- Frustata della Corte dei conti tedesca sul maxi piano del cancelliere da 200 miliardi: «Questi fondi speciali non creano trasparenza e il denaro che si preleva è debito federale». L’Ue, per il momento, incassa e fa spallucce: «Ma ne discuteremo al vertice di Praga».
- Botta e risposta tra la leader di Fdi e il premier sullo stato di avanzamento del Piano.
Lo speciale contiene due articoli
Houston, abbiamo un problema. Che poi sarebbe Berlino. Ma dove diavolo è finita la certosina perfezione teutonica? Com’è possibile che gli irreprensibili siano diventati biscazzieri? Insomma, i 200 miliardi buttati nella mischia energetica dal cancelliere, Olaf Scholz, saranno mica uno spregevole trucco contrario a ogni regola europea? Risposta affermativa. Arriva nientemeno che da Kay Scheller, presidente della Corte dei conti tedesca: «I fondi speciali non creano trasparenza» spiega al quotidiano statunitense Politico. «Oscurano la verità e la chiarezza di bilancio. Quando il denaro viene prelevato da fondi speciali, anche se non sono chiamati così, sono debito federale».
Il governo ha partorito lo scorso 30 settembre l’Abwehrschirm, ossia «lo scudo di difesa economica contro la guerra d’aggressione russa». L’ormai famigerato piano contempla l’aumento dell’offerta di energia, dal carbone all’atomo, ma soprattutto una robusta dose di sovvenzioni per famiglie e imprese, a cui sarà garantito il prezzo calmierato. Solo che quel mastodontico «fondo speciale», oltre che di eurostrafottenza, puzza pure di frode. Scheller, nell’intervista ripresa da Italia Oggi, aggiunge: «Il bilancio federale è soggetto a principi di unità e completezza: dovrebbe consentire ai parlamentari e al pubblico di cogliere la situazione a colpo d’occhio. Tuttavia, a causa del gran numero di fondi speciali, una buona panoramica richiede conti sussidiari. E questo rende ancora più difficile il controllo parlamentare». Un indegno falso in bilancio, quindi. Senza contare che il nuovo debito di Berlino ammonta quest’anno a 360 miliardi, accusa Friedrich Merz, leader della Cdu.
C’era una volta frau Merkel, custode dell’ortodossia di Bruxelles, maldisposta a concedere altri pasti gratis a famelici e sciuponi. E c’erano i Pigs, i porcelloni tra cui l’Italia, abituati a regole lasche ed eurobanchetti. Già, come dimenticare? I nostri connazionali, quando incrociavano i cugini teutonici in vacanza, erano costretti ad abbassare lo sguardo e fissare imbarazzati i sandali color cuoio da cui sbucavano calzini bianchi corti. Tempi durissimi. Mentre la cancelliera, inappuntabile maestrina, ci sollecitava a «fare i compiti a casa». Improbabili completi blu elettrico, ditino alzato, talvolta pinta in mano, era l’incontrastata regina dell’Unione.
Adesso, invece, il continente va alla rovescia. Noi, purtroppo, siamo i diligenti del primo banco. Loro, furbescamente, se ne impipano di ogni regola, dopo essersi opposti alla richiesta di quindici Paesi, tra cui l’Italia, di un tetto al prezzo del gas. E le intorpidite istituzioni europee cosa fanno? Da fonti Ue trapela: «Se ne discuterà al vertice di Praga». Ossia, l’incontro tra i capi di governo previsto il 20 ottobre prossimo. O forse dopo, chissà. Dunque, con calma. Senza fretta. Mentre tutto va a ramengo.
La mossa tedesca resta comunque avversatissima dagli altri paesi. Il premier italiano, Mario Draghi, prorompe: «Non possiamo dividerci a seconda dello spazio dei nostri bilanci nazionali. È necessario evitare pericolose e ingiustificate distorsioni del mercato interno». Il vento è girato. Stavolta non c’è nemmeno l’onnipotente Angela a lavare l’onta del disonore. Dopo sedici anni di incontrastato dominio, al suo posto c’è l’ex vice premier: Olaf Scholz, appunto. Già il nome non incute lo stesso rispetto di chi l’ha preceduto. Olaf: come il pupazzo di neve del cartoon Frozen. Scholz: evoca i rivedibili zoccoli di legno in voga nel scorso secolo.
Niente di memorabile, insomma. Lui, poi, ci mette del suo. «Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così» che cantava Conte, Paolo però, non Giuseppi, a dispetto dell’inesauribile talento fregoliano. Ma il cancelliere non ha neppure l’estro del compare francese, Emmanuel Macron. Mentre il presidente transalpino schiuma nel suo girocollo di cachemire, indossato alla gretina per risparmiare sul riscaldamento, il mesto Olaf sfoggia completi da travet e piglio robotico. Il suo super scudo da 200 miliardi non accresce certo la simpatia tra i colleghi. L’omologo ungherese Viktor Orban, con cui dovrebbe evitare il confronto in un sottoscala belga, dice per esempio che il piano tedesco è «l’inizio del cannibalismo nell’Ue». Dunque, esorta: «Bruxelles faccia qualcosa o l’unità europea andrà in pezzi».
Berlino fa da sé, nel frattempo. Fregandosene altamente dei tartufismi dell’Unione. Del resto, non è certo una novità. Già in passato aveva mantenuto per quasi un decennio un esorbitante surplus commerciale, a dispetto alle regole comunitarie. E s’è adoperata per risanare le banche nazionali, impedendo agli altri paesi di fare altrettanto. Tornando, invece, alla guerra energetica, ha caparbiamente voluto un secondo gasdotto con la Russia, il Nord Stream 2, nonostante il parere contrario di Commissione Ue, mezzo continente e Stati Uniti.
La Germania, grazie ai quei 200 miliardi, garantirà adesso a imprese e famiglie non solo di passare un inverno tranquillo. Gli ingenti aiuti di Stato, vietati dall’Ue, consentiranno alle imprese tedesche di essere più competitive dei concorrenti, strangolati invece da esorbitanti bollette. Smaccato sovranismo. Stavolta però a professarlo non è il perfido Viktor, ma il valoroso Olaf. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, intanto, tace. Confermando rinomata inerzia. E, soprattutto, i suoi natali teutonici.
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