La rete segreta tra Erdogan e Qatargate
Hakan Camuz e Necmeddin Bilal
  • Nelle carte di un’indagine bolognese le prove dei rapporti diretti tra il figlio del sultano e il turco Hakan Camuz, l’uomo che faceva pagamenti alla società di Antonio Panzeri e di Francesco Giorgi. Necmeddin Bilal ha vissuto in Italia tra il 2015 e il 2016. L’intreccio di relazioni con politici, giornalisti e industriali.
  • Dall’indagine emiliana i dettagli finanziari e bancari di Bilal: nessuna spesa pazza e qualche debito Ma dai tabulati emergono i rapporti coi big della politica, del giornalismo e dell’industria in madrepatria.

Lo speciale contiene due articoli

Abbiamo trovato la conferma del rapporto diretto tra la famiglia Erdogan e il consulente legale turco Hakan Camuz coinvolto nel Qatargate. Il collegamento emerge in modo incontrovertibile nelle carte di un’indagine della Procura di Bologna, visionato dalla Verità, in cui è rimasto invischiato, tra il 2015 e il 2016, Necmeddin Bilal, figlio del presidente turco Recep Tayyp Erdogan. Dopo la scoperta abbiamo provato a contattare Camuz, il quale, però, nonostante legga i nostri messaggi su Whatsapp, si ostina a non risponderci. Si è barricato dietro a un silenzio imbarazzato da inizio marzo quando il nostro giornale ha pubblicato le prime notizie che lo riguardavano. In particolare, avevamo raccontato del suo ruolo nell’inchiesta per riciclaggio della Procura di Milano: due società inglesi (Stoke white e The radiant trust) a lui riconducibili, tra il 2019 e il 2020, hanno versato 115.000 mila euro alla Equality consultancy, strettamente collegata al Gatto e alla Volpe dello scandalo belga, l’ex europarlamentare Pier Antonio Panzeri e al suo vecchio assistente Francesco Giorgi. La Equality, citata per la prima volta dalla Verità sul numero del 19 dicembre 2022, aveva anche incassato 200.000 euro da un’altra società, guarda caso turca, tra il 2018 e il 2019. Poi i flussi aveva cambiato direttrice e a Milano i soldi erano stati spediti da Londra.

A citare per la prima volta Hakan, classe 1971, era stato Giorgi, il quale ai magistrati belgi aveva raccontato che un uomo che lavorava con il ministero del Lavoro del Qatar, luogo da cui uscivano le mazzette, lo avrebbe messo in contatto in Turchia con una persona «di origine palestinese», il quale avrebbe consigliato all’ex assistente parlamentare di «rivolgersi ad Hakan e alla sua compagnia in Inghilterra».

Camuz tra il 22 e il 23 giugno 2022, sei mesi prima dello scoppio del Qatargate, era stato avvistato all’aeroporto di Linate durante una trasferta lampo. La pista turca è considerata molto interessante dagli investigatori italiani, visto che potrebbe aprire nuovi scenari nel Qatargate e inserire nel novero dei Paesi che andavano alla ricerca di un lifting reputazionale anche il «sultanato» di Ankara. Un’ipotesi non troppo peregrina se si considera, come vi abbiamo già raccontato, il rapporto diretto tra Camuz e la famiglia Erdogan.

Per esempio, nel 2014 un giornalista del network economico Cnbc, David L. Phillips, aveva scritto un articolo intitolato «Perché la Turchia sostiene i combattenti dello Stato islamico in Iraq», in cui accusava Bilal di aver fornito fondi a un’organizzazione umanitaria accusata di assistere l’Isis.

Immediatamente Camuz, in veste di rappresentante legale (non è chiaro se sia un avvocato), aveva dichiarato al Daily sabah che l’articolo aveva un movente politico e che tutto ciò che era stato scritto sul suo cliente era totalmente falso. E aveva annunciato querela.

A fine ottobre del 2015 gli inquirenti felsinei, guidati dal procuratore Giuseppe Amato, ricevono un esposto dalla Francia sui presunti traffici illeciti della famiglia Erdogan e sul trasferimento di fondi in Italia.

A denunciare il rampollo è Murat Hakan Uzan, un politico d’opposizione e imprenditore turco rifugiatosi a Parigi e di cui le autorità turche avevano chiesto l’arresto.

Il suo esposto è stato presentato ufficialmente presso la Questura di Bologna il 23 ottobre 2015.

Bilal era sbarcato a Bologna poche settimane prima, a fine settembre, ufficialmente per completare un dottorato di ricerca in relazioni internazionali presso la Johns Hopkins university (dove aveva già studiato a partire dal 2009, per poi prendersi una pausa nel 2012), ma secondo fonti antigovernative di Ankara alla base di quella trasferta italiana con moglie e figli al seguito c’era la volontà di sfuggire a un’indagine di corruzione iniziata nel 2013.

In più, nel giugno del 2015, il partito di suo padre aveva perso la maggioranza assoluta in Parlamento e ad agosto il genitore aveva sciolto la Grande assemblea nazionale indicendo nuove elezioni. In sostanza, si trattava di un periodo particolarmente turbolento per il clan Erdogan.

Per questo, secondo Uzan, Bilal si sarebbe portato dietro «una grossa somma di denaro» che sarebbe servita a un presunto «progetto di fuga»

Nei primi mesi del 2016 i carabinieri del Ros hanno acquisito i tabulati dell’utenza italiana di Bilal.

Su quei dati gli investigatori hanno effettuato un lavoro certosino, analizzando nel dettaglio il traffico telefonico del «345». Ebbene una pesca a strascico in cui è rimasto impigliato anche Camuz: tra novembre 2015 e febbraio 2016 (è questo il periodo esaminato) tra i due ci sono stati tre contatti diretti.

Il 27 novembre 2015 Bilal e Hakan si sentono alle 11:33 del mattino, mentre il 18 febbraio alle 16:49; due volte chiama il consulente londinese, una volta il figlio del presidente.

È utile evidenziare che il Nucleo di polizia economico-tributaria nella sua prima informativa alla Procura, consegnata il 15 dicembre del 2015, lasciava intendere che i primi accertamenti erano stati fatti in modo riservato e utilizzando per lo più fonti aperte. Dunque, se il 27 novembre Bilal e Hakan avessero parlato dell’inchiesta probabilmente lo avrebbero fatto in violazione del segreto istruttorio.

Infatti, le prime informazioni di dominio pubblico sul caso risalgono al 3 dicembre 2015, quando giornali e agenzie pubblicano la notizia dell’esposto, una rivelazione che aveva stupito per la tempestività l’avvocato di Uzan, il fiorentino Massimiliano Annetta.

La notizia dell’iscrizione sul registro degli indagati di Erdogan junior per riciclaggio è stata, invece, data dall’Ansa il 16 febbraio, ovvero due giorni prima dell’ultimo contatto tra i due, per come emerso dai tabulati.

Ma, come detto, non sappiamo se nelle chiamate precedenti al 18 febbraio Erdogan e Camuz abbiano disquisito dell’esposto.

Ricordiamo che nella causa il consulente londinese non compare in nessuna veste, dal momento che Erdogan junior è stato difeso dall’avvocato bolognese Giovanni Trombini. Il quale ci spiega: «Ricordo che in un’occasione c’è stata una riunione con il cliente, alcune guardie del corpo e un avvocato inglese». Gli mostriamo la foto di Camuz che il legale, però, non riconosce.

Di certo, su 85 milioni di turchi (senza contare quelli che vivono all’estero) non sono in molti a poter contattare sul numero di telefono personale il figlio del presidente. Senza contare che i tabulati di Bilal ci restituiscono un uomo che comunica quasi solamente con utenze turche e che non sembra avere (almeno sino a sei anni fa) una rete relazionale particolarmente estesa o di respiro internazionale.

In conclusione, quello degli Erdogan appare come un mondo piuttosto chiuso, una cerchia ristretta a cui Camuz sembra, però, avere libero accesso.

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