• L’immancabile ricerca che accredita la bellezza dei modelli «alternativi» a quello tradizionale e naturale non regge a un serio esame scientifico Il campione usato, infatti, è già orientato.
  • Si moltiplicano le sentenze che sdoganano modelli di genitorialità non previsti dalla biologia (e dalle nostre leggi). Anche se qualche istituzione resiste ancora.

Lo speciale contiene due articoli

Boom! «I figli delle coppie gay hanno problemi psicologici? Studio italiano sfata i pregiudizi». È il titolo con cui fanpage.it dà conto di uno studio pubblicato sul Journal of developmental & behavioral pediatrics.

Il titolo non è iperbolico, sono gli stessi autori ad affermare che i risultati dello studio «suggeriscono che i bambini con genitori dello stesso sesso stanno bene sia in termini di adattamento psicologico che di comportamento sociale» e ad aggiungere che lo studio «mette in guardia i responsabili politici dal fare ipotesi sulla base dell’orientamento sessuale su persone che sono più adatte di altre a essere genitori o su persone a cui dovrebbe o non dovrebbe essere negato l’accesso a trattamenti di fertilità». Si tratta dunque di uno studio che dovrebbe secondo gli autori essere in grado persino di orientare il legislatore. Riboom!

Per sapere come uno studio giunge a determinati risultati la prima cosa che fa un qualsiasi ricercatore scientifico è andare a leggere la sezione dei materiali e metodi. Si tratta di andare a vedere le fondamenta e le pietre di una costruzione scientifica per poi capirne la solidità. È esattamente quello che ho fatto e subito è apparso chiaro che lo studio in questione, secondo cui i bambini concepiti mediante fecondazione in vitro ed eventualmente utero in affitto da adulti che vivono con una persona dello stesso sesso stanno meglio di quelli concepiti naturalmente, non si differenzia da una paccata di pubblicazioni accumulatesi negli anni dal valore scientifico modestissimo (per essere generosi) i cui risultati non giustificano affatto le conclusioni degli autori. Lo studio in questione ha confrontato la condizione di 195 bambini di età compresa tra 3 ed 11 anni concepiti in modo naturale con quella di 125 coetanei con madre lesbica e di 70 con padre omosessuale. Ma questi 390 bambini come sono stati individuati?

Lo scrivono gli autori proprio nei materiali e metodi: il 72% delle madri lesbiche e il 65,7% dei padri gay è stato reclutato attraverso la mailing list dell’Associazione italiana famiglie srcobaleno, che ha inviato ai membri il link al sondaggio (insieme all’invito a partecipare allo studio); i rimanenti genitori erano reclutati attraverso avvisi online posti su gruppi Facebook di genitori omosessuali. Cosa deriva da questo? Che il campione studiato non è randomizzato, ma un campione detto «di convenienza», cioè un campione che conviene ai ricercatori (economicamente, organizzativamente, ma non si può escludere ideologicamente).

Questo tipo di «arruolamento» è ciò che c’è di più lontano da consentire di estendere il risultato ottenuto all’intera popolazione. Voglio farvi un esempio che rende tutto più chiaro. Il censimento Usa ci dice che la popolazione di colore è pari al 13,4% dei residenti. La popolazione di colore in Svezia corrisponde all’1,1%. Scommettiamo che riesco a dimostrare che in Svezia ci sono più persone di colore che in America? Basta che rivolga la domanda «fra la tua cerchia di amici ci sono persone di colore?» alla mailing list degli iscritti al Ku klux klan in Usa, sulla bacheca dell’Associazione di amicizia Burkina Faso-Svezia e su quella gli dell’Associazione di amicizia Svezia-Etiopia è il gioco è fatto. Tornando allo studio in questione: secondo voi quante sono le probabilità che gli adulti omosessuali che sono sulla mailing list di una nota organizzazione omosessuale partecipino ad uno studio del genere se hanno problemi coi bambini? E quante sono le probabilità che diano conto in maniera oggettiva della situazione dei minori?

Perché è importante sapere che i ricercatori, quantunque abbiano usato strumenti standardizzati, non hanno verificato di persona la situazione dei bambini, ma hanno elaborato un questionario somministrato agli adulti. Il sociologo Donald Sullins ha dimostrato in uno studio del 2015 l’enorme distorsione dei risultati somministrando proprio uno dei questionari usati dagli autori, lo Strengths and difficulties questionnaire (Sdq), a un campione non randomizzato. L’anno dopo sulla prestigiosa rivista Plos one, Sharmila Vaz, dell’Università di Perth, pubblicava dati che dimostravano che «usare l’Sdq solo coi genitori o con gli insegnanti non è raccomandato». Ma c’è di più e di peggio. Gli autori scrivono di avere domandato agli intervistati l’orientamento sessuale, tuttavia né in tabella, né nel testo è riportato l’orientamento sessuale di coloro che hanno concepito il figlio con un rapporto naturale. Se confermato, ne deriverebbe che all’interno del campione assunto come controllo potrebbero essere incluse persone bisessuali, o persone omosessuali che non abbiano fatto «coming out», rendendo il campione di controllo invalido.

Tutto può essere, ma quante persone eterosessuali conoscete che passano il tempo a leggere i post sulle pagine Facebook dei genitori gay in attesa di partecipare agli studi sui figli dei gay e delle lesbiche? E anche se fossero tutti eterosessuali non è poi così difficile ipotizzare nell’interpretazione dei risultati che un numero considerevole di questi appartenga alla categoria dei simpatizzanti arcobaleno che gli Lgbt identificano col termine «alleati» introducendo nello studio una distorsione fatale. Queste considerazioni sono ben presenti agli autori che in effetti nella discussione hanno messo le mani avanti rispetto alla generalizzazione dei risultati ricordando come il loro studio è soggetto alla distorsione della desiderabilità sociale delle risposte e come le misurazioni della condizione dei bambini sia stata indiretta. Risulta dunque incomprensibile come risultati così poco fruibili per considerazioni generali, dovrebbero essere in grado di impedire al legislatore di pensare che crescere con genitori di sesso opposto, a parità di condizioni, sia una risorsa capace di offrire una ricchezza impossibile da raggiungere in modelli monosessuali.

D’altra parte il lavoro vede per autori un gruppo di ricercatori dell’Università della Sapienza che non fa mistero delle proprie convinzioni circa la totale sovrapposizione della crescita con adulti di sesso opposto o dello stesso sesso. Tesi legittima, ma che va contro tutte le acquisizioni della scienza in termini di sviluppo neurobiologico e psicologia dello sviluppo e che anche questa loro fatica è ben lungi dal dimostrare. Se dunque c’è una raccomandazione da fare ai politici, è quella di dotarsi di consulenti competenti e obiettivi prima di dare rilevanza a studi metodologicamente inadeguati a dimostrare ciò che vantano.

Renzi Puccetti

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