- Le borracce di metallo, distribuite a scuola al posto delle bottigliette, si sono rivelate un flop. I sacchetti biodegradabili? Non sempre sono norma. E grazie al le energie pulite prosperano gli affari sporchi.
- Il fisico dell’Università di Modena Franco Battaglia: «L’Italia ha speso 100 miliardi per installare 20 gigawatt di impianti solari che ne erogano soltanto 2. Il blocco del traffico? Inutile: le polveri sottili provengono dalle caldaie»..
- Il mercato dell’organico è un business da 3,6 miliardi, ma con i profitti si moltiplicano i raggiri. Ci spacciano per «naturale» cibo extra Ue (e ce lo fanno pagare un occhio).
Lo speciale contiene tre articoli
Non sempre le buone intenzioni partoriscono buoni risultati. Anzi, quando nascono sull’onda di infatuazioni ideologiche e alla ricerca del facile consenso, spesso si traducono in veri e propri boomerang. È quanto sta accadendo alle politiche di salvaguardia dell’ambiente. È scattata una specie di gara tra gli enti locali a chi è più green, con il risultato che, nella fretta degli annunci, vengono sfornate misure pasticciate, contraddittorie o addirittura dannose sia per l’ambiente sia per i cittadini. Come non c’è impresa che si rispetti che non abbia inserito in bilancio una voce sugli investimenti in sostenibilità (spesso limitandosi a mettere qualche pannello solare) così gli enti locali che si considerano più «progressisti» si sbizzarriscono in iniziative bio.
In quella che sta diventando una fatwa contro la plastica, alcune amministrazioni pubbliche, ad esempio, hanno messo al bando le famigerate bottigliette inquinanti. Sulla scia di Greta Thunberg, che beve acqua dalla sua borraccia color bordeaux, la Toscana ha distribuito a 850 scuole in più di 150 Comuni 55.000 bottigliette in alluminio. Confservizi Cispel Toscana parlava entusiasta di «un risparmio di 130 tonnellate di plastica e per le famiglie di oltre un milione di euro». Peccato che dopo nemmeno un mese le famiglie sono corse nei municipi a lamentarsi: le borracce erano difettose, si scheggiavano proprio nel punto dove i bambini poggiano la bocca. Di qui il tam tam: forse sono made in Cina e senza la dovute garanzie. Il Comune di Scandicci ne ha sospeso l’uso, mentre il consigliere regionale Maurizio Marchetti ha chiesto alla Regione di ritirarle. Immancabile, come in ogni storia italiana, il rimpallo delle responsabilità e il fuoco incrociato dei comunicati, con i consorzi protagonisti dell’operazione che si sono fatti garanti della certificazione del prodotto. E c’è chi ha diffuso un vademecum su come dovrebbe essere la borraccia perfetta.
Questi contenitori infatti richiedono alcune accortezze nell’uso che nessuno spiega. Se non vengono lavati accuratamente tutti i giorni e asciugati senza chiuderli, facilitano il proliferare dei batteri che vivono in ambienti umidi e al buio. A dirlo è uno studio condotto da Ruben Gonzalez, direttore del laboratorio di microbiologia dell’Università di Cordoba in Argentina. Inoltre, più che l’alluminio, il materiale migliore sarebbe il rame, metallo usato fin dall’antichità proprio per disinfettare e purificare l’acqua. Chissà se i genitori dei bimbi toscani hanno ricevuto tutte queste informazioni.
Il diktat dell’ecosostenibilità ha nell’architettura la sua massima espressione. È il caso della nuova stazione Fal (Ferrovie Appulo lucano) di Matera, appena inaugurata, griffatissimo scalo su rotaia, firmato dall’architetto Stefano Boeri (quello delle città sostenibili e del bosco verticale a Milano). Il fiore all’occhiello di questa opera (costo 7 milioni) sono i vasti pannelli fotovoltaici che garantiscono l’autosufficienza energetica alla stazione e anche all’intera piazza. Peccato che questo gioiello rischi di essere una cattedrale nel deserto. Qui l’alta velocità non arriva. Matera è l’unico capoluogo di provincia italiano non raggiunto dalle Ferrovie dello Stato. C’è una sola Freccia al giorno da Salerno ma si ferma a Ferrandina, e per arrivare a Matera occorrono 20 minuti di bus, quando lo si trova. Senza contare i disservizi della navetta che collega il centro della città all’aeroporto di Bari. E manca un servizio di metropolitana cittadino a trazione esclusivamente elettrica.
Della competizione tra rotaie e gomma si parla da tempo, come pure dell’inquinamento delle auto. E qui siamo ad altri provvedimenti più di bandiera che di sostanza. È ormai dimostrato che il blocco cittadino delle auto o il sistema delle targhe alterne non riescono ad abbassare lo smog. Dice Nicola Pirrone, dirigente di ricerca dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr: «È una strategia che mitiga l’effetto smog ma per la salute dei cittadini, sulla prevenzione di gravi conseguenze sanitarie, fa poco e nulla. A volte, con determinate condizioni climatiche, non basta neanche il blocco per far diminuire lo smog. È una misura dimostrativa, ma ha poco a che fare con la riduzione dell’esposizione all’inquinamento». Eppure i sindaci si nascondo dietro la foglia di fico delle domeniche ecologiche.
L’altra favola green è quella delle auto elettriche. A parte i costi esagerati e la scarsità di centraline per la ricarica, il tema principale è lo smaltimento delle batterie al litio. Che senso ha avere un’auto che non emette gas inquinanti se poi la batteria che ha a bordo è difficile da riciclare? Recentemente il Cobat ha affidato all’Istituto di chimica dei composti organometallici di Firenze una ricerca per il recupero di nichel, cobalto e manganese contenuti negli accumulatori. Attualmente le batterie al litio finiscono in gran parte all’estero, dove vengono trattate. Ben venga che la Regione Lombardia dia 8.000 euro di contributi per chi acquista un’auto elettrica, ma poi come si risolve il problema delle batterie? Né ci si può illudere che abbracciando l’elettrico si risolva il problema dello smog. Le vecchie caldaie a gasolio – a Milano sono circa il 50% – producono molte più polveri sottili delle auto.
Sempre in tema di riscaldamento, c’è il caso del pellet. È un derivato del legno e quindi a impatto zero in termini di CO2, ma molto dannoso per la salute umana e la qualità dell’aria a causa delle emissioni di ossidi di azoto e composti organici volatili, che provocano malattie respiratorie anche mortali. Tra le alternative all’auto, viene citata spesso la bicicletta. Peccato che manchino le infrastrutture. Il caso di Roma è emblematico. Dopo il flop del primo progetto della giunta Raggi, con bici vandalizzate e disperse, il sindaco ci riprova con quelle elettriche. Ma le piste ciclabili restano un miraggio: poche e sporche. Chi usa le due ruote spesso deve fare la gimcana tra cumuli di immondizia.
La raccolta differenziata è l’altra operazione lodevole nelle intenzioni quanto fallimentare nell’attuazione. Tutti hanno ben presenti i video denuncia della raccolta dei rifiuti, mescolati tutti insieme, anche se presi da cassonetti diversi. L’operazione della differenziata non è riuscita a evitare situazioni, a Roma e a Napoli, al limite dell’emergenza sanitaria. Il problema è a monte, dello smaltimento dei rifiuti, che si porta dietro le polemiche sui termovalorizzatori.
Un altro cavallo di battaglia dei nemici della plastica è stato quello dei sacchetti bio. Introdotti dal governo Gentiloni, che ci chiese di pagare pochi centesimi quando compravamo frutta e verdura per il bene dell’ecologia, pare non siano così rispettosi dell’ambiente. Uno studio, condotto dall’Università di Plymouth in Inghilterra, ha rivelato che i sacchetti biodegradabili possono rimanere intatti anche dopo tre anni dal loro abbandono in natura. Quelli compostabili (i più sottili che non reggono il peso di un paio di mele) ci mettono 3 mesi a distruggersi in mare, ma sotto terra restano intatti anche dopo 27 mesi. Per di più, secondo Assobioplastiche, degli 80 milioni di chili di buste della spesa in circolazione, circa la metà non è a norma.
E infine c’è il tema controverso dei parchi eolici, un dogma dell’ortodossia ambientalista. Per farci piacere quelle orribili pale, ci è stato detto che il vento è gratis oltre a essere pulito e che ogni chilowattora prodotto fa risparmiare combustibili fossili. Tuttavia queste affermazioni non sono mai state dimostrate con dati attendibili, neanche dopo l’istallazione di più di 100 gigawatt di pale nella sola Europa. L’energia dal vento non è disponibile su richiesta ma solamente se e quando il vento soffia con forza sufficiente. E i risparmi per i consumatori non sono così tangibili: la Sardegna, che è diventata il più grande parco eolico d’Italia, non ha avuto vantaggi sulla bolletta.
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