Alla fine, il sultano si è scoperto vulnerabile. Dopo la svolta islamista impartita al suo Paese in risposta alle proteste di piazza Taksim e Gezi park del 2013 e al tentato golpe dell’estate del 2016, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha subito nel fine settimana la prima sconfitta, pesantissima, alle elezioni amministrative. Il suo partito, l’Akp ha infatti perso il controllo della capitale Ankara e di altre importanti città.
Per tutta la giornata di ieri è rimasta in bilico anche Istanbul, dove il sessantacinquenne sultano è nato e di cui è anche stato sindaco negli anni Novanta, quando ancora professava il laicismo, ma verso sera è stata proclamata la vittoria di Ekrem Imamoglu, candidato del partito laicista Chp, che ha sconfitto Binali Yildirim, ex premier e fedelissimo del sultano che aveva già rivendicato l’investitura. L’Akp ha annunciato che farà ricorso: il testa a testa è finito con il 48,79% dei consensi per Imamoglu, circa 25.000 voti in più di Yildirim.
Anche la terza città del Paese, Smirne, è stata conquistata dal Chp: una vittoria mai in discussione per Mustafa Tunc Soyer. L’opposizione festeggia per la presa di diverse città come Adana e Antalya, centrali sulla costa mediterranea, ma soprattutto per aver strappato a Erdogan il controllo della capitale. «Il popolo ha votato a favore della democrazia. Ha scelto la democrazia», ha dichiarato il leader repubblicano Kemal Kilicdaroglu. Il candidato del Chp ad Ankara, Mansur Yavas ha infatti prevalso sul fedelissimo di Erdogan, Mehmet Ozhaseki, ex ministro del sultano senza però alcuna esperienza amministrativa. Per Yavas, che invece ha alle spalle un lungo curriculum come amministratore locale, si tratta di una vendetta: aveva già tentato di diventare sindaco sia nel 2009 sia nel 2014 ma in entrambe le occasioni era stato sconfitto. Nell’ultimo caso a batterlo fu l’ex sindaco Melih Gokcek e il repubblicano denunciò brogli.
Un ulteriore indicatore della portata della sconfitta del partito di Erdogan, provato dalla crisi della lira turca (in difficoltà anche ieri), dall’alta inflazione e da una crescita che continua a rallentare, è la conquista di molte città da parte dei curdi, concentratisi nel Sud Est del Paese (dove si sono registrati scontri) anche per non disperdere voti a favore di partiti avversari del sultano. In particolare, hanno preso la loro capitale, Diyarbakir. C’è poi il serio rischio che per la prima volta una provincia venga guidata da un esponente del Partito comunista: si tratta di Mehmet Faith Macoglu a Tunceli, nell’Est del Paese.
Il Palazzo di Erdogan ha iniziato a tremare. E non stiamo parlando della lussuosa reggia da oltre 1.000 stanze in cui vive con la moglie Ermine. Bensì del suo progetto politico. Prima del voto, il sultano, al primo test elettorale dopo la riforma costituzionale che ne ha rafforzato i poteri indebolendo il Parlamento, aveva descritto questa tornata amministrativa come una questione di «sopravvivenza». E a dover preoccupare il presidente turco è soprattutto il fatto che un’opposizione per molto tempo descritta come moribonda ora vede la possibilità di batterlo.
Oltre 100 comizi in due mesi mesi di campagna elettorale, un’informazione in larga parte schierata al suo fianco, oltre 150.000 tra accademici e funzionari governativi cacciati dopo il tentato golpe, senza dimenticare i 60.000 cittadini arrestati e le centinaia di giornalisti arrestati, una nuova legge sulla censura, un lungo stato d’emergenza e violazioni dei diritti umani. Tutto questo non è bastato a Erdogan, per il quale ci trattava di un voto sulla «sopravvivenza» del Paese e del suo partito.
Il messaggio dei turchi è chiaro: la crisi economica non è più sopportabile e serve un cambiamento. Perfino nel partito di Erdogan ora iniziano a circolare voci sul presidente, sulle sue promesse non realizzate e su un’economia che non decolla. L’esercizio democratico di domenica è finito sotto la lente d’osservazione del Consiglio d’Europa (non va dimenticato che l’iniziale slancio riformista di Erdogan fu cercato anche nel tentativo di avvicinare Ankara e Bruxelles per preparare l’adesione della Turchia all’Unione europea). In un clima tesissimo, l’organizzazione internazionale con sede a Strasburgo ha espresso scetticismo sul regolare svolgimento del voto: il Consiglio d’Europa «non è pienamente convinto che attualmente in Turchia ci sia l’ambiente elettorale libero e giusto che è necessario per elezioni genuinamente democratiche in linea con i valori e i principi europei», ha spiegato Andrew Dawson, a capo della missione di osservazione elettorale del Consiglio d’Europa per le amministrative in Turchia. Tuttavia, l’alto tasso d’affluenza, arrivato all’84%, è «un segnale di salutare interesse democratico e consapevolezza» dell’elettorato, ha proseguito Dawson.
«Dispiace una cosa sola», fa notare l’ex ambasciatore d’Italia in Turchia Carlo Marsili: «La insopportabile decisione del Parlamento europeo di raccomandare la conclusione di ogni negoziato con la Turchia. In politica la miopia è un delitto ma la cecità è ben di peggio, è un errore».
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