C’era un tempo, non troppo lontano, in cui l’Unione europea sembrava un docile strumento nelle mani di Berlino.
La Commissione europea, con i suoi burocrati in grisaglia, bene o male ha funzionato da mantello per nascondere la rinascita della potenza economica e militare della Germania, come disse il cancelliere Helmut Schmidt davanti al Consiglio della Bundesbank nel 1978. Ma il vento è cambiato e oggi la Germania di Friedrich Merz sembra guardare all’Unione europea con un misto di fastidio e arroganza, come un sovrano che, stanco del vassallo, decide di fare da sé. È una spaccatura profonda, che si nutre di interessi divergenti, antipatie personali e un momento storico che, tra guerre e minacce di dazi, mette la Germania di fronte alle sue scelte degli ultimi trent’anni.
Prendiamo il caso delle banche. L’Unione europea, con il suo sogno di un’unione dei capitali, spinge per concentrazioni bancarie, per giganti finanziari capaci di competere con Wall Street, accusando persino il governo di Roma di interventismo nel risiko bancario in atto nel nostro paese. Ma quando Unicredit ha provato a scalare Commerzbank, cercando di acquisire dimensioni maggiori, il governo Merz, per bocca del ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, ha detto un secco no, definendo l’approccio di Unicredit «non coordinato e ostile» e confermando la preferenza per proteggere interessi nazionali. Questa posizione riflette una crescente diffidenza verso le soluzioni europee, percepite come rischiose per la sovranità economica tedesca. Da Bruxelles, silenzio.
Sul riarmo, la musica non cambia. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, insiste per una difesa comune europea, un esercito unico che dia all’Ue un peso geopolitico. Ma la Germania procede per conto suo. Nel 2022 ha ordinato 35 caccia F-35 dagli Stati Uniti per 8,3 miliardi di euro, una mossa che rafforza l’arsenale nazionale ma snobba il progetto europeo di cooperazione militare. Alcune voci (smentite ieri da Berlino) in questi giorni parlano di un ulteriore ordine agli Usa per altri 15 aerei. Altro che «Safe», lo strumento di riarmo Ue criticato per l’opacità: Merz guarda a Berlino, non a Bruxelles.
Poi c’è il Green deal, il totem ecologista dell’Europa di Von der Leyen, guidato dalla socialista spagnola Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione e pasionaria verde. Ribera difende a spada tratta le normative ambientali che sono un misto di idealismo e follia burocratica. Ma al Bundestag, questa settimana, Merz ha risposto a muso duro a un deputato verde che lo incalzava sulla neutralità climatica: «Anche se domani l’Europa fosse a emissioni zero, il clima globale non cambierebbe di una virgola». È un affondo che smonta l’utopia verde dell’Ue che la stessa Germania ha spinto per costruire, un messaggio che ora piace all’industria tedesca, strangolata dai costi.
Sull’immigrazione, la divergenza è ancora più netta. L’Ue, con il suo Patto su migrazione e asilo, predica accoglienza e solidarietà, anche se con fatica. Ma Merz, pressato a destra da Alternative für Deutschland, ha scelto la linea dura. La Germania ha reintrodotto controlli alle frontiere con Polonia, Repubblica Ceca e Svizzera, suscitando proteste per una misura che, di fatto, sospende parzialmente il trattato di Schengen. A Francoforte sull’Oder, al confine con la Polonia, simbolo dell’Europa senza frontiere, ora sventola una bandiera polacca con la scritta «no immigrazione».
E poi ci sono i dazi, il nodo più spinoso. Ufficialmente, i negoziati sono tra Ue e Stati Uniti, con Von der Leyen e il commissario al commercio Maroš Šefčovič che cercano un’intesa per evitare la scure di Trump, che minaccia dazi al 25% sulle auto europee. Ma la Germania? Merz tratta in separata sede, come rivela il suo «cauto ottimismo» per un accordo bilaterale con Washington. «La Germania da sola non può ottenere nulla», ha detto al Bundestag, ma il messaggio sottinteso è che Berlino vuole un trattamento speciale, non mediato dall’Ue. Questa biforcazione non è solo politica, è esistenziale. Merz e Von der Leyen non si sopportano, si dice nei corridoi di Bruxelles. Compagni di partito nella Cdu, sì, e proprio per questo avversari. A dividerli c’è anche il ciclo politico: le elezioni tedesche del 2025 hanno premiato Merz, mentre quelle europee di otto mesi prima hanno dato a Von der Leyen una maggioranza fragile, scossa dal Pfizergate e dalla mozione di sfiducia respinta il 10 luglio 2025 con 360 voti contro 175. Anche Merz, in realtà, è in coalizione con i socialdemocratici, in patria. Ma a Berlino il cancelliere può agevolmente sventolare lo spettro di Afd in faccia alla Sps, ottenendone la disciplina. Il momento è eccezionale: la guerra in Ucraina, la pressione di Trump, la crisi economica tedesca senza precedenti che spinge Berlino a pensare prima a sé stessa. L’industria manifatturiera, spina dorsale della Germania, è in affanno e Merz non vuole regole europee che la soffochino ulteriormente. Ma questa spaccatura rischia di essere fatale all’attuale Commissione.
L’Unione europea, o i cocci che ne restano, è un gigante dai piedi d’argilla, che sta in piedi sino a che serve a Berlino. Merz, dunque, gioca la sua partita: protegge le banche tedesche, compra F-35, smonta il Green deal, chiude le frontiere, tratta con Trump. E Von der Leyen? Arranca, superando mozioni di censura ma perdendo pezzi della sua maggioranza. Oggi, per la Germania, l’Ue è più un intralcio che una sua estensione. E si sa, quando all’oratorio il proprietario del pallone se lo mette sottobraccio e si avvia verso casa, la partita finisce.
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