Italia e Gran Bretagna alleati per imbrigliare l’intelligenza artificiale
Giorgia Meloni e Rishi Sunak (Ansa)
Giorgia Meloni al summit inglese: Rishi Sunak lavora a un modello per imbrigliare l’Ia senza soffocarla. Dobbiamo puntare a un asse per cavalcare pure noi la rivoluzione cyber.

All’indomani della Brexit, il governo di Londra si è posto due grossi interrogativi. Il primo di natura commerciale e il secondo un quesito strategico rivolto alla City. Così ha avviato la rinegoziazione di alcuni accordi con Bruxelles, ma soprattutto ha stretto i rapporti con la Turchia e con l’Ucraina. Non sfugge a nessuno che il bilaterale con Kiev è arrivato con un anno di anticipo rispetto all’invasione russa, mentre le buone relazioni con Ankara servono ad avere una sponda a cavallo del Mediterraneo e del Medio Oriente. Più complesso colmare il vuoto della fuga dei colossi finanziari. I quali in parte hanno spostato le sedi legali in Europa, in parte negli Usa. Hong Kong ormai persa perché finita nella sfera del Partito comunista cinese. Impensabile portare la logistica o le piattaforme online a Londra. Sono ben piantate in Irlanda, isola che è giusto sull’asse dei cavi tra Ue e Usa.

Così non restava che puntare su una strategia ancora tutta da mettere in piedi. A partire dal 2018, in vista dell’uscita definitiva dall’Ue (gennaio 2020), il governo, le università e il comparto dell’intelligence hanno iniziato a preparare un piano decennale per rendere «la Gran Bretagna una superpotenza globale dell’intelligenza artificiale». In pratica, sostituire i servizi alla finanza con il mondo del cyber, dell’Ia e di tutto ciò (civile e militare) che a partire dal 2040 servirà a dominare la quarta dimensione, quella dello spazio cibernetico. Il primo investimento è stato di un miliardo. Ne sono seguiti altri con l’obiettivo di sviluppare il cosiddetto ecosistema, di supportare la transizione dal digitale all’intelligenza artificiale. E infine ulteriori fondi per vincere la gara della governance tecnologica. E inserirsi con forza nei due modelli di industria occidentale: quello americano, basato sullo schema del laissez faire (prima l’industria cresce senza regole e poi intervengo con i paletti, come sta facendo la Casa Bianca) e quello europeo della regolamentazione precedente agli investimenti. Inutile dire che lo schema di Bruxelles rischia di soffocare sul nascere chi ha l’idea e l’invenzione. A metà strada vuole porsi Londra con il modello «at minimum». Cioè poche regole, con il vantaggio di fissare uno standard internazionale riconosciuto sia dagli Usa sia dall’Ue. Il governo inglese punta inoltre sul fatto che, se Usa ed Europa vorranno fare fronte alla crescita cinese nel settore e alle mosse aggressive di Pechino che certo non bada alla democrazia, dovranno in qualche modo allearsi. Il solo terreno neutro è quello della Gran Bretagna. Per storia e tradizioni.

Così, la due giorni di summit, conclusa ieri, a cui oltre al ministro Adolfo Urso ha partecipato anche Giorgia Meloni, è stato il vero e proprio calcio d’inizio di tutta questa strategia. I prossimi mesi si muoveranno su due direttive: industria e regolamentazione. Nel primo caso, l’Italia vanta una posizione privilegiata all’interno dell’Europa. Per tramite di Leonardo, Roma collabora con Londra nei caccia di ultimissima generazione. Il colosso ha una buona fetta di fatturato proprio nell’isola e per anni il capo della divisione cyber è stato non a caso con passaporto Uk. I due Paesi hanno un link stretto e i buoni rapporti tra la Meloni e il premier Rishi Sunak non possono che far ingranare la quarta. Urso ha incontrato, nella due giorni in Regno Unito in occasione dell’Ai safety summit, i ministri dei Paesi G7 competenti in tema di industria e intelligenza artificiale. Spola con Gina Raimondo, segretario di Stato Usa per il commercio, George Freeman, ministro delegato alla Scienza e allo Spazio del Regno Unito, François-Philippe Champagne, ministro dell’innovazione del Canada; Komori Takuo, viceministro del Giappone, Nat Fick, responsabile cybersicurezza del dipartimento di Stato Usa. L’obiettivo è organizzare nell’ambito della presidenza italiana del G7 un grande appuntamento nel 2024, forse già a marzo a Torino.

Avere una posizione privilegiata nel G7 e al fianco dell’Inghilterra vorrebbe dire colmare il gap degli ultimi anni. Al tempo stesso partecipare al vaglio etico dell’Ia. «Le applicazioni dell’intelligenza artificiale possono portare grandi opportunità in molti campi ma anche enormi rischi. Meccanismi decisionali opachi, discriminazioni, intrusioni nella nostra vita privata, fino ad arrivare ad atti criminali, perché gli Llm (Large language model, ndr) potrebbero essere utilizzati per produrre armi, danni biologici a bassa tecnologia, attacchi informatici, facilitare la personalizzazione del phishing», ha detto la Meloni nel suo discorso, aggiungendo che «l’Ia aiuti e non sostituisca chi lavora, migliorandone invece condizioni e prospettive», ha concluso il premier, secondo cui «con lo sviluppo di un’intelligenza artificiale senza regole si rischia che sempre più persone non siano necessarie nel mercato del lavoro, con conseguenze pesantissime sull’equa distribuzione della ricchezza». Il modello inglese anche per questa tutela appare il migliore. Non troppo invasivo per l’industria ma abbastanza rigido per evitare spiacevoli conseguenze.

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