Attacco alla famiglia
I genitori della famiglia nel bosco, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
  • Il libro di Catherine Birmingham scatena polemiche, ma il caso della famiglia nel bosco rivela contraddizioni sociali: si stigmatizza uno stile di vita alternativo mentre si tollerano altri disagi. Intanto i figli, allontanati, mostrano segni di forte sofferenza.
  • Secondo l’avvocato Giorgio Vaccaro, l’allontanamento dei tre figli della famiglia nel bosco è stato troppo rapido e privo delle necessarie verifiche e tutele. Manca un adeguato percorso di supporto e valutazione: una decisione definita abnorme, dannosa per i minori.
  • «C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati». Secondo il medico Bruno Mozzanega, l’uso di pillole come EllaOne cresce ma sarebbe presentato in modo fuorviante: venduta come contraccettivo, potrebbe avere effetti abortivi. Denuncia carenze normative, scarsa informazione e un mercato da 15 milioni annui.

Lo speciale contiene tre articoli.

Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha scritto il libro sbagliato. A maggio dovrebbe uscire per Solferino un volume a sua firma intitolato La nostra vita libera. L’editore lo presenta come «un libro che va oltre il caso di cronaca, raccontando una scelta di vita autentica, vicina alla natura, capace di fare appello alla coscienza di molti. Il memoir-manifesto della mamma dei bambini nel bosco».

Come prevedibile, da qualche giorno sui social si leggono attacchi di ogni genere, come se Catherine stesse cercando di lucrare sulla sua tragedia o fosse incoerente perché, invece di rifiutare la modernità, abbraccia il sistema mediatico affidandogli la sua opera. In realtà, questo non è il primo libro di Catherine. Ne ha scritti altri due, di cui uno Ride for Life (Cavalca per la vita) uscito anche in italiano. Posto che una donna sottoposta al trattamento riservato a Catherine ha il sacrosanto diritto di scrivere tutti i libri che vuole per dare la sua versione degli eventi, il fatto che pubblichi un saggio, come dice giustamente Tonino Cantelmi, «dimostra due cose: la prima è che Catherine non è quella persona asociale che hanno cercato di accreditare, ma è una che ha una rete sociale immensa, è intelligente e propone uno stile di vita sicuramente sfidante per noi borghesi. La seconda è che le scelte di questa famiglia sono frutto di un pensiero molto riflettuto, non sono degli instabili che improvvisano, ma delle persone che hanno fatto scelte molto ponderate». Il problema, dicevamo, è che Catherine ha scritto il libro sbagliato, ha scelto lo stile di vita sbagliato. Se avesse pubblicato saggi sul diritto di abortire o sul cambiamento di genere dei suoi figli (come fanno molte madri di ragazzini transgender) oggi probabilmente non sarebbe costretta ad affrontare un dramma che prosegue da mesi.

La vicenda della famiglia nel bosco svela la profonda ipocrisia della nostra società. La quale da un lato consente a ragazzine minorenni di prendere senza ricetta farmaci abortivi o di assumere a spese dello stato bloccanti della pubertà, poi però giudica insana l’esistenza di bambini che vivono nei pressi di un bosco.Quei piccoli sono stati tolti ai genitori perché ritenuti socialmente isolati. Anche se erano sereni, interagivano con i vicini ed erano gioviali con tutti, a differenza di altri minorenni come il tredicenne del bergamasco che ha accoltellato la sua insegnante. Costui viveva in un mondo digitale parallelo fatto di rabbia e violenza, ha assaltato l’insegnante come in un videogioco, e pare abbia detto ai carabinieri di essere «dispiaciuto di non averla uccisa», e di aver avuto in programma di ammazzare anche i propri genitori. Mica viveva nel bosco, questo ragazzo. Stava con i suoi normalissimi genitori nella sua normalissima casa, e almeno una delle sue normalissime amiche sembra si fosse accorta che qualcosa non andava, ma non è scattato alcun meccanismo preventivo.

No, la macchina coercitiva si è mossa per Catherine e i suoi figli, che ora non stanno bene per niente. Nei giorni scorsi i consulenti della famiglia hanno assistito a una videochiamata tra la mamma e i piccoli e, dice Cantelmi, «siamo rimasti impressionati dallo stato di grande sofferenza dei bambini, e non voglio entrare nei dettagli. Questo materiale sarà messo a disposizione dei giudici per la valutazione. Ma la domanda è semplice: a che serve tenere tre bambini di quell’età in quella struttura? Non serve certo socializzare, non serve certo ad andare a scuola, non serve certo a farli stare meglio», prosegue l’esperto. «Ormai è chiaro a tutti che questa situazione procura solo dolore». Ma forse, oggi, provare dolore è considerato normale.L’avvocato: «Normalmente prima di separare i figli dai genitori ci vogliono anni, qui invece si è agito di fretta e “manu militari”. E senza nemmeno usare, come si fa di solito, mediatori linguistici e culturali».

Da non perdere

Sinistra in pressing per la legge sul gaycidio
Famiglia e Pro Vita

Sinistra in pressing per la legge sul gaycidio

L’opposizione cavalca la tragedia del ragazzo di 24 anni che sarebbe stato ucciso dal padre per l’orientamento sessuale. Alessandro Zan e la galassia Lgbt danno la colpa a destra e Roberto Vannacci: «Alimentano l’omofobia». Aggravanti già presenti per le discriminazioni.

«Noi guariamo i malati, non li ammazziamo»
Famiglia e Pro Vita

«Noi guariamo i malati, non li ammazziamo»

Oltre 270 dottori di varie Regioni italiane hanno scritto una lettera aperta alla «Verità»: «Il suicidio medicalmente assistito è deontologicamente inaccettabile. Una legge sul tema non serve. Italiani, sosteneteci firmando la nostra petizione online».