Perquisita per 13 ore la casa di Biden: l’Fbi ha trovato altri documenti riservati
Il presidente Usa attaccato dal Gop, mentre i dem restano zitti Pure il fidato capo del suo staff lo molla: starebbe per dimettersi.

Sono nubi sempre più nere quelle che si stanno addensando sul futuro politico di Joe Biden. Venerdì sono, infatti, stati rinvenuti sei ulteriori documenti classificati nella sua abitazione privata di Wilmington (in Delaware). A darne notizia è stato sabato l’avvocato personale del presidente, Bob Bauer.

Il ritrovamento ha avuto luogo dopo che l’Fbi ha effettuato una perquisizione di circa 13 ore nella casa di Biden: una perquisizione che è stata supervisionata dal procuratore federale John Lausch. Ricordiamo che quest’ultimo aveva condotto, su richiesta del dipartimento di Giustizia, l’indagine preliminare sui documenti classificati trovati nei locali privati di Biden. E proprio Lausch aveva, infine, dato parere positivo relativamente alla nomina di un procuratore speciale da parte dello stesso dipartimento di Giustizia. È così che, lo scorso 12 gennaio, il procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, ha scelto Robert Hur per indagare sui documenti classificati del presidente. Quello stesso Hur che, proprio in questi giorni, sta prendendo le consegne da Lausch.

Secondo la timeline della Cbs, il ritrovamento di venerdì è il quinto finora avvenuto. Il primo, risalente al 2 novembre scorso, aveva avuto luogo in un ufficio di Washington appartenente al think tank Penn Biden center. Gli altri quattro, verificatisi a cavallo tra dicembre e gennaio, sono invece avvenuti all’interno della dimora di Wilmington.

È importante sottolineare che quello di venerdì è stato il primo ritrovamento che ha avuto luogo a seguito di una perquisizione condotta dagli agenti federali. È vero che, differentemente dal raid agostano in casa di Donald Trump, la perquisizione sarebbe avvenuta con il consenso dei legali di Biden. Resta però il fatto che, prima di venerdì, gli altri ritrovamenti erano stati effettuati proprio dagli avvocati dello stesso Biden. Avvocati che, forse, non avevano controllato proprio bene, visti i nuovi incartamenti spuntati nell’abitazione di Wilmington.

Il che pone una serie di domande. Non è che l’ufficio di Washington contiene ulteriore materiale classificato? E, soprattutto, chi ci dice che non ce ne sia anche nell’altra abitazione di Biden in Delaware, quella di Rehoboth Beach? Qui gli avvocati del presidente avevano detto di non aver rinvenuto alcunché. Tuttavia, dopo l’ultimo ritrovamento a Wilmington, è forse lecito dubitare delle loro affermazioni. Tra l’altro, sarà un caso, ma Biden ha passato proprio a Rehoboth Beach il fine settimana appena trascorso.

D’altronde, che la situazione si stesse mettendo male per lui si era capito martedì, quando la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, si era rifiutata di confermare o meno la possibilità di nuovi ritrovamenti. Una posizione ben diversa da quella che lei stessa aveva espresso la settimana precedente, quando aveva escluso ulteriori rinvenimenti, dichiarando che la «ricerca era conclusa». Insomma, la credibilità di Biden sta letteralmente tracollando. Anche perché, appena giovedì scorso, lui stesso – non senza sicumera – aveva detto di «non avere rimorsi» sulla gestione dei documenti classificati, aggiungendo: «Penso che scoprirete che non c’è niente lì». E invece alla fine qualcosa c’era.

E pensare che, a gennaio del 2021, l’attuale amministrazione americana aveva promesso di ripristinare la trasparenza. Peccato che finora si sia registrata solo opacità. La Casa Bianca non ha ancora dato una spiegazione soddisfacente del perché non abbia tempestivamente dato la notizia del primo ritrovamento di documenti il 2 novembre: circostanza che ha portato molti a ritenere che il segreto sia stato mantenuto per non danneggiare il Partito democratico in vista delle elezioni di midterm che si sarebbero svolte appena sei giorni dopo. Ricordiamo anche che, secondo il New York Times, nelle settimane successive a quel primo ritrovamento, si instaurò una «cooperazione silenziosa» tra la Casa Bianca e il dipartimento di Giustizia. È d’altronde un po’ strano che l’Fbi sia stato sguinzagliato così tardi. Così come è altrettanto strano che ci sia stata finora questa fiducia (un po’ cieca) negli avvocati del presidente.

E, attenzione. Non sono solo i repubblicani, che già evocano il Watergate, a essere sul piede di guerra. Sempre più esponenti dem stanno di fatto scaricando Biden (dal deputato Adam Schiff al senatore Tim Kaine), mentre il New York Times ha rivelato che il capo dello staff della Casa Bianca, Ron Klain, vorrebbe dimettersi a febbraio. Non è chiaro se il passo indietro sia legato allo scandalo dei documenti. Certo è che la tempistica pare un po’ sospetta. Sembra, infatti, che il diretto interessato abbia comunicato ai colleghi questa intenzione subito dopo le elezioni di midterm: elezioni che, come detto, si tennero sei giorni dopo il primo ritrovamento.

La questione è tanto più spinosa alla luce del fatto che Klain è uno storico collaboratore di Biden (fu il suo capo dello staff già ai tempi della vicepresidenza tra il 2009 e il 2011). E intanto l’annuncio di una ricandidatura sembra farsi sempre più a rischio per l’attuale presidente.

Infine, al di là delle opacità e delle contraddizioni della Casa Bianca, c’è un ultimo punto da sottolineare. I documenti che stanno emergendo sono molto vecchi: la maggior parte risale all’amministrazione Obama e alcuni addirittura a quando Biden era senatore (cioè a prima del 2009). Cosa ha spinto i legali del presidente a mettersi a cercarli solo a partire dalla fine dell’anno scorso (in un’operazione mantenuta in segretezza fino allo scoop della Cbs del 9 gennaio)?

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