La Cina mette a cuccia Mosca per contare. Tocca agli occidentali sfilarle l’Orso russo
Il Dragone non cerca la pace ma un riconoscimento. Facendo pesare il potere di dissuasione che ha verso il Cremlino.

Pechino sta cambiando strategia. In generale, vuole apparire un attore politico globale affidabile, pragmatico e pacificante per far apparire l’America e il G7 come i veri aggressori nel mondo e non la Cina comunista. In particolare, vuol far pesare il suo contributo di pressione per moderare l’aggressività di Mosca sul piano bellico e dei linguaggi di ricorso alla dissuasione nucleare.

In realtà Pechino è spaventata dal fatto che: a) è sempre più isolata nel mondo e sta cedendo zone di influenza alla controffensiva del G7 nel Pacifico, Africa, Sudamerica e mondo islamico, con iniziali puntate nell’Asia centrale, considerando che sullo sfondo c’è la priorità del Partito comunista cinese di avere una forza sufficiente, globale e interna, per contrastare pressioni democratizzanti, come segnalato dalla violenza esercitata su Hong Kong e minacciata contro Taiwan; b) la continuazione della guerra in Ucraina, dove la Cina è il sostegno economico principale per il regime di Mosca (l’India lo è sempre di meno perché dissuasa/incentivata dall’America) porterebbe con elevata probabilità all’estensione delle sanzioni economiche ad attori cinesi (già in atto sanzioni secondarie contro specifiche aziende); c) la sua economia interna è ancora lontana dalla stabilizzazione dopo l’esplosione della bolla finanziaria (dal 2015 in poi) peggiorata dai blocchi delle attività come metodo anti Covid e ha bisogno di tornare a esportare di più riducendo le barriere di dazi e quelle non tariffarie alle sue merci comminate dal G7 e alleati, fatto che impone un almeno parziale aggiustamento delle relazioni.

Ciò serve a dire che la Cina non è diventata «buona», ma che per salvaguardare la propria influenza e relazioni economiche residue non può più apparire minacciosa. Attenzione, non si tratta di un cambiamento della «Grande strategia», cioè quella di ergersi a potere simmetrico nei confronti dell’America per poi limitarne l’influenza, ma di perseguire questo obiettivo storico travestendo temporaneamente come colomba il Dragone. Si tratta di una perfetta interpretazione delle raccomandazioni dello stratega cinese Sun Tsu (circa 500 avanti Cristo): non fare la guerra fino a che non sei pronto e tantomeno in un momento di debolezza. La giusta risposta dell’alleanza delle democrazie dovrebbe essere un accomodamento con la Cina o la continuazione della pressione contro di essa?

Chi scrive è a favore della continuazione di una pressione limitativa del potere cinese, che lo riduca a potenza regionale e non più globale, incapace di essere come è adesso un profondo fattore di disturbo per il mondo delle democrazie e i Paesi emergenti perché rinforza qualsiasi dittatura con denaro e armi in cambio di sfruttamento delle risorse di una nazione, l’ultimo esempio è l’accordo con il governo talebano dell’Afghanistan.

Ciò non vuol dire porsi come obiettivo la distruzione della Cina, ma quello di lasciarla sopravvivere evitando che imploda e che esporti nel globo un nuovo virus economico o bellico, nella speranza, magari aiutata dall’esterno, che trovi nei propri modi culturali specifici una via graduale verso lo Stato di diritto e la democratizzazione: una parte crescente della popolazione cinese, infatti, è evoluta e occidentalizzata, pur i suoi campioni visibili oggetto di assassinio, repressioni o esilio, per esempio recente Jack Ma, cosa che dissuade le espressioni dei tanti stufi del regime dittatoriale. Tale preferenza appare in linea con la reazione del G7 alla svolta della strategia cinese: è una finta, la pressione continui.

Ma bisogna analizzare a fondo il vero livello di debolezza di Pechino. Sta offrendo ad America ed europei la sua capacità di pressione su Mosca per calmarla, ma di fatto chiedendo in cambio un riconoscimento per la sua azione pacificatrice concretizzabile in rilassamento delle relazioni economiche e accettazione della presenza cinese nei mercati occidentali. Questo è chiaro e ovvio. Ma lo è meno il contrario: la Cina sta segnalando di avere influenza determinante su Mosca e che questa potrebbe essere usata per aumentare la pressione bellica russa verso Ovest. Molte cronache rilevano che Vladimir Putin sia rimasto deluso dalla museruola apparente imposta da Pechino, ma hanno perso di vista lo scambio tra Mosca e Pechino, dove la seconda comunque garantisce sostegno alla prima. Per esempio, rispetto della sovranità ucraina, ma nei confini attuali perché quelli precedenti sono stati superati da referendum che pur falsi definiscono formalmente l’area della sovranità russa attuale. Il punto: c’è un blocco sinorusso a conduzione cinese dove Pechino può scatenare Mosca nel caso l’America e gli europei non concedessero spazio a Pechino. Quindi la debolezza cinese c’è, ma Pechino possiede comunque strumenti rilevanti di dissuasione e li sta usando anche per cercare di dividere europei e americani.

Per inciso, va annotato che la recente proliferazione di lanci di missili intercontinentali da parte della Corea del Nord ha un’evidente correlazione, pur nascosta, con la nuova strategia di Pechino che è bifronte: la Cina fa la brava, punta a essere considerata affidabile, ma se le democrazie continuassero la pressione ha due proxy a disposizione, Mosca e Pyongyang, che possono vivere economicamente e politicamente solo grazie ai suoi favori. Va riconosciuto che la strategia cinese è furba, ma è bifronte: metto a guinzaglio i russi e i nordcoreani se mi date qualcosa e se non me lo date scateno la bestia. Da un lato, ciò rende giusto un aumento di deterrenza e dissuasione nei confronti di Pechino, ma dall’altro rende razionale parlare con Mosca per capire se veramente voglia agire come ascaro cinese.

www.carlopelanda.com

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no
Geopolitica

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no

Siglato un patto quadro che però non piace ai filo-iraniani. Il presidente Aoun ha anche accolto con favore la guida di Italia e Francia nella coalizione post-Unifil. I media d’Oltralpe traducono male le parole di Meloni per metterla contro Le…