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Il progetto Eur.Bank, oltre a sviluppare una stablecoin, vuole costruire un sistema di servizi integrato con gli istituti di credito.
Bancomat accelera sul progetto Eur.Bank. L’iniziativa vede coinvolte alcuni dei big italiani del credito: Banca Generali, Monte dei Paschi di Siena, Banca Sella, Banco Bpm, Bper Banca, Cassa Centrale Banca, Credem, Crédit Agricole Italia e Intesa Sanpaolo.
A prima vista potrebbe sembrare l’ennesimo progetto fintech. In realtà la posta in gioco è molto più alta. Perché l’obiettivo dichiarato non è soltanto creare una stablecoin in euro. Questo è soltanto il primo mattone.
L’obiettivo è costruire un circuito europeo della moneta digitale, integrato con le banche e pensato per diventare l’infrastruttura di una nuova generazione di servizi finanziari. Per capire occorre partire da una domanda: che cos’è una stablecoin? A differenza delle criptovalute tradizionali come Bitcoin, che possono oscillare violentemente, una stablecoin è una moneta digitale progettata per mantenere il valore nel tempo. Nel caso di Eur.Bank un euro digitale dovrebbe valere sempre un euro. La stablecoin rappresenta semplicemente il «gettone» che consente al sistema di funzionare. Il vero progetto consiste nella creazione di un’infrastruttura digitale capace di collegare banche, imprese, investitori e mercati finanziari attraverso una piattaforma comune.
È lo stesso concetto che negli anni Settanta portò alla nascita dei circuiti elettronici di pagamento. All’epoca l’innovazione non era la tessera di plastica conservata in portafoglio ma la rete che permetteva alle banche di parlarsi tra loro. Oggi la sfida si ripresenta su scala digitale. Nel presentare l’iniziativa Bancomat utilizza tre parole chiave: interoperabile, istituzionale e integrato. Dietro questi termini tecnici si nasconde un cambio di paradigma.
Interoperabile significa che soggetti diversi possono utilizzare la stessa infrastruttura senza creare sistemi chiusi e incompatibili. Una banca, un’impresa, un intermediario finanziario saranno in grado di dialogare utilizzando standard comuni.
Istituzionale significa che il progetto nasce all’interno del sistema regolato e vigilato. Non siamo nel far west delle criptovalute.
Integrato significa che gli istituti di credito diventano il cuore del nuovo ecosistema.
È probabilmente questo il punto più importante dell’intera operazione. Per anni il settore bancario ha osservato con attenzione la crescita delle criptovalute e dei sistemi decentralizzati, temendo di perdere funzione. Con Eur.Bank il messaggio è opposto: l’innovazione deve passare attraverso le banche e non contro le banche.
Uno degli impieghi più immediati riguarda i pagamenti cosiddetti «on-chain». Tradotto in linguaggio comune significa poter trasferire denaro e regolare operazioni finanziarie in qualsiasi momento. Ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. Il secondo grande capitolo riguarda la tokenizzazione. La parola sembra complicata ma il concetto è intuitivo.
Un titolo finanziario, un’obbligazione o persino un titolo di Stato possono essere rappresentati digitalmente attraverso un token registrato su una piattaforma condivisa. È un po’ come passare dalla raccomandata cartacea alla posta elettronica certificata. Non cambia la sostanza, ma cambia radicalmente la velocità con cui viene eseguita. Per questo il progetto Eur.Bank guarda con particolare interesse anche alla tokenizzazione del debito sovrano. Un settore che potrebbe diventare uno dei principali laboratori della finanza digitale europea nei prossimi anni.
L’obiettivo è creare flussi finanziari più rapidi, più trasparenti e meno costosi.
In altre parole, rendere più facile per le imprese italiane fare affari all’estero.
In un’economia sempre più globale, la competitività passa anche dalla velocità con cui si muovono i pagamenti.
Le dichiarazioni del direttore generale dell’Abi, Marco Elio Rottigni, vanno esattamente in questa direzione. L’associazione bancaria considera il progetto uno strumento per approfondire scenari e opportunità che possano rafforzare innovazione, sicurezza e competitività del sistema finanziario nazionale. Quando l’amministratore delegato Fabrizio Burlando afferma che innovazione e stabilità non sono in contraddizione, sta in realtà indicando la filosofia dell’intero progetto. La sfida consiste nel portare nel mondo delle tecnologie blockchain quelle caratteristiche di fiducia, sicurezza e tutela del risparmio che rappresentano il patrimonio storico del sistema bancario.
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Ecco #DimmiLaVerità del 4 giugno 2026. Il sindaco di Taormina Cateno De Luca a tutto campo dopo il grande successo alle elezioni amministrative.
Donald Trump (Getty Images)
- Le Big Tech, senza obblighi, possono sottoporre i modelli al controllo della Casa Bianca.
- Bruxelles vara in ritardo un piano per la sovranità tecnologica, puntando sullo sviluppo di data center. Necessari, ma energicamente insostenibili con le sole fonti rinnovabili.
Lo speciale contiene due articoli.
Donald Trump sta cercando un difficile equilibrio sull’Intelligenza artificiale. Martedì, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo che introduce alcune regolamentazioni nel settore. In particolare, il decreto prevede che le società tecnologiche concedano al governo, su base volontaria, un periodo di 30 giorni per consentirgli di esaminare i nuovi modelli di Ia prima che vengano rilasciati. Viene inoltre stabilito che il segretario al Tesoro crei un «centro di coordinamento per la sicurezza informatica», che si occupi di studiare le eventuali vulnerabilità di sicurezza di questi nuovi modelli. Senza dubbio, il nuovo decreto impone delle regolamentazioni più blande rispetto al precedente: cassato a fine maggio poco prima della firma ufficiale, il testo di quell’ordine esecutivo stabiliva infatti che il periodo lasciato al governo per esaminare le nuove tecnologie fosse di 90 giorni.
Il punto è che, secondo Politico, il nuovo decreto ha di fatto creato un paradosso. A cantare vittoria per la sua approvazione sono infatti, nel mondo Maga, sia la corrente favorevole alla deregulation dell’IA sia quella che auspica limiti più severi al settore. A favore dell’ordine esecutivo si sono infatti espressi sia il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks, sia Steve Bannon: se il primo, storicamente vicino a Peter Thiel e ad Elon Musk, è da sempre contrario a introdurre lacci e laccioli nel comparto dell’IA, per evitare di compromettere la competitività degli Usa nei confronti della Cina, il secondo esprime da tempo dubbi sull’opportunità di un’Intelligenza artificiale del tutto deregolamentata. Non a caso, il mese scorso, Bannon aveva cofirmato una lettera, in cui si chiedeva a Trump di agire per introdurre dei vincoli. Del resto, secondo Politico, all’interno dell’amministrazione statunitense, anche il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, sarebbero storicamente favorevoli a porre dei paletti al settore dell’IA.
Insomma, il nuovo decreto segna una sorta di «tregua armata» tra le varie fazioni che si registrano sull’Intelligenza artificiale in seno al governo statunitense e al mondo Maga. Si tratta di un elemento interessante, soprattutto alla luce del fatto che, a maggio, era stato Sacks a far saltare la firma del precedente ordine esecutivo, esprimendo a Trump delle preoccupazioni in termini di competitività con Pechino. Ed è al centro di questo scontro (neanche troppo sotterraneo) che emerge la figura di JD Vance.
Se nel 2025 era apparso incline a sostenere la deregulation del settore dell’IA, a partire da febbraio scorso il vicepresidente ha iniziato a mutare parere, dicendosi preoccupato soprattutto per la questione della sorveglianza. Inoltre, a fine maggio, ha elogiato Magnifica Humanitas, e si è mostrato esplicitamente freddo verso l’impiego dell’Ia nel settore militare. Il punto è che in Vance confluiscono elementi contrastanti. Da una parte, il numero due della Casa Bianca è storicamente sponsorizzato da Thiel; dall’altra, oltre a essere cattolico, è anche espressione politico-elettorale di quella working class della Rust Belt che guarda con apprensione ai possibili impatti socioeconomici dell’IA.
Già un anno fa, Axios sottolineava come la deregolamentazione dell’Intelligenza artificiale potesse creare attriti tra l’amministrazione Trump e i colletti blu. Si tratta di un tema che il presidente non può certo permettersi di ignorare. E lo stesso riguarda Vance che nutre delle ambizioni presidenziali in vista del 2028. Infine emerge la questione cattolica. Tra gli ambienti più scettici sull’IA nel mondo Maga si registrano soprattutto i circoli cristiani, tanto evangelici quanto, per l’appunto, cattolici. Ora, non è un mistero che il voto dei fedeli alla Chiesa di Roma si sia rivelato fondamentale nelle scorse tornate elettorali statunitensi. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo potrebbe essere letto (anche) come un lievissimo ramoscello d’ulivo della Casa Bianca nei confronti della Santa Sede, soprattutto dopo che Leone XIV, nella sua enciclica, si è espresso contro la totale deregolamentazione del settore dell’IA.
Certo, Trump deve bilanciare spinte e interessi contrastanti. E il tema della rivalità con Pechino è ineludibile. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo cerca di trovare un primo compromesso tra le varie correnti. La questione è quindi destinata a ripresentarsi. Tuttavia, il presidente americano ha lasciato intendere di voler adottare un approccio pragmatico, che tenga conto della complessità dei temi in gioco.
L’Ue si rimangia il green per l’IA
La Ue lancia il piano per la sovranità tecnologica. Bruxelles ci ha abituati alla lentezza decisionale, affrontando in ritardo temi sui quali altri Paesi sono già competitivi, quindi non c’è da stupirsi se faccia lo stesso anche sul fronte dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud e dell’open source. Ovvero per quelle tecnologie chiave che garantiscono il funzionamento degli ospedali, la stabilità delle reti energetiche e la sicurezza dei servizi. «Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte» ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto sulla sovranità tecnologica, il Cloud and AI development act, per rafforzare la capacità dell’Europa su questi settori e potenziarne l’autonomia. L’iniziativa arriva però quando la dipendenza da fornitori extra-Ue è importante, a fronte di una domanda di capacità di calcolo in crescita per via dell’IA. Le gravi dipendenze strategiche espongono l’Ue al rischio per il controllo dei dati. L’obiettivo del piano è creare un quadro europeo di sovranità per i servizi cloud che sarà usato anche per orientare le scelte delle amministrazioni pubbliche. Saranno introdotti quattro livelli di garanzia, gli Union Assurance Levels, per classificare i servizi cloud in base al grado di protezione offerto rispetto a rischi quali accessi non autorizzati da Paesi terzi, interruzioni del servizio, perdita di autonomia operativa e compromissione dei dati sensibili. Il livello 1 è la soglia minima comune per il settore pubblico, mentre i livelli 2, 3 e 4 introducono requisiti più stringenti. Queste misure hanno l’ambizione di far diventare l’Europa un continente dell’IA, ampliando le opzioni tecnologiche per imprese e cittadini. La Commissione Ue punta a triplicare la capacità dei data center nei prossimi cinque-sette anni. Dando un calcio ai piani green considerato che le infrastrutture digitali richiedono una mole importante di energia e pannelli e pale eoliche non bastano.
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Elon Musk (Ansa)
È su X che si è parlato degli omicidi dimenticati di Zarutska e dello studente britannico Nowak.
Quando nell’ottobre del 2022 acquistò Twitter, poi ribattezzato X, Elon Musk spiegò più volte quale fosse il suo obiettivo: trasformare la piattaforma in uno spazio libero capace di sfidare il monopolio culturale e informativo dei media tradizionali. Secondo il miliardario americano, troppo spesso le grandi testate selezionano o filtrano le notizie attraverso una lente ideologica, enfatizzando alcuni fatti e ignorandone altri.
Comunque la si pensi su Musk e il suo stile comunicativo, negli ultimi mesi due vicende sembrano aver dato sostanza concreta a questa promessa: l’omicidio di Iryna Zarutska negli Stati Uniti e quello di Henry Nowak nel Regno Unito. Due storie tragiche che, almeno inizialmente, avevano ricevuto una copertura relativamente limitata rispetto alla loro gravità e che sono diventate casi di respiro internazionale soprattutto grazie all’intervento del proprietario di X.
Iryna Zarutska era una giovane rifugiata ucraina residente nel Connecticut. Nell’estate del 2025 fu assassinata in metropolitana in maniera efferata, con il video dell’omicidio che suscitò un’ondata di indignazione. A rendere la vicenda ancora più controversa - e «censurabile», per qualcuno - era il profilo dell’uomo accusato dell’omicidio: un afroamericano pluripregiudicato con alle spalle ben 14 precedenti (anche per reati gravi) che non avrebbe dovuto trovarsi in libertà.
Nonostante la brutalità del delitto e le polemiche sulle responsabilità delle autorità, la storia rimase inizialmente confinata soprattutto alla cronaca locale e all’infosfera dei social. Fu allora che Musk iniziò a occuparsene personalmente. Attraverso una serie di post su X denunciò il silenzio delle grandi testate giornalistiche, arrivando a osservare che una ricerca del nome di Zarutska sul sito del New York Times non produceva alcun risultato. Ma il suo intervento non si limitò ai social. Musk sostenne economicamente una campagna commemorativa dedicata alla giovane ucraina, contribuendo con un milione di dollari alla realizzazione di murales e iniziative pubbliche in sua memoria. La vicenda, rilanciata a ripetizione sulla piattaforma, uscì così dal circuito dei social per diventare oggetto di un dibattito internazionale sulle responsabilità della giustizia, sulla gestione dei criminali recidivi e sul silenzio assordante dei grandi media.
Uno schema simile si è ripetuto nel caso di Henry Nowak, lo studente britannico di 18 anni ucciso a Southampton nel dicembre 2025 da Vickrum Digwa, un sikh britannico che l’accoltellò durante una rapina. Per sfuggire alla giustizia, l’imputato sostenne di aver pugnalato lo studente per difendersi da un’aggressione a sfondo razziale. Tuttavia, i giudici hanno dimostrato che era tutta una montatura, tanto che Digwa è stato condannato all’ergastolo per omicidio. A suscitare indignazione, in particolare, è stato anche il comportamento della polizia, che non soccorse Nowak, ma lo ammanettò credendo alle menzogne dell’assassino.
Anche in questo caso, diffondendo il video dell’arresto dello studente inglese, Musk ha trasformato una vicenda locale in una questione di rilevanza mondiale. Con una serie di post pubblicati su X, il magnate ha accusato apertamente le autorità britanniche di aver trattato il caso con leggerezza e si è chiesto perché la morte di Nowak non abbia suscitato il polverone mediatico che è stato invece riservato a George Floyd. «Questo povero ragazzo stava scappando da chi lo aveva accoltellato e derubato del telefono, ma la polizia britannica ha aggredito lui invece del suo assassino», ha scritto Musk in uno dei suoi post più virali. Non solo: il patron di X si è detto disposto a finanziare un’azione legale della famiglia di Nowak contro le autorità coinvolte. Insomma, Musk potrà piacere o non piacere come personaggio. Ma una cosa è certa: la promessa di utilizzare X come strumento di controinformazione non è rimasta lettera morta.
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