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Alice Weidel e Marine Le Pen (Ansa)

A ottobre Marine Le Pen, alla guida del primo partito francese, e Alice Weidel, leader della prima forza politica tedesca nei sondaggi, hanno presentato, ad appena una settimana di distanza l’una dall’altra, la loro idea di Unione europea.

Tra le due formazioni, entrambe classificate come «ultradestra», i punti in comune non sono pochi e si potrebbero riassumere nello slogan «meno Europa, più Stato». Entrambe vogliono una Commissione ridotta a segreteria al servizio dei governi, con il Consiglio europeo come vero centro decisionale.

Entrambe dicono no alla mutualizzazione dei debiti e a un’unione permanente dei trasferimenti. Entrambe chiedono un bilancio Ue più magro: Le Pen vuole limitare il contributo netto francese a 5 miliardi l’anno, contro gli 8 del 2024; Weidel punta ad abolire le risorse proprie legate a Iva e plastica. Comuni sono anche il rifiuto del Green deal e la richiesta di aprire un negoziato con Mosca.

Bce, lo scontro tra Parigi e Berlino sul ruolo della moneta unica

Esiste però un punto cruciale su cui le due visioni si scontrano. Un conflitto intorno a cui si giocherà il futuro del Vecchio continente: il ruolo della Banca centrale europea.

Per Weidel l’Eurotower deve occuparsi soltanto della stabilità dei prezzi, smettere di finanziare in modo indiretto i debiti pubblici e dare più peso alle economie maggiori, in proporzione alle quote di capitale.

Per Le Pen, invece, la Bce deve rivedere la propria strategia e dare più importanza a crescita, occupazione e innovazione. Tradotto: sostenere gli Stati e tenere bassi gli interessi sui titoli pubblici.

Lo scontro tra Berlino e Parigi è destinato a esplodere, in realtà, a prescindere da chi guiderà i due Paesi, per via delle condizioni oggettive in cui versano.

Francia in bilico tra debito, spread e austerità: l’ombra del 2011

La Francia è un Paese debitore. Nel 2025, secondo l’Insee, ha chiuso con un deficit pubblico al 5,1% del Pil e un debito al 115,7%, tre punti in più in un anno.

La spesa per interessi è arrivata a 64,7 miliardi, l’11,2% in più rispetto al 2024. Al deficit dei conti pubblici si somma quello con l’estero: le partite correnti sono in rosso per 11,6 miliardi, la bilancia dei beni per 58 miliardi e la posizione patrimoniale netta sull’estero è a -29,7% del Pil.

Sono i deficit gemelli: lo Stato spende più di quanto incassa, il Paese consuma più di quanto produce. A Parigi serve una Bce che sostenga il debito, perché ogni punto di spread si traduce in miliardi di interessi.

La Germania, invece, sta dall’altra parte del tavolo. Nonostante la crisi industriale, nel 2025 ha registrato un surplus delle partite correnti di circa 203 miliardi, il 4,5% del Pil, ed esportato capitali netti per 263 miliardi. Chi presta vuole essere ripagato in una moneta che non perda valore: la stabilità dei prezzi, storica fissazione teutonica, fa gli interessi di Berlino.

Intanto a Francoforte ci si muove. Il 29 ottobre Christine Lagarde ha rassegnato le dimissioni: lascerà la presidenza della Bce il 7 febbraio 2027, quasi nove mesi prima della scadenza naturale. In corsa per la successione ci sono lo spagnolo Pablo Hernández de Cos e l’olandese Klaas Knot, entrambi ricevuti nei giorni scorsi da Friedrich Merz.

La rotta tedesca è quella che oggi prevale

La rotta, per ora, resta quella tedesca: a ottobre l’Eurotower ha lasciato i tassi al 2,5%, ma si prepara a una stretta a dicembre. Il mandato dell’istituto, inoltre, è scritto nei Trattati: cambiarlo richiede l’unanimità. Tuttavia, le mosse per tagliare fuori Le Pen dalla scelta dei nomi non eliminano i problemi strutturali.

Non a caso, nelle ultime settimane in molti si chiedono se non sarà proprio la Francia a far saltare l’eurozona.

A ottobre lo spread tra Oat e Bund ha superato i 175 punti base, il livello più alto da novembre 2011, con il decennale francese al 5,14%, massimo dal 2002. E il 57% del debito pubblico di Parigi è in mano a investitori esteri, pronti a vendere al primo segnale di sfiducia.

L’analogia con l’Italia del 2011: Draghi e Trichet

L’analogia con l’Italia del 2011 è evidente: anche allora deficit pubblico e deficit con l’estero camminavano insieme, e la risposta fu una stagione di austerità imposta dall’esterno (i lettori ricorderanno la letterina Trichet-Draghi).

In Francia, però, sarà arduo far digerire misure lacrime e sangue. Le proteste di piazza hanno già complicato l’approvazione del bilancio, e l’obiettivo di riportare il deficit al 5% nel 2027, comunque due punti sopra il tetto del 3%, appare sempre più fragile. E con le presidenziali alle porte e Le Pen oltre il 30% nei sondaggi, nessuno vuole intestarsi i tagli.

Lo scontro tra Berlino e Parigi, dunque, è solo questione di tempo.

Se la Bce resta fedele all’ortodossia tedesca, la Francia, senza scudo e con le piazze in fiamme, finisce stretta tra spread e rivolta: la moneta unica tornerebbe a traballare e una stagione di austerità, con la relativa repressione sociale, spingerebbe l’elettorato francese verso posizioni ancora più radicali, al punto da far sembrare Le Pen una moderata. Jean-Luc Mélenchon, suo avversario all’estrema sinistra, propone di cancellare il 20% del debito pubblico detenuto dalla Bce.

Se invece Francoforte si piega alle esigenze dei debitori, potrebbe essere la Germania, magari con un governo a guida Afd, a decidere che l’euro non le conviene più.

L’Italia tra Berlino e Parigi: il governo può giocare un ruolo di mediazione

E l’Italia? Passata dai deficit gemelli a un surplus commerciale strutturale, pagato con pesanti costi sociali, sui conti con l’estero oggi è in una posizione simile alla Germania; per l’elevato debito pubblico, però, avrebbe più margini di bilancio con una Bce accomodante.

Un governo di centrodestra potrebbe fare da mediatore e giocare la sua partita dentro questo scontro. Più difficile che ci riesca la sinistra, se tornasse alla guida del Paese: non solo per appartenenza politica, ma per essersi sempre rifiutata di vedere le fragilità della moneta unica.

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