Putin stringe con Haftar e Al Serraj. La crisi libica si risolve al Cremlino
  • L’accordo per cessare le ostilità, nonostante le ultime rivendicazioni del leader della Cirenaica, è vicinissimo Mosca ha usato Ankara come sponda e acquisito la leadership nell’area. All’Ue non resta che ratificare i patti.
  • Nel giorno in cui la crisi libica è giunta a una svolta in Russia, il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio erano rispettivamente in Turchia e Tunisia. L’avvocato del popolo per una foto ricordo con Erdogan, il capo del M5s per «coinvolgere tutti, anche Algeria e Marocco».

Lo speciale contiene due articoli

È ormai sempre più chiara la centralità della Russia nel complicatissimo dossier libico. A testimoniare questo stato di cose è il fatto stesso che ieri Fayez al Serraj e Khalifa Haftar si siano recati a Mosca per siglare un accordo. È vero che la firma dell’intesa alla fine è saltata. Ma attenzione: non si tratta – per il momento – di un naufragio totale. Come ha dichiarato infatti il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, sarebbe stato il generale della Cirenaica a chiedere qualche ora in più per esaminare la questione. Il diplomatico del Cremlino ha inoltre voluto sottolineare come vi siano stati buoni progressi nei negoziati. Il ruolo cardine di Mosca nella vicenda libica continua quindi a rivelarsi fuori discussione. Non solo – a livello generale – il presidente russo Vladimir Putin ha condotto gran parte della mediazione, riuscendo, almeno per ora, a frenare l’escalation militare sul campo. Ma, più nello specifico, i punti dell’intesa che i due contendenti libici dovrebbero sottoscrivere sembrano favorire – non poco – proprio la Russia.

Secondo quanto riportato ieri da Al Arabiya, l’accordo prevedrebbe – tra le altre cose – che la Turchia blocchi l’invio delle proprie truppe sul territorio libico e che il cessate il fuoco venga sottoposto alla supervisione della Russia e delle Nazioni Unite. Ne conseguono alcuni risvolti interessanti. In primo luogo, si va delineando sempre di più il fatto che sul dossier libico sia Mosca, e non Ankara, a dettare realmente la linea. Da un lato Putin pare poter spingere Recep Tayyip Erdogan a riconsiderare il dispiegamento di soldati turchi in loco, dall’altro non bisogna trascurare che – a livello geopolitico – Russia e Turchia hanno avviato un processo di profondo avvicinamento almeno dal 2017. Il rapporto si è del resto progressivamente cementato in più di un’occasione. Innanzitutto Mosca ha venduto ad Ankara il sistema missilistico S-400, iniziando così lentamente a sganciare Erdogan dall’orbita della Nato. Inoltre non va trascurata la stretta cooperazione, avvenuta tra «Zar» e «Sultano» in autunno, sul complesso scacchiere siriano. Infine va rilevato che Ankara dipende – e non poco – da Mosca in termini energetici. Tutto questo fa dunque supporre che, nonostante siano ufficialmente schierate in Libia su fronti contrapposti, le due potenze puntino in realtà (sin dal principio) a una spartizione dell’area. In tale scenario è tuttavia il Cremlino a condurre le danze. Certo è pur vero che – secondo alcune fonti – i mercenari russi del Wagner Group si starebbero ritirando dal fronte meridionale di Tripoli. Ma è altrettanto indubbio che, nelle ultime settimane, l’influenza di Putin sulla regione sia significativamente aumentata grazie a costoro. E questo graduale ritiro potrebbe significare che il leader russo si sente ormai vicino a conseguire il risultato.

In secondo luogo, un altro aspetto da sottolineare è che la supervisione della tregua sarebbe affidata congiuntamente a Russia e Nazioni Unite. Uno scenario che, se rappresenta un colpo per il Palazzo di Vetro, costituisce invece un risultato di prim’ordine per il Cremlino, che assume nei fatti una posizione fondamentalmente paritetica rispetto all’Onu. Quello stesso Onu, per intenderci, che ha sempre puntato su Serraj e che adesso si ritrova a dover accettare Haftar come interlocutore, oltre all’ingombrante presenza dello stesso Putin. Una presenza che produrrà probabilmente i suoi effetti anche nella conferenza di Berlino sulla Libia che – secondo informazioni ufficiose diffuse dalla Germania – dovrebbe tenersi il prossimo 19 gennaio. Sotto questo aspetto, è probabile che il leader russo auspichi al più presto la formalizzazione dell’intesa tra Serraj ed Haftar, con l’obiettivo di mettere così in secondo piano il vertice tedesco: il consesso sarebbe sostanzialmente chiamato a ratificare accordi già stretti a Mosca.

La strategia libica di Putin, insomma, pare al momento funzionare. Estendere la propria influenza geopolitica su quel territorio consente infatti al presidente russo di consolidare ulteriormente un’ambizione: quella di diventare il nuovo punto di riferimento nello scacchiere mediorientale e in parte di quello nordafricano. Un ruolo che la stessa amministrazione di Donald Trump ha cominciato – sottotraccia – a riconoscergli già dai tempi della crisi siriana. Non sarà un caso, in quest’ottica, che la Casa Bianca appaia particolarmente «distratta» sul dossier libico. È vero che il presidente americano ha sentito telefonicamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel, nelle scorse ore sulla questione. Ma è altrettanto indubbio che Trump – attualmente alle prese con lo spinosissimo caso iraniano – non abbia troppa voglia di interessarsi a quello che considera poco più di un pantano, senza eccessivi significati strategici per gli States. Anzi, esattamente come sta accadendo per il Medio Oriente, è plausibile che Washington veda alla fin fine quasi di buon occhio l’iperattivismo libico di Putin: il peso politico e militare del Cremlino – secondo gli analisti degli Usa – sarebbe in grado di condurre alla stabilità regionale che le nazioni europee (Italia in testa) non sono state finora capaci di favorire. Combinando armi e diplomazia, il presidente russo sta quindi riuscendo a consolidare la propria influenza nell’area mediterranea e mediorientale. E adesso scommette tutto sulla possibilità risolvere il caos libico, scoppiato dopo l’intervento bellico del 2011.

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