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Canada e Messico escluse dalla nuova tornata di tariffe. In ossequio alla dottrina Monroe, tartassata Pechino (34%): l’obiettivo è diminuire la sua influenza nell’emisfero occidentale. Il 10% al Regno Unito conferma la predilezione del tycoon per il bilateralismo.

I dazi reciproci, annunciati l’altro ieri da Donald Trump, hanno anche una valenza di carattere geopolitico. Il loro obiettivo? Arginare Pechino. Ma andiamo con ordine. È innanzitutto interessante notare come, nella lunga lista di Paesi colpiti, ne manchino specialmente due: Canada e Messico. Certo: entrambi sono stati interessati dalle tariffe americane sull’import di auto e acciaio. Senza contare che, nelle scorse settimane, Trump aveva imposto a Ottawa e a Città del Messico anche dazi al 25% su un elevato numero di beni importati. Tuttavia, in quest’ultimo caso, il presidente americano aveva poi optato per significative esenzioni. Ebbene, qual è il motivo di questa (relativa) benevolenza?

In primis, non va dimenticato che Canada e Messico sono legati agli Stati Uniti dallo Usmca: il trattato di libero scambio che fu lo stesso Trump a negoziare durante il primo mandato. In secondo luogo, la mossa del presidente americano rientra evidentemente nella sua riedizione aggiornata della dottrina Monroe: l’idea di Trump, in altre parole è quella di indebolire l’influenza economica (e quindi politica) della Cina sull’emisfero occidentale. È in tal senso che vanno, per esempio, lette le recenti pressioni americane su Panama e Groenlandia. Sarà un caso, ma proprio Panama, che si è di recente ritirata dalla Belt and road initiative, è stata colpita mercoledì con il minimo dei dazi previsti: il 10%. Un’aliquota bassa, questa, che è stata riservata da Washington anche a gran parte dell’America latina: Brasile, Argentina, Cile, Guatemala, Honduras, Ecuador, Perù, Colombia, Bolivia, El Salvador, Uruguay e Paraguay. Segno che Trump punta a contendere l’area a Pechino sia per ragioni economiche che di sicurezza nazionale.

E attenzione: l’aliquota bassa al Brasile ci introduce a un altro tema, quello dei Brics. Rispetto a questo blocco, i dazi reciproci del presidente americano si sono rivelati piuttosto diversificati. Se, come detto, l’aliquota al Brasile è stata bassa, la Cina ne ha subita una ben più pesante (34%). L’India e il Sudafrica, dal canto loro, hanno visto tariffe rispettivamente al 26% e al 30%. L’Egitto, l’Iran e gli Emirati Arabi hanno avuto invece aliquote al 10%. Insomma, sembrerebbe che Trump voglia spaccare internamente i Brics: un blocco a cui il presidente americano guarda da sempre con preoccupazione. Era d’altronde lo scorso 30 gennaio, quando minacciò di sottoporlo a tariffe del 100%, qualora i Paesi che lo costituiscono avessero portato avanti progetti di sostituzione del dollaro. Anche in questo caso, Trump ha messo nel mirino principalmente Pechino. Del resto, al netto dei dazi significativi all’India, il presidente americano punta a giocare di sponda con Nuova Delhi: non dimentichiamo che, a febbraio, aveva ricevuto il premier indiano, Narendra Modi, alla Casa Bianca. È inoltre evidente, sotto questo aspetto, come la questione dei Brics si intersechi anche con la riedizione della dottrina Monroe.

Ma non è tutto. Sì, perché il filo rosso della Cina spiega anche un altro elemento: il fatto, cioè, che Trump abbia imposto pesantissime tariffe a Cambogia (49%), Laos (48%) e Vietnam (46%). Secondo un’analisi di Channel News Asia, la Casa Bianca avrebbe colpito così significativamente questi tre Paesi soprattutto per i loro stretti legami economici con Pechino. Non è quindi escluso che almeno alcuni degli investimenti diretti in tali mercati possano spostarsi altrove: per esempio nelle Filippine, che sono più vicine a Washington dal punto di vista geopolitico e che Trump, non a caso, ha colpito con tariffe relativamente basse (17%). Vale a tal proposito la pena di ricordare che Manila e Pechino sono ai ferri corti nel Mar cinese meridionale. Inoltre, gli Stati Uniti hanno recentemente approvato la possibile vendita di 20 caccia F-16 alle Filippine.

Il nodo cinese potrebbe avere un peso anche sulla linea dura di Trump con l’Ue, che è stata colpita con tariffe al 20%. Il presidente americano vuole aprire delle trattative con gli europei per correggere gli squilibri commerciali e per spingerli a spendere di più nella Nato. Punta anche a tutelare le imprese statunitensi da quello che la Casa Bianca percepisce come un eccesso di regolamentazione e di tassazione da parte del Vecchio Continente. Tuttavia, sullo sfondo, Trump è irritato dagli stretti rapporti che Francia e Germania intrattengono con la Cina: rapporti che, tra il 2023 e il 2024, Parigi e Berlino hanno ulteriormente rafforzato. Ecco che quindi il tema dei legami europei con Pechino potrebbe finire al centro dei negoziati tra la Casa Bianca e Bruxelles. Negoziati in cui Trump potrebbe, in un modo o nell’altro, tornare a rispolverare la sua predilezione per l’approccio bilaterale: ricordiamo che il Regno Unito si è ufficialmente staccato da Bruxelles nel 2020. E che, l’altro ieri, si è visto imporre dagli Usa dazi al 10%: la metà dell’aliquota toccata invece all’Ue.

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