Purtroppo non è il primo caso, ma non si può rimanere indifferenti di fronte al nuovo evento di suicidio assistito accaduto due giorni fa in Toscana. Un uomo di poco più di 60 anni, affetto da malattia di Parkinson, con disfagia (difficoltà a deglutire), ha chiesto e ottenuto di essere aiutato al suicidio, avvalendosi di una delibera del Consiglio Regionale della Toscana a favore di questa pratica, non prevista né regolamentata per legge. Fra le tante questioni che si potrebbero affrontare – a partire dalla assoluta incompetenza di un consiglio regionale a intervenire su una questione controversa e delicatissima, di interesse nazionale, cui tocca intervenire solo ed esclusivamente al Parlamento – è opportuno soffermarsi a ragionare con lucidità e razionalità sull’assoluta gravità, in termini non solo morali, ma anche civili e sociali, di quanto sta accadendo nella nostra nazione, in ordine al preteso «diritto di morire».
Sono passati solo pochi giorni da quando abbiamo accolto con grande soddisfazione la notizia di quel poliziotto che ha salvato un uomo che voleva suicidarsi gettandosi da un ponte, convincendolo che la vita non può essere gettata via come fosse uno straccio sporco, e oggi siamo investiti dalla notizia di una morte «voluta» e concretizzata grazie all’intervento di una pubblica amministrazione. Prescindiamo da ogni dottrina religiosa, e atteniamoci solamente ad un codice morale naturale: è ammissibile – e quindi tutelabile, con tanto di norme e di regolamenti – una scelta di suicidio, al punto di garantirla e proteggerla come fosse un «diritto»? Da anni stiamo ripetendo, fino allo sfinimento, che «diritto» significa tutela e protezione di un bene: diritto alla salute, allo studio, al lavoro, alla casa, alla vita. Come può codificarsi un «diritto» al suicidio assistito?
Il suicidio è da sempre un doloroso e drammatico evento che va contro la natura stessa dell’uomo: l’uomo, ogni uomo, vuole vivere, è la legge naturale della sopravvivenza, inscritta in ogni essere vivente, anche animale, e quando questa viene meno una società fondata su veri principi di civiltà si impegna ad affrontare e rimuovere le cause che stanno provocando un così drammatico sconvolgimento della natura umana.
Il suicidio – diciamolo chiaramente – non è mai una scelta, una libera scelta, ma è un atto condizionato dal compiersi di un oscuramento interiore, esistenziale e spirituale, totale che cancella ogni speranza. Dunque, che cosa deve fare lo «Stato di diritto»?
Garantire il «diritto a suicidarsi» oppure garantire il «diritto alla cura» con cui affrontare ogni difficoltà? Come diceva Cicely Saunders, fondatrice delle cure palliative, a un «dolore totale» si risponde con una «cura totale», che è fatta di mille accorgimenti e presidi, medici, assistenziali, spirituali, morali, relazionali. Fino all’accompagnamento – giorno dopo giorno, ora dopo ora – alla morte naturale, tenendosi per mano, vivendo la vera «compassione», il «soffrire insieme».
Questo è l’umano! Questo è quello che ha fatto quel poliziotto su quel ponte. Abbandonare alla morte – anche se richiesta, anche se cercata – è disumano. Non è libertà suicidarsi, perché non è umano suicidarsi. La tragedia del suicidio ha sempre accompagnato la storia dell’uomo, le motivazioni addotte sono state le più varie, e tante lacrime si sono sparse. La drammatica novità dei nostri giorni è la cultura della «normalizzazione»: è «normale» suicidarsi e, dunque, bisogna attrezzarsi per tutelare il «diritto di morire». E diventa ancora più vergognoso se questo aiuto al suicidio si compie con l’intervento di un medico, il cui dovere morale e deontologico impone di curare il malato, difendere la vita, lenire il dolore. Non certo «somministrare la morte», anche se richiesto.
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