L’Ue: «Banche fallite? Tutta colpa dell’Italia»
  • La Commissione fa scaricabarile dopo che il Tribunale ha decretato che l’intervento del fondo di tutela per salvare Tercas non era aiuto di Stato. Margrethe Vestager: «I crac furono una scelta di Palazzo Koch». Peccato che su Etruria & C. fossimo sotto ricatto.
  • Enzo Moavero Milanesi al contrattacco: «Decideremo se chiedere i danni». Il ministro degli Esteri: «Sentenza importante, valutiamo azioni di risarcimento».

Lo speciale comprende due articoli.

Sono bastate poco più di 24 ore dalla pubblicazione da parte della Corte di giustizia europea della storica sentenza sulla vicenda Tercas per dare il via allo scaricabarile tra la Commissione europea e il nostro governo. Il commissario per la Concorrenza, Margrethe Vestager, ha negato ogni responsabilità dichiarando che «quello che ha fatto scattare la risoluzione delle quattro banche, tra cui Etruria, è stata una decisione di Bankitalia».

Una dichiarazione «tecnica» che probabilmente non nasconde solo un’autodifesa, ma anche motivazioni politiche: la Vestager infatti sarà con Emma Bonino e Guy Verhofstad nella rosa dei candidati dell’Alde alla prossima presidenza della Commissione, lista che sarà presentata oggi. E sempre ieri ha dato una nuova multa a Google da 1,49 miliardi per abuso di posizione dominante con Adsense.

Riepiloghiamo per dovere di cronaca. Nella giornata di martedì, i togati europei rendono noto che i 330 milioni stanziati a luglio 2014 dal fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) per ripianare il «buco» di Banca Tercas non possono essere considerati un aiuto di Stato. Questa era infatti l’accusa comunicata a febbraio del 2015 dalla Commissione per mezzo di una letterina vergata dalla Vestager. Tercas era stata posta da Banca d’Italia sotto amministrazione straordinaria nel 2012 e il salvataggio da parte del fondo era stato invocato dal commissario dell’istituto.

Secondo Bruxelles, per il solo fatto che tra i compiti del Fitd rientra la tutela dei depositi, il ripianamento dei conti dell’istituto costituiva una violazione della normativa sugli aiuti di Stato. Dopo il warning della Commissione, il Fitd fu costretto a «inventarsi» un meccanismo per aggirare l’ostacolo: Tercas restituì le somme alle banche contributrici, le quali a loro volta riversarono gli aiuti in un neonato fondo volontario per girarli nuovamente alla banca in difficoltà.

La pronuncia di martedì chiarisce che il primo schema di aiuti del Fitd non si può configurare in alcun modo come distorsivo della concorrenza. Prima di tutto perché il fondo, anche se si basa su un’adesione obbligatoria, è comunque un consorzio privato. Secondo, non è possibile dimostrare che il mandante dell’operazione fosse il nostro esecutivo. La Corte ha stabilito che «il Fitd ha agito in modo autonomo», rimproverando alla Commissione di non avere fornito prove che «i fondi concessi a Tercas a titolo dell’intervento di sostegno del Fitd fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane».

Cosa c’entrano in questa vicenda le quattro banche andate incontro a risoluzione nel novembre del 2015 (Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Carife) lo spiegò il presidente del Fitd, Salvatore Maccarone, intervenuto a fine 2017 in commissione Banche. L’approccio della Commissione, disse, «ha avuto un’influenza nefasta sulla possibilità di intervenire nei confronti delle quattro banche, perché si è sviluppata quando il meccanismo di intervento per le quattro banche era già in fase avanzata». Tradotto, l’ostruzionismo della Commissione fece perdere tempo prezioso.

La versione della Vestager non regge. È vero che materialmente fu Banca d’Italia il 21 novembre 2015 a dare il via al processo di risoluzione degli istituti in crisi. Così come corrisponde a realtà il fatto che fu sempre Via Nazionale a dare vita, appena tre giorni prima, al fondo nazionale di risoluzione, al quale il decreto Salvabanche dichiara di fare ricorso. Tuttavia, lo spirito della vicenda Tercas aleggiava minaccioso nelle ore febbrili che condussero alla drammatica decisione. Non a caso il decreto legge 183 del 22 novembre 2015 cita una comunicazione della Commissione europea risalente al 2013, nella quale Bruxelles cita tra le misure che possono essere considerate aiuto di Stato anche gli interventi effettuati da un sistema di garanzia dei depositi (proprio come il Fitd) allo scopo di ristrutturare le banche.

Ieri, fonti interne a Palazzo Koch hanno smentito la Vestager e fatto sapere che la posizione assunta dalla Commissione a fine del 2015 rese impraticabile l’intervento preventivo del Fidt anche per le quattro Popolari poi messe in risoluzione. In quell’occasione, la Commissione avrebbe ribadito la posizione già assunta ad agosto 2015, con la quale aveva vietato di attivare il Fidt per Carife e Banca Marche.

Qualcuno in queste ore obietta: perché il governo e Bankitalia non hanno deciso di forzare comunque la mano? La spiegazione la dà il Mef. «Qualora si fosse proceduto con gli interventi prospettati da parte del Fitd, senza notificarli preventivamente alla Commissione», si legge nel dossier di Via XX Settembre dedicato al tema, «il rischio che gli stessi fossero dichiarati incompatibili con il quadro normativo europeo sugli aiuti di Stato o con la Brrd (il bail in, ndr) con conseguente obbligo di restituzione, come avvenuto nel caso Tercas, avrebbe comportato anzitutto l’impossibilità di trovare terzi acquirenti».

Tradotto, la scelta di sfidare l’Ue avrebbe avuto conseguenze disastrose: l’Italia si sarebbe trovata obbligata a restituire le somme versate, innescando una crisi di proporzioni immani. Se il primo a chinare il capo di fronte a Bruxelles fu il governo guidato da Matteo Renzi o Banca d’Italia, questo è materia per una commissione d’inchiesta. Ma negando il ricatto, oggi la Vestager mente sapendo di mentire.


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