È salita ormai alle stelle la tensione tra Israele e Iran. Secondo varie fonti, il regime khomeinista sarebbe pronto a effettuare delle ritorsioni al raid israeliano su Damasco in cui era rimasto ucciso un alto esponente delle Guardie della rivoluzione islamica. Il New York Times ha riferito che Teheran ha messo le proprie truppe in stato di «massima allerta» e che «è stata presa la decisione che l’Iran deve rispondere direttamente all’attacco di Damasco per creare deterrenza». «L’attacco israeliano non rimarrà senza risposta. La vendetta dell’Iran è inevitabile e Teheran deciderà come e quando effettuare l’operazione di rappresaglia», ha inoltre tuonato il capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane, Mohammad Bagheri, per poi aggiungere: «Il recente attacco israeliano alla sede del consolato iraniano nella capitale siriana, Damasco, è una sorta di follia e rappresenta il suicidio del regime sionista».
Secondo la Cnn, gli Usa si stanno preparando a un attacco «significativo» da parte di Teheran contro asset israeliani e americani in Medio Oriente: un attacco, che potrebbe verificarsi «entro la prossima settimana». Nel frattempo, il consigliere presidenziale iraniano, Mohammad Jamshidi, ha affermato che, in un recente scambio di messaggi, gli Usa avrebbero «chiesto» a Teheran di non colpire strutture americane. «Come l’Iran ha notato pubblicamente, abbiamo ricevuto un messaggio da loro. Abbiamo risposto avvertendo l’Iran di non usare ciò come pretesto per attaccare il personale e le strutture statunitensi. Non abbiamo “chiesto”», ha replicato un portavoce del dipartimento di Stato americano. Intanto ieri nove razzi sono stati lanciati dal Libano in territorio israeliano: alcuni sono stati intercettati da Iron Dome, altri sono caduti in aree aperte.
Ma è quindi davvero possibile lo scenario di una guerra tra Israele e l’Iran? Che cosa ci si può attendere? Partiamo dai dati. L’Iran ha una popolazione di 87 milioni di persone e un Pil di 413 miliardi di dollari. Lo Stato ebraico ha invece dieci milioni di abitanti e un Pil di 525 miliardi di dollari. Per quanto riguarda Israele, l’esercito di terra può contare su 126.000 soldati (e 400.000 riservisti), mentre l’aviazione su 34.000 effettivi (a fronte di 55.000 riservisti). Passando all’Iran, l’esercito dispone di 350.000 militari, mentre gli effettivi dell’aeronautica sono 15.000. Le Guardie della rivoluzione contano invece un totale di 230.000 componenti. In particolare, secondo quanto riferito venerdì dal blog Debug Lies, Israele potrebbe nutrire preoccupazione soprattutto per i missili balistici a lungo raggio di Teheran: si teme infatti che il sistema di difesa Iron Dome possa finire sotto pressione in caso di eventuali attacchi missilistici di questo tipo, specialmente se dovessero essere massicci e prolungati. Inoltre, in caso di guerra, il regime khomeinista intensificherebbe il ricorso al suo network regionale: non solo Hamas e gli Huthi ma principalmente Hezbollah, per aumentare la pressione sul fronte libanese.
Israele, che ieri ha annunciato l’uccisione di un alto funzionario di Hamas e ha bombardato postazioni di Hezbollah in Libano, può invece contare sulla superiorità tecnologica e sulla sua storica capacità di sfruttare l’effetto sorpresa. Inoltre, come sottolineato giovedì dal National Interest, in caso di conflitto diretto con Teheran, lo Stato ebraico potrebbe scegliere di mettere direttamente nel mirino il presidente siriano Bashar Al Assad, il cui potere gli ayatollah hanno preservato a caro prezzo (spendendo tra i 20 e i 30 miliardi di dollari, senza trascurare l’impiego di circa 2.000 soldati): non a caso, proprio la possibilità di un attacco al regime siriano potrebbe rappresentare un fattore in grado di dissuadere Teheran da un conflitto diretto con Israele.
Un’ulteriore incognita è rappresentata dal fatto che Israele è probabilmente in possesso di testate nucleari (non lo ha mai ammesso né smentito): secondo analisti ascoltati dalla Bbc, Teheran potrebbe quindi scegliere di ricorrere alla «pazienza strategica» per arrivare a realizzare un ordigno atomico. Un altro elemento che potrebbe frenare l’Iran risiede nel fatto che un’eventuale guerra potrebbe ribaltare la situazione a favore dello Stato ebraico. Israele in questo momento deve contrastare il network filoiraniano su più fronti e sta al contempo affrontando una pressione internazionale spesso negativa. Se l’Iran decidesse di entrare apertamente in guerra, l’attenzione internazionale si sposterebbe su Teheran, mentre non è affatto detto che i Paesi arabi (a cominciare dall’Arabia Saudita) gradirebbero un intervento militare diretto del regime khomeinista. E gli iraniani, in questa fase delicata, non possono permettersi un nuovo raffreddamento dei rapporti con Riad.
Inoltre, nonostante la disastrosa politica di appeasement che ha condotto nei confronti degli ayatollah dal 2021, Joe Biden, in caso di conflitto, dovrebbe scegliere nettamente da che parte stare e difficilmente potrebbe voltare le spalle a Gerusalemme. È forse questo il senso strategico del recente raid israeliano a Damasco: stanare l’Iran (che finora si è sempre scaltramente trincerato dietro il suo network regionale), per stanare successivamente Biden, costringendolo ad abbandonare le sue posizioni ambiguamente accomodanti verso Teheran (ricordiamo che, dopo averla abrogata, l’attuale presidente americano non ha ancora ripristinato la politica della «massima pressione» sull’Iran, che era stata attuata dal predecessore). Dal canto suo, il regime khomeinista sa che, in caso di conflitto aperto con Israele, potrebbe ritrovarsi a dover affrontare più o meno indirettamente anche Washington. E ciò potrebbe rappresentare un ulteriore fattore dissuasivo per gli ayatollah, che però, non agendo, rischierebbero di trasmettere un’immagine di debolezza. Israele, almeno per ora, sembra quindi essere riuscito a intrappolare l’Iran in un dilemma.
Nel frattempo, secondo Al Jazeera, oggi dovrebbe recarsi al Cairo una delegazione di Hamas per dei colloqui sul cessate il fuoco: come condizioni per un accordo, l’organizzazione terroristica è tornata a chiedere il completo ritiro delle truppe israeliane e il ritorno a Gaza degli sfollati. Attesi al Cairo sono anche i direttori di Cia e Mossad, William Burns e David Barnea. Dal canto suo, Antonio Tajani si è detto favorevole a un cessate il fuoco e contrario a un intervento israeliano contro Rafah. Frattanto la polizia di Gerusalemme ha arrestato un giovane palestinese, sospettato di voler compiere un attentato con un coltello.
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