalità per garantire le riforme» sono in grado di offrire una panacea, in mancanza di una politica economica che torni a stimolare la domanda, anziché puntare all’ammortizzazione della globalizzazione ribassista mediante la spoliazione dei salari e la «cinesizzazione» del mercato del lavoro.

Tesi, quelle di Savona, che pur demolendo le fondamenta delle istituzioni europee per come le conosciamo oggi, certamente non ambiscono a sgretolare l’Unione, ma, all’opposto, a renderla più solida.

Alessandro Rico

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