- Colloqui separati dei funzionari americani ad Abu Dhabi con delegati di Mosca e Kiev. Volodymyr Zelensky: «Pronti ad andare avanti». Gelo del Cremlino sul piano modificato. Intanto Bruxelles prende un altro schiaffo: Marco Rubio nega il bilaterale chiesto da Kaja Kallas.
- Keir Starmer ed Emmanuel Macron come dischi rotti: «Serve una forza multinazionale sul campo».
Lo speciale contiene due articoli
Washington continua a tessere la sua tela diplomatica per cercare di risolvere la crisi ucraina. Ieri e l’altro ieri, ad Abu Dhabi, il segretario all’Esercito americano, Dan Driscoll, ha avuto dei colloqui separati con alcuni delegati russi e con il capo dell’intelligence militare di Kiev, Kyrylo Budanov. «Nella tarda serata di lunedì e per tutto il resto di martedì, il segretario Driscoll e il suo team hanno discusso con la delegazione russa per raggiungere una pace duratura in Ucraina», ha dichiarato il portavoce dello stesso Driscoll, Jeff Tolbert. «I colloqui stanno procedendo bene e restiamo ottimisti», ha aggiunto. Gli incontri di Abu Dhabi hanno fatto seguito al vertice tenutosi domenica a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il team negoziale ucraino: vertice da cui è emerso un piano di pace modificato rispetto a quello di 28 punti, che era stato originariamente preparato dalla Casa Bianca.
La nuova versione, di cui si conoscono ancora pochi dettagli, è stata ben accolta da Kiev, pur con qualche cautela: ieri, un funzionario ucraino ha riferito a Reuters che «l’Ucraina sostiene l’essenza del quadro dell’accordo di pace dopo i colloqui di Ginevra», mentre Volodymyr Zelensky, poco prima, aveva dichiarato: «Ci sono risultati concreti e molto lavoro c’è ancora da fare». Un certo ottimismo è trapelato anche da Washington. Un funzionario statunitense, sempre ieri, ha infatti affermato alla Cbs che «gli ucraini hanno accettato l’accordo di pace». «Ci sono alcuni dettagli minori da sistemare, ma hanno accettato un accordo di pace», ha poi precisato. Poco dopo, la Casa Bianca, pur sottolineando «enormi progressi», ha parlato dell’esistenza di «alcuni dettagli delicati, ma non insormontabili», che «richiederanno ulteriori colloqui tra Ucraina, Russia e Stati Uniti». «Penso che ci stiamo avvicinando molto a un accordo, lo scopriremo. Penso che stiamo facendo progressi», ha poi aggiunto, sempre ieri, Donald Trump in persona.
In tutto questo, il consigliere per la sicurezza nazionale ucraino, Rustem Umerov, ha concretamente aperto alla possibilità che Zelensky si rechi negli Stati Uniti per incontrare il presidente americano entro la fine del mese (forse già domani): ci si attende che i due leader discutano delle questioni più delicate che non sembrano attualmente essere state inserite nella nuova versione del piano di pace. Sono tre i temi su cui si registra ancora lontananza tra le parti: l’adesione di Kiev alla Nato, le dimensioni delle sue forze armate e il nodo delle concessioni territoriali. «Spero che la visita del presidente Zelensky avvenga il prima possibile, perché aiuterà il presidente Trump a proseguire la sua missione storica per porre fine a questa guerra», ha affermato ad Axios il capo di gabinetto del presidente ucraino, Andriy Yermak. Non si conoscono invece ancora le reazioni della Russia alla nuova proposta statunitense: fino a ieri sera, quando La Verità è andata in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato molti commenti ufficiali sulla questione: il New York Post aveva comunque riferito che il Cremlino sarebbe pronto a respingere la nuova versione del piano statunitense e che la guerra potrebbe durare almeno fino a Natale. È tuttavia abbastanza evidente che, con i colloqui di Abu Dhabi, Washington abbia cercato di trovare un compromesso tra le posizioni russe e quelle ucraine. Sembra inoltre che Viktor Orbán si recherà a Mosca il prossimo 28 novembre per incontrare Vladimir Putin: non è escludibile che i due leader parleranno, nell’occasione, del piano di pace statunitense.
Un aspetto sicuramente interessante risiede nella scelta del Paese che ha ospitato i colloqui di Driscoll con gli ucraini e i russi. Gli Emirati arabi uniti intrattengono buone relazioni tanto con Kiev quanto con Mosca. Ma la questione è ben più profonda. Trump sta infatti cercando di risolvere la crisi ucraina connettendola al dossier mediorientale. La Casa Bianca sa bene che Putin ha necessità di recuperare terreno in Siria e che sta, al contempo, cercando di ritagliarsi il ruolo di mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare. Lo zar vuole inoltre essere coinvolto nella ricostruzione di Gaza e, più in generale, nel rilancio degli Accordi di Abramo: Accordi a cui gli Emirati hanno già aderito nel 2020. Non solo. Nella stesura del piano di pace statunitense hanno giocato un ruolo di primo piano l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Trump, Jared Kushner: le due figure che tengono principalmente i rapporti della Casa Bianca con Israele e Arabia Saudita. Tra l’altro, entrambi, oltre allo stesso Driscoll, avevano accompagnato Rubio a Ginevra domenica scorsa. E così, mentre il Medio Oriente diventa sempre più centrale, Bruxelles è finita, ancora una volta, marginalizzata. Secondo Politico, Rubio avrebbe infatti rifiutato di accettare una richiesta di bilaterale da parte dell’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Kaja Kallas. È quindi evidente come l’amministrazione Trump consideri l’Unione europea un interlocutore secondario nella crisi ucraina. Guarda caso, non risulta che ad Abu Dhabi ci fossero funzionari dell’Ue.
Emerge infine il nodo cinese. Il presidente americano punta infatti a far leva su economia e commercio per cercare di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Non a caso, la bozza del piano di pace statunitense originario prevedeva un «accordo di cooperazione economica a lungo termine» tra Usa e Russia. Trump sa che Putin teme l’abbraccio soffocante con Xi Jinping. E vuole sfruttare questo fattore per cercare di arrivare a un accordo di pace in Ucraina.
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