La Meloni aspetta, pronta ad alzare la posta
Giorgia Meloni (Getty images)
I veti della vigilia cadono, ora si tratta e l’Italia lo fa da posizione di forza: il premier si farebbe persino negare al telefono al Ppe. Più che la leader di Fdi, il problema sarebbero gli alleati. Spunta un’idea fantasiosa ma non troppo: Antonio Tajani successore di Ursula von der Leyen.

Giorgia Meloni arriva a Bruxelles preceduta da una sfilza di dichiarazioni di riconciliazione da parte dei leader europei: la linea dura dell’altro ieri in Parlamento qualcosa ha prodotto, quantomeno in termini di rispetto nei confronti dell’Italia. L’arroganza della vigilia lascia spazio al realismo del momento in cui inizia la partita, ed ecco che da pericolosa estremista Giorgia diventa oggetto di corteggiamenti spietati da parte di molti leader, ai quali fanno gola i suoi voti, sia quello come premier in Consiglio europeo sia quelli del suo gruppo all’Eurocamera. Lei, che sa benissimo che l’accordo che l’ha vista esclusa è fragilissimo, fa la preziosa e pure l’offesa: nessuno ha smentito che, infuriata, non abbia risposto al telefono al primo ministro greco e negoziatore del Ppe Kyriakos Mitsotakis (conoscendo il caratterino della Meloni, è già molto che non l’abbia bloccato su whatsapp). La partita delle nomine dei vertici della nuova Commissione, del Consiglio e del Parlamento è ancora tutta da giocare, non c’è solo il nodo italiano da sciogliere, e la Meloni può permettersi di restare in attesa degli eventi, valutare attentamente le proposte che le vengono rivolte, e decidere cosa fare al tavolo del Consiglio senza avere obblighi con nessuno. I nomi sul tavolo, decisi da Popolari (Ppe), Socialisti (S&d) e Liberali (Renew), sono quelli di Ursula von der Leyen (Ppe) alla presidenza della Commissione, Antonio Costa (Pse) al Consiglio e Kaja Kallas (Renew) alto rappresentante per la Politica estera. Roberta Metsola, del Ppe, è stata indicata per un secondo mandato alla presidenza del Parlamento europeo. «Mi aspetto che questa», dice al suo arrivo al Consiglio europeo il presidente della Slovacchia, Peter Pellegrini, «sarà per la prima volta una discussione dura: ho già presentato le mie riserve su Kallas e su Costa. Nessun cambiamento nemmeno lì». Considerato il «no» secco di Viktor Orbán, che reputa «vergognoso» l’accordo del tripartito, è chiaro sin dal primo pomeriggio che la quadra da trovare è assai complicata. La Meloni potrebbe anche differenziare i suoi voti, magari dicendo sì alla von der Leyen e astenendosi su Costa e Kallas. A far tremare le vene ai polsi di Ursula arriva pure Fulvio Martusciello, capodelegazione di Forza Italia al Parlamento europeo esponente autorevolissimo del Ppe e braccio destro di Antonio Tajani: «I Socialisti», dice Martusciello, «si preparano a impallinare Ursula von der Leyen a scrutinio segreto. Quando la segreteria del Partito democratico provocatoriamente apre ai Verdi e dice no ad Ecr, parlando da un pulpito di minoranza come se fosse maggioranza, allora è chiaro che a scrutinio segreto si preparano a votarle contro. O la maggioranza si rafforza con l’entrata di Ecr (i Conservatori dei quali fa parte Fdi, ndr)», aggiunge Martusciello, «o è chiaro che i Socialisti tenteranno di far scendere von der Leyen sotto soglia». La soglia di cui parla il capodelegazione berlusconiano è quella fissata a quota 361: un voto in meno e a luglio, quando la nomina decisa dal Consiglio passerà al vaglio dell’Eurocamera, Ursula salta, e con lei tutto il pacchetto. Al momento, i tre partiti di maggioranza hanno poco meno di 400 voti, ma considerando i tanti malumori e il voto segreto siamo molto lontani dall’asticella della tranquillità. E qui spunta il «sogno» di Fi: portare sulla poltrona più importante della Commissione Antonio Tajani. Ipotesi fantasiosa, certo, ma in politica tutto è possibile. Così come, in politica, non tutti i mali vengono per nuocere: quando infatti l’ex primo ministro ed esponente del Pis, Mateusz Morawiecki, dice a Politico che il suo partito sta valutando di lasciare i Conservatori per entrare in un gruppo con Orbán la sensazione è che al danno numerico (Pis ha 20 eurodeputati) farebbe da contraltare un vantaggio politico, così come accadrebbe se anche gli spagnoli di Vox lasciassero i Conservatori. A quel punto, Ecr finirebbe per coincidere più o meno con Fratelli d’Italia, e sarebbe molto più semplice convincere gli irriducibili del «mai con la destra» che i voti dei meloniani, oltre che essere sostanzialmente indispensabili per evitare brutte sorprese, sarebbero pure quelli di una forza di centrodestra europeista, atlantista e moderata come è il partito del nostro premier. Lo dice con molta chiarezza Mark Rutte, premier olandese uscente e nuovo segretario generale della Nato, arrivando a Bruxelles: «La premier Giorgia Meloni», argomenta Rutte, «non è stata esclusa. Il fatto è che Ecr, che è il partito a cui appartiene il partito di Giorgia Meloni, non è coinvolto in queste discussioni perché non è accettabile per altri partiti e parti di altre coalizioni. Questo è un dato di fatto, è un vero peccato e dobbiamo fare in modo che anche l’Italia si senta ben rappresentata nella nuova Commissione e non solo». Insomma, la Meloni va bene, il suo gruppo no. Viene da pensare che queste dichiarazioni siano l’ennesimo tentativo di staccare Giorgia dalle destre europee. La notte delle trattative è lunga e piena di insidie: stamattina sapremo se il castello costruito dal tripartito avrà retto alle scosse. Se pure così fosse, il voto del parlamento europeo, previsto per il 18 luglio, sarebbe comunque da brividi.

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