Ricatto turco: 120.000 migranti ai confini
  • Istanbul usa di nuovo i migranti per ricattarci: «Non è un bluff, presto saranno milioni». E Angela Merkel è pronta ad assecondarlo.
  • Prosegue, via terra e mare, l’esodo dei profughi siriani. A Lesbo la situazione degenera: operatori delle Onlus e immigrati malmenati al porto. Un barcone si ribalta e un bimbo perde la vita. Isolato un campo di accoglienza.
  • L’offensiva anti Assad infiamma Idlib A Mosca si tratterà un cessate il fuoco.
  • Ursula Von der Leyen: «Comprendo la Turchia». Oggi sarà in visita al confine con la Grecia. Poi una riunione dei ministri degli Interni

Lo speciale contiene quattro articoli

Ci risiamo: Recep Tayyip Erdogan è tornato a ricattare l’Unione europea. Il fatto che, la scorsa settimana, il presidente turco abbia consentito a un’ondata di profughi (120.000 per ora) di avviarsi verso il Vecchio continente sembra avere una ragione per ben precisa. Il sultano starebbe tornando a batter cassa, chiedendo denaro all’Unione europea, per frenare i flussi migratori diretti verso Occidente. Secondo fonti di Bruxelles, è infatti altamente probabile che siano stati promessi ulteriori versamenti finanziari alla Turchia, che vorrebbe almeno 1 miliardo di euro in più, se non addirittura 3.

È in questo contesto, che Erdogan ha pronunciato ieri parole piuttosto minacciose, quasi a voler aumentare la pressione sull’Unione. «Da quando abbiamo aperto i nostri confini è aumentato il numero di migranti diretti in Europa. Presto saranno milioni», ha tuonato. «L’Europa credeva che stessimo bluffando, ma quando abbiamo aperto le porte i telefoni hanno ricominciato a squillare» ha proseguito.

Non è del resto la prima volta che il sultano fa ricorso al ricatto migratorio. Ricordiamo che, nel 2016, l’Unione europea – principalmente su input della Germania – siglò un patto con Ankara, in base a cui la Turchia si impegnava – in cambio di sei miliardi di euro – a frenare i flussi migratori diretti verso Ovest. Negli anni successivi, Erdogan non ha comunque rinunciato ad intimidire Bruxelles: ricordiamo che, soltanto lo scorso autunno, il Sultano minacciò di «aprire i cancelli», come ripicca alle critiche che alcune cancellerie europee gli avevano mosso nel corso dell’operazione militare «Primavera di Pace» nel Nordest della Siria. Sulla questione della nuova crisi migratoria è intervenuta ieri anche la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha dichiarato: «Capisco che la Turchia stia affrontando una sfida molto grande, riguardo a Idlib. Tuttavia è per me inaccettabile che lui – il presidente Erdogan e il suo governo – non stiano esprimendo questa insoddisfazione in un dialogo con noi come Unione europea, ma piuttosto facendo leva sui rifugiati. Per me non è questo il modo di andare avanti». Parole che, a prima vista, sembrerebbero dure. Tuttavia Reuters riporta che la cancelliera abbia anche auspicato una ripresa dei colloqui, dedicati all’accordo sui rifugiati, e che la Germania sarebbe inoltre disposta a sostenere bilateralmente la Turchia. Insomma, Berlino si è alla fine ben guardata dal chiudere la porta in faccia al sultano. La stessa presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato: «Stabiliremo una discussione più intensa» con Ankara, «per capire dove occorre maggiore sostegno, ricordando che abbiamo un accordo in corso, che riteniamo sia la giusta base per iniziare il dialogo».

È quindi in questo clima tutto sommato remissivo, che i leader del Vecchio continente spererebbero di tenere un vertice tra Unione europea e Turchia entro la fine di questa settimana a Sofia, proprio per affrontare il delicato tema dei rifugiati. Come riportato dai media locali, il primo ministro bulgaro, Boyko Borissov, si è recato ieri sera ad Ankara anche per portare al Sultano questa proposta. Non è quindi affatto escludibile che, in occasione di un eventuale vertice, i Paesi europei sceglieranno nuovamente di subire il ricatto turco. Esattamente come accadde nel 2016: non va trascurato infatti che il controverso accordo sui rifugiati di quell’anno fosse avvenuto pochi mesi dopo la crisi migratoria che aveva investito l’Europa nel 2015.

L’elemento interessante da sottolineare è che proprio quella crisi si trova alla base dell’attuale declino politico di Angela Merkel: non dimentichiamo che, dalle elezioni federali del 2013 a quelle del 2017, la Cdu abbia perso circa l’8% dei consensi. Un trend negativo, confermato dalle elezioni europee. È anche in questo senso che, lo scorso ottobre, il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, aveva espresso preoccupazioni per un eventuale ripetersi del caos migratorio, verificatosi nel 2015. Del resto, va ricordato che a beneficiare principalmente del controverso accordo con la Turchia fu nell’immediato proprio la Germania: quella Germania che, in una manciata di mesi, vide crollare gli arrivi di profughi, passando dai 200.000 del novembre 2015 ai circa 15.000 dell’aprile 2016. Sotto questo aspetto, non ci sarebbe quindi da stupirsi se Berlino spingesse nelle prossime settimane, affinché l’Unione europea accetti di abbassare nuovamente la testa davanti ai ricatti di Erdogan. Anche perché non va trascurato che la Merkel appaia ormai sempre più debole in patria: il caso della Turingia e le conseguenti dimissioni della sua delfina, Annegret Kramp-Karrenbauer, mostrano come – al di là del consenso in calo – la cancelliera faccia sempre più fatica a mantenere la presa sul suo stesso partito. Ragion per cui, la nuova minaccia migratoria del sultano costituisce per lei un problema potenzialmente esiziale, dal punto di vista politico. Erdogan è ben conscio di questo fattore e sa altrettanto bene che, piegando la cancelliera, è in grado di avere l’intera Unione europea alla propria mercé.

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