- Si riaccende la guerra in Siria e la Turchia «apre le porte» ai migranti. La Bulgaria invia mille soldati al confine e la Grecia ne ferma centinaia. Ancora una volta, Recep Tayyip Erdogan sconfessa gli accordi con Bruxelles, per cui prese 6 miliardi, e «ricatta» l’Ue.
- A Idlib Ankara risponde a Damasco. Così Mosca tiene tutti sotto scacco. Vladimir Putin spinge Bashar al-Assad a intervenire per riconquistare la regione mentre tratta col Sultano.
Lo speciale comprende due articoli.
Recep Tayyip Erdogan torna a spaventare l’Europa. Nel mezzo delle tensioni che stanno sconvolgendo nelle ultime ore i rapporti tra Turchia e Russia, il Sultano ha permesso ai rifugiati siriani di dirigersi verso il Vecchio Continente. «Abbiamo deciso, con effetto immediato, di non impedire ai rifugiati siriani di raggiungere l’Europa via terra o via mare», ha riferito alla Reuters un alto funzionario turco, che ha preferito restare anonimo. La Bulgaria si è detta pronta ad inviare mille soldati alla frontiera, mentre la Grecia ha già bloccato centinaia di migranti. In particolare, Atene ha dichiarato che «non saranno tollerati arrivi illegali». La mossa di Ankara è arrivata dopo il bombardamento che le forze siriane hanno effettuato giovedì, uccidendo 33 soldati turchi, nell’area di Idlib: l’ultima roccaforte dei ribelli anti Assad, spalleggiati da Erdogan. Il Sultano ha quindi nei fatti sconfessato l’accordo stipulato nel 2016 con Bruxelles: un’intesa con cui, in cambio di sei miliardi di euro, si impegnava a bloccare i flussi dei profughi siriani diretti verso l’Unione europea. Un’intesa, ricordiamolo, che Erdogan ha spesso usato in questi anni come una vera e propria arma di ricatto verso il Vecchio Continente: non dimentichiamo che, lo scorso autunno, nel pieno della crisi nel Nordest siriano, il Sultano arrivò a minacciare di «aprire i cancelli», come reazione alle (deboli) critiche che gli erano piovute addosso da alcune cancellerie europee.
Con la mossa di ieri, Erdogan punta quindi a conseguire due obiettivi complementari. In primo luogo, il presidente turco si sta trovando ad affrontare un serio grattacapo in termini di politica interna. Non dimentichiamo che, dall’inizio del conflitto in Siria, la Turchia ospiti sul proprio territorio circa 3,7 milioni di rifugiati: un fattore che ha determinato non poche tensioni sociali in loco, con un crescente malcontento nei confronti del Sultano. A questo bisogna poi aggiungere che, dallo scorso dicembre, un ulteriore milione di profughi siriani si sia ammassato al confine con la Turchia. La pressione sta quindi crescendo e rischia di farsi insostenibile. Non a caso, ieri pomeriggio il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha significativamente affermato: «In seguito alla crisi in atto a Idlib tutti i confini sono sovraffollati. A questo punto sta alla comunità internazionale intervenire con passi concreti per fermare la crisi in atto a Idlib e in Siria». Una posizione che, poche ore prima, aveva espresso lo stesso ministero degli Esteri turco. Per Erdogan si tratta quindi di una questione delicata, perché chiama direttamente in causa dinamiche di stabilità interna. Il Sultano ha sempre cercare di creare delle aree in territorio siriano, da utilizzare per alleggerire il peso dei profughi ospitati: l’obiettivo dell’operazione militare «Primavera di Pace», attuata lo scorso autunno nel Nordest del Paese, era infatti quello di scacciare i curdi dall’area e rimpiazzarli con i profughi siriani. Il punto è che le finalità del presidente turco appaiono sempre più frustrate dalla campagna di riconquista, messa in atto da Bashar al-Assad (con il benestare del Cremlino).
In secondo luogo, è chiaro che, con questa mossa, Erdogan voglia anche mettere ulteriormente sotto pressione l’Unione europea: quell’Unione europea con cui non intrattiene rapporti particolarmente sereni su un gran numero di questioni (si pensi soltanto al dossier libico). Non è del resto escludibile che il Sultano voglia aumentare il suo potere contrattuale, magari proprio per rinegoziare l’accordo stipulato quattro anni fa con Bruxelles. La situazione che si è venuta a creare ieri ricorda, d’altronde, la crisi migratoria che si sviluppò nel 2015, quando oltre un milione di profughi raggiunse l’Europa occidentale, passando attraverso la Turchia e i Balcani. Se la situazione è preoccupante per l’Unione europea, risulta addirittura pessima per l’Italia. Non dimentichiamo che, soprattutto negli ultimi mesi, il ruolo di Ankara si sia progressivamente rafforzato in Libia. E che il nostro (sempre più teorico) alleato in loco, il premier libico Fayez al Serraj, si sia ormai stabilmente posto sotto l’egida turca. Il governo di Tripoli è quindi definitivamente caduto nelle mani di Erdogan: quell’Erdogan a cui nessuno può adesso impedire di ricattare l’Italia con i flussi migratori provenienti da Sud.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >