Con lo sbarco dei turchi in Libia, solo di petrolio rischiamo 4 miliardi l’anno
  • La decisione della Turchia di aiutare il governo nazionale di Fayez Al Sarraj potrebbe di far entrare Recep Tayyip Erdoğan tra i player petroliferi nella zona, diminuendo il ruolo dell’Italia.
  • La francese Total da mesi in difficoltà su un giacimento petrolifero in Congo rischia di perderne altri due. Il presidente Felix Tshisekedi vuole l’Eni di Claudio Descalzi.
  • E’ partita la corsa per diventare inviato speciale del governo italiano in Libia. Sono tanti i nomi che circolano, dall’ex presidente del consiglio Romano Prodi all’ex sottosegretario Staffan De Mistura, dal presidente di Fincantieri Giampiero Massolo fino all’ex numero uno dell’Aise Alberto Manenti.

Lo speciale contiene tre articoli


A distanza di quasi nove anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, l’Italia continua a perdere posizioni in Libia, con il rischio che la nostra produzione petrolifera possa subire un pesante ridimensionamento. Gli scontri di fine novembre hanno portato già alla sospensione della produzione nel maxi giacimento di El Feel sono solo uno dei tanti campanelli d’allarme. Da anni non solo Eni, ma tutte le piccole e medie imprese impegnate nell’oil& gas fanno fatica a lavorare, strette da una guerra civile che non accenna a placarsi, tra il governo riconosciuto di Fayez Al Sarraj e quello di Khalifa Haftar. Per di più la decisione del premier turco Recep Tayyip Erdoğan e del presidente russo Vladimir Putin potrebbe metterci ancora più ai margini. Il punto riguarda sempre la produzione petrolifero, oltre logicamente alla mancanza di controllo sul frullo di migranti che arrivano sulle nostre coste non appena usciti dai lager libici. Anche la conferenza di Berlino, di cui ancora non si conosce la data, testimonia che in questo momento l’Italia non è protagonista delle trattative.

E’ la Turchia quella che potrebbe chiedere il prezzo più oneroso al governo nazionale di Al Sarraj, alla ricerca di armi per difendersi dagli attacchi di Haftar, come ha confessato il vicepresidente Ahmed Maitig, durante la visita del nostro ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, a Tripoli, Bengasi e Tobruk. «Siamo assediati, ci servono le armi turche per difenderci». Cosa potrebbe chiedere il governo turco in cambio? Di entrare nel mercato del petrolio libico. «Turchia e Grecia sono in forte rotta di collisione per i mega giacimenti di petrolio e gas nelle acque di Cipro» ricorda il presidente di Federpetroli Michele Marsiglia, «Sono miniere di idrocarburi collocate in acque internazionali con confini e limiti territoriali del Mediterraneo Orientale. Sono ricerche assegnate ad Eni e alla francese Total con un contratto per un offshore, dove Libia ed Egitto sono in parte ago della bilancia, nonché baricentro e fulcro strategico per lo sfruttamento petrolifero e per accordi commerciali precedentemente stipulati».

In questo modo Erdogan entrerebbe tra i grandi player del petrolio libico e potrebbe ritagliarsi un peso maggiore sulla questione migranti, dove è già ago della bilancia per tutta Europa. I rapporti economici tra Italia e Libia sono fondamentali per il nostro Paese. Nel solo 2018 l’interscambio è stato pari a 5,4 miliardi di euro, di cui l’88,8 % riguarda il settore energetico per quasi 4,1 miliardi, il quinto fornitore dell’Italia. Eni lavora in consorzio con la Noc, la National Oil Corporation, che mantiene il controllo su tutte le riserve del paese.

La Libia ha una produzione annua di almeno 48 miliardi di barili, con una produzione media di 1,107 milioni di barili al giorno. Il fatto che l’Italia possa essere tagliata fuori da questo mercato è molto preoccupante. Del resto già da tempo Haftar sta cercando di impadronirsi tutte le risorse petrolifere del Paese, dopo il controllo già totale di tutti i pozzi del Sud. El Feel è uno di questi, al centro di battaglie estenuanti con le forze di Al Sarraj. Ma la chiave di tutto è il controllo della Banca centrale libica dove vengono depositati i proventi del petrolio della Noc, la chiave per il controllo della struttura economica della Libia. Sta in questo campo la vera battaglia tra Haftar e Al Serraj, a cui presto potrebbero aggiungersi Turchia e Russia, tagliando fuori l’Italia.

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