La regola europea che ci condanna a non poter crescere
Ansa
La Commissione Ue vede di cattivo occhio le politiche espansive per astruse equazioni economiche sul nostro Pil potenziale.

Mentre continua il dialogo con l’Unione europea circa relativamente pochi miliardi di euro, vale a dire la difficoltà a spendere (non meno di quanto si toglie all’economia italiana attraverso la tassazione a causa del peso degli interessi sui titoli del debito pubblico), pare stiano sfuggendo alcuni fattori di estrema importanza che potrebbero modificare radicalmente il senso di quel dialogo stesso.

Infatti, prima ancora che per il peso del debito – che sembra ostacolare l’unica politica capace di ridare slancio all’economia in una situazione come l’attuale, vale a dire una spesa pubblica al netto degli interessi maggiore del gettito tributario – la Commissione (e, come vedremo anche il nostro dipartimento del Tesoro) ritiene che l’economia italiana non possa e non debba crescere ulteriormente a causa dell’avvenuto raggiungimento del cosiddetto prodotto interno lordo potenziale: in altri termini, avendo l’Italia raggiunto – in base alle loro equazioni macroeconomiche – il pieno impiego dei fattori, ogni ulteriore incremento sarebbe dannoso e meramente inflattivo.

Le equazioni utilizzate dalla Commissione, al proposito, sono infondate e rappresentano uno stravolgimento della originaria teoria del compianto Arthur Melvin Okun (a suo tempo membro dello staff dei consiglieri del presidente J.F.Kennedy) che aveva, prima, definito il concetto di prodotto potenziale come quel livello che veniva raggiunto assorbendo tutte le risorse disoccupate (evento auspicabile e oggetto degli obiettivi di politica economica); poi, stimato il livello di disoccupazione «strutturale» sotto il quale non si poteva andare. Ai suoi tempi, in modo molto empirico, tale livello venne stimato al 4%.

Nel nostro caso di oggi (e di qualche lustro scorso), il dato della Commissione che determina uno dei due parametri che indicano a quale livello un’economia deve rimanere bloccata (l’altro riguarda il «capitale» o, più esattamente, la tecnologia), viene ricavato in base alle serie storiche: come dire, siccome in Italia abbiamo quasi sempre avuto una forte disoccupazione, allora il modello macroeconomico prescrive che ce la dobbiamo tenere.

Dal 1990 al 1993 – quale direttore generale al ministero del Lavoro – ero responsabile delle elaborazioni dei dati della disoccupazione (un indicatore non troppo attendibile perché, dicevamo al ministero e all’Istat, «complesso» ovvero fortemente influenzato da valutazioni soggettive e altri interessi): ma, con i parametri di allora, oggi avremmo oltre 6 milioni di disoccupati in Italia, cioè il 22-23% della forza lavoro disponibile. La situazione del Mezzogiorno d’Italia e di altre zone meno ricche può esser definita di piena occupazione? E, se no, allora il parametro utilizzato nei modelli econometrici della Commissione, non è corrispondente alla situazione: è erratico.

L’altro parametro, quello relativo alle tecnologie, appare, oggi, ancora più astruso: le tecnologie disponibili e immediatamente applicabili nei processi produttivi, sono portatrici di un efficientamento eccezionale (come si sostiene quando, da un’altra zona della testa, si parla di industria 4.0, robotizzazioni eccetera). I nostri tecnici del ministero dell’Economia e delle Finanze – dipartimento del Tesoro, Il calcolo del Pil potenziale e del saldo di bilancio corretto per il ciclo, aprile 2013 – hanno dovuto faticare parecchio per adattare all’Italia gli astrusi parametri della Commissione, ma ci sono riusciti, a pagina 7 del citato documento: «Al fine di evitare di discostarsi troppo dai risultati della Commissione, si è pertanto scelto di abbandonare i parametri di inizializzazione».

Come dire, recepiti i (pur inadattabili) parametri della Commissione e modificatili in corso d’opera, siamo riusciti a rientrare negli obiettivi di considerare: a) non comprimibile – se non minimamente – il nostro tasso di disoccupazione; b) virtualmente insignificante l’apporto potenziale dell’adattamento tecnologico. Ah, dimenticavo, in base al modello della Commissione, dai nostri esperti recepito, si apprende che, in Italia, c’è la concorrenza perfetta!

Questa è la matrice dei nostri problemi; poi si aggiungono il freno alle politiche di spesa pubblica dovuto alla crescita del debito. Certo, ma se il tasso di crescita del Pil non può superare quello degli interessi, è logico che siamo condannati a uno sviluppo insufficiente e ad una strutturalizzazione degli squilibri finanziari.

Ultima considerazione: il Trattato di Lisbona (all’articolo 128) disciplina la creazione della moneta a debito e parla di banconote aventi corso legale in tutta l’Unione (per questo le banche centrali nazionali si sono impegnate a cedere tale titolarità alla Bce); ma niente vi si dice della moneta non a debito, vale a dire di «statonote» o biglietti di Stato che possano circolare solo in Italia, non siano convertibili, ma ci si possano pagare le tasse. Non a debito significa che hanno lo stesso segno algebrico delle tasse e, quindi, usati con moderazione e buon senso, consentirebbero di ridurre le tasse, aumentare la spesa (e il benessere dei cittadini) migliorando – questo ci preme sottolineare – i conti pubblici. Su questo, visto che la Camera dei deputati ha approvato il 30 maggio lo strumento affine e utilissimo dei «minibot», non si potrebbe aprire un dibattito fra persone qualificate che forniscano un parere ai massimi esponenti delle istituzioni e della politica?

Da non perdere

Da Berlino a Parigi, l’euro traballa di nuovo
Europa a pezzi

Da Berlino a Parigi, l’euro traballa di nuovo

Il leader della sinistra francese Mélenchon vuole cancellare il debito detenuto dalla Bce (come la Lega nel 2018), violando le regole. Anche Le Pen, l’altra papabile per l’Eliseo, è euroscettica. E il primo partito tedesco parla apertamente di uscita dalla valuta comune.

La Spagna ne fa una giusta e molla il Pnrr
Europa a pezzi

La Spagna ne fa una giusta e molla il Pnrr

Madrid ha deciso di rinunciare al 75% dei prestiti di Bruxelles: ha utilizzato solo 21,5 miliardi degli 83 inizialmente prenotati Meglio emettere titoli di Stato, tagliando vincoli e burocrazia Ue. Ed evitando, per esempio, di alzare le accise sui carburanti.

Mille denunce di molestie in Commissione Ue
Europa a pezzi

Mille denunce di molestie in Commissione Ue

Nell’inchiesta di «Politico» emerge un clima tutt’altro che idilliaco tra urla, umiliazioni pubbliche e burocrazia che snerva Sulle segnalazioni, Bruxelles sostiene: «Tanti casi perché il personale ha frequentato corsi che hanno generato consapevolezza».

Ora basta, l’Italia chiude le frontiere
Europa a pezzi

Ora basta, l’Italia chiude le frontiere

Il Viminale blinda i confini marittimi e aerei con la Spagna dopo l’invasione di 50.000 marocchini a Ceuta, dove la gente si è ribellata contestando il premier iberico che ha regolarizzato un milione di clandestini. Ue di traverso: la sospensione di Schengen va giustificata.