Manifestanti davanti alla Corte costituzionale di Varsavia durante la protesta del 31 ottobre 2026
Manifestazione davanti alla Corte costituzionale di Varsavia contro le operazioni della polizia, il 31 ottobre 2026 (Ansa)

La Polonia precipita in una gravissima crisi costituzionale e politica. Ma l’Europa cincischia. Starà gongolando? Evidentemente, non ha imparato la lezione del 2014 a Kiev, quando gli americani la usarono come pedina di una guerra contro la Russia per interposti ucraini, al motto «Fuck the Eu», «L’Ue si fotta».

I colpetti di mano non portano bene. Intanto, squarciano il velo del tempio di retorica innalzato dai burosauri di Bruxelles. La democrazia è un valore, fintantoché la si può brandire per giustificare la pioggia di miliardi a Volodymyr Zelensky. Che le elezioni nemmeno le indice. Se però la gente vota male, come è successo in Romania, bisogna annullare tutto e ripetere le consultazioni, in modo tale che esca il risultato gradito alla Commissione.

Lo Stato di diritto? Lo invocano entrambi i contendenti, a Varsavia: i conservatori, che contestano il tentativo della coalizione di governo, guidata dall’europeista Donald Tusk, di monopolizzare la Corte suprema; e i liberali, che sostengono di aver rispettato tutte le procedure e, anzi, di aver corretto i vecchi abusi della destra. L’Ue l’ha agitato spesso come un grimaldello, anche contro la stessa Polonia. All’Ungheria è bastato eleggere Péter Magyar perché, a tempo di record, Ursula von der Leyen sbloccasse i finanziamenti congelati, considerandosi soddisfatta del fantomatico percorso riformista avviato da un premier che, nel frattempo, cavalca una feroce resa dei conti, a colpi di inchieste per presunta corruzione, con la fazione di Viktor Orbán.

Prima di mandare la polizia a circondare la Consulta, Tusk, tre anni fa, si era premurato di mettere in liquidazione i media statali, pur di rimuovere i vertici nominati dal partito avversario. Immaginate cosa sarebbe successo in Italia, se Giorgia Meloni avesse ordinato la dismissione della Rai, allo scopo di cacciare dirigenti sgraditi; e se, dovendo riempire i seggi vacanti della Corte costituzionale, fosse riuscita a piazzare soltanto toghe vicine alla maggioranza. Strali del Quirinale. Bordate dall’eurocarrozzone, procedure d’infrazione dall’esecutivo Ue, reprimende dalla Corte di giustizia eventualmente investita dei ricorsi.

Invece, mentre Varsavia sembra sull’orlo di una guerra civile e persino gli Stati Uniti di Donald Trump, attraverso l’ambasciatore Tom Rose, auspicano che lo scontro non «degeneri in qualcosa di ben peggiore», Bruxelles cincischia. Forse gongola. Non può esplicitare la logica che la ispira: la stessa impresa è buona o cattiva a seconda di chi la compie. Quello di Tusk, dovesse andare in porto, sarebbe un golpe «buono». Attuato, appunto, in nome del ripristino dello Stato di diritto. Della piena integrazione della Polonia nel sistema europeo, quindi nella dimora dei giusti.

La partita sulla Corte costituzionale polacca

Si è parlato della necessità di modernizzare il Paese, rimuovendo, ad esempio, alcuni dei rigidi paletti fissati alla pratica dell’aborto, anche per effetto di precedenti decisioni del supremo tribunale polacco. Un salto in avanti che sarebbe impossibile senza alterare la composizione della Corte. In realtà, in ballo c’è qualcosa di ben più profondo e decisivo per il futuro della Polonia, che poi rappresenta la frontiera avanzata di quell’Est sul quale l’Europa, al solito indirizzata dalla sua trazione tedesca, intende consolidare la propria presa: è la questione della gerarchia delle fonti giuridiche.

La Corte costituzionale, nel 2021, durante la fase egemonica dei sovranisti del Pis, sancì il primato del diritto nazionale su quello dell’Unione europea. Non si tratta di una sottigliezza da soli addetti ai lavori. Per dire: in Italia, che il principio della supremazia dell’Ue lo ha recepito, i magistrati hanno potuto utilizzare i regolamenti comunitari per ostacolare, ancorché cavillosamente, l’attuazione del protocollo con l’Albania sul centro per i migranti.

Al culmine dell’attrito con Varsavia, nel 2025, la Corte di giustizia europea stabilì che la Polonia aveva violato i suoi obblighi, spingendosi fino ad asserire che la Consulta nazionale non garantiva i necessari requisiti di indipendenza e imparzialità, essendo condizionata dalle nomine effettuate dall’esecutivo di destra. Quelle sparate a raffica dal governo attualmente in carica vanno bene, in quanto europeiste?

Lo scontro tra Varsavia e Bruxelles

Eccola, la vera posta in palio. È qui che, al conflitto di potere tra le cordate polacche – quella che oggi fa capo al presidente della Repubblica, il conservatore Karol Nawrocki, e quella di Tusk, che ha messo insieme una grossa coalizione con dentro liberali, centristi e socialdemocratici – si sovrappongono le mire di Bruxelles.

Depurata della fuffa, è una contrapposizione di natura imperialistica: c’è una periferia che rivendica la propria autonomia; e c’è un centro che, considerandola strategica, vuole assicurarsi di trattenerla nella sua orbita. Il fatto che l’Ue si fregi di esercitare influenza attraverso strumenti di soft power non cambia i termini del problema. Anche perché le forme di coercizione che essa sfrutta sono ben poco soft: i fondi negati all’Ungheria valevano circa 18 punti di Pil magiaro!

La crisi polacca e la vera ossatura del potere

Se non altro, nella brutalità in cui sono soggette a ricadere le sue immature liturgie istituzionali, la crisi della Polonia ha due evidenti pregi: smaschera il sepolcro imbiancato dell’Europa; e conferma l’importanza, nei sistemi politici occidentali, sempre più polarizzati e litigiosi, di non scontare l’opposizione della magistratura e dei giudici delle leggi. Non è un caso che anche i democratici Usa, già dall’era di Joe Biden, stiano provando a blindare la Corte Suprema, a costo di stiracchiare le regole e le prassi.

Aguzzate la vista: state osservando la vera ossatura del potere, che fuoriesce dal guscio di ciarpame con cui era stata imbellettata.

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