2023-05-25
Pechino (iStock)
Una recente indagine a Prato ha messo in luce un sistema di reti finanziarie parallele, che regolano i pagamenti senza spostare denaro. Sulla base della fiducia tra i membri.
Per gli investigatori non si trattava di una semplice rete di riciclaggio, ma di una vera e propria infrastruttura finanziaria parallela capace di mettere in comunicazione organizzazioni mafiose italiane, narcotrafficanti internazionali e una parte del tessuto imprenditoriale cinese del distretto tessile di Prato.
È questo il quadro che emerge dall’ordinanza di applicazione di misura cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Firenze nell’ambito di un’inchiesta che descrive l’esistenza di una sofisticata «banca illegale» in grado di movimentare tra gli 80 e i 100 milioni di euro tra Italia, Spagna, Belgio, Germania, Olanda e Portogallo. Secondo l’accusa, al vertice dell’organizzazione vi sarebbe stato Keke Pan, cittadino cinese residente nell’area pratese, indicato come promotore e coordinatore di una struttura stabile composta da decine di persone con ruoli ben definiti: dirigenti, contabili, collettori, corrieri e broker incaricati di reperire clienti nel mondo del narcotraffico. Attorno a lui operava una rete composta prevalentemente da cittadini cinesi, ma anche da soggetti albanesi ritenuti vicini ai circuiti internazionali della droga.
L’elemento centrale dell’indagine è l’utilizzo del sistema «hawala», un meccanismo informale di trasferimento di denaro diffuso in diverse aree del mondo che consente di effettuare pagamenti internazionali senza il passaggio attraverso il sistema bancario tradizionale. Attraverso questo sistema, secondo gli investigatori, le organizzazioni criminali italiane potevano pagare i fornitori di droga all’estero senza dover trasportare fisicamente ingenti quantità di denaro oltre confine. In questo contesto, le imprese cinesi del comparto tessile ottenevano grandi disponibilità di contante non tracciato da utilizzare per la propria attività commerciale.
Il meccanismo descritto dagli inquirenti appare relativamente semplice ma estremamente efficace. I clan o i narcotrafficanti consegnavano denaro contante ai corrieri dell’organizzazione. Il denaro veniva trasportato a Prato e affidato ai cosiddetti «collettori», che avevano il compito di individuare aziende tessili disposte a ricevere le somme. Le imprese utilizzavano il contante per le proprie attività economiche mentre, attraverso la rete «hawala», i fornitori di droga presenti in Spagna, Belgio o Olanda ricevevano l’equivalente dell’importo dovuto. In questo modo il pagamento della sostanza stupefacente avveniva senza alcun movimento bancario e senza che il denaro attraversasse materialmente le frontiere.
L’ordinanza dedica ampio spazio alla struttura interna dell’organizzazione. Tra le figure considerate centrali compaiono Lorenzo Dei Meneghetti, ora detenuto in Colombia da dove rifiuta di essere espatriato, indicato come responsabile della rete dei corrieri tra Italia, Spagna e Portogallo; Baidong Li e Yufei Chen, ritenuti responsabili della contabilità e dei rapporti con le aziende coinvolte; Vincenzo Croma, definito dagli investigatori il principale corriere operativo in Italia; oltre a diversi collettori incaricati di reperire le imprese tessili destinatarie del denaro. Le basi operative individuate dagli investigatori si trovavano principalmente a Prato. L’ordinanza cita in particolare alcune abitazioni e la Locanda «Le Tre Ville», indicata come luogo di incontro, pianificazione e raccolta del denaro. Secondo il Gip, l’organizzazione disponeva inoltre di telefoni criptati, veicoli predisposti per l’occultamento del contante e una rete logistica in grado di operare contemporaneamente in diversi Paesi europei.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta riguarda i rapporti con la criminalità organizzata italiana. Le contestazioni descrivono numerosi episodi nei quali il sistema sarebbe stato utilizzato per favorire il pagamento di forniture di droga da parte del cosiddetto clan Briganti, ritenuto una delle articolazioni della Sacra Corona Unita operante nel quartiere «167» di Lecce. Secondo l’accusa, gli appartenenti al clan avrebbero consegnato decine di migliaia di euro in contanti all’organizzazione di Prato affinché provvedesse al trasferimento finanziario delle somme verso la Spagna, dove si trovavano i fornitori degli stupefacenti. Le pagine dell’ordinanza elencano numerosi episodi specifici. In alcuni casi vengono contestati trasferimenti da 30.000, 40.000, 45.000, 50.000 e 60.000 euro destinati al pagamento di partite di droga. Le somme sarebbero state raccolte in Puglia, trasportate a Prato e successivamente redistribuite attraverso il circuito delle imprese tessili. Diversi episodi coinvolgono aziende o negozi situati a Madrid, Siviglia, Valencia, Alicante e Malaga, città che emergono come snodi fondamentali della rete internazionale.
Ancora più significativo appare il collegamento con la ‘ndrangheta. L’ordinanza descrive infatti diversi episodi che avrebbero coinvolto la cosca Fiarè-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona, nel Vibonese. Anche in questo caso il denaro proveniente dalle attività illecite sarebbe stato affidato ai corrieri della rete pratese per essere successivamente utilizzato nel sistema «hawala» e destinato al pagamento di forniture di stupefacenti in Spagna. In alcuni episodi vengono citate somme superiori ai 120.000 euro. L’inchiesta evidenzia inoltre il ruolo svolto da broker albanesi ritenuti collegati ai principali circuiti europei del narcotraffico. Tra questi figura Armand Kollcaku, soprannominato «Caffè», descritto come intermediario incaricato di procurare clienti interessati ai servizi finanziari dell’organizzazione. Accanto a lui compaiono altri soggetti albanesi che avrebbero operato tra Italia, Germania, Belgio e Spagna, facilitando i rapporti con i fornitori di cocaina e altre sostanze stupefacenti.
Secondo il Gip, la forza dell’organizzazione risiedeva proprio nella capacità di unire mondi criminali diversi. Da una parte i clan mafiosi e i narcotrafficanti avevano bisogno di un sistema sicuro per pagare la droga senza esporsi ai rischi del trasporto internazionale di denaro. Dall’altra alcune aziende del distretto tessile avevano necessità di reperire grandi quantità di contante non tracciato per alimentare un’economia parallela basata su transazioni informali e pagamenti in nero. La rete avrebbe quindi rappresentato il punto di incontro tra queste esigenze, trasformando il distretto pratese in una piattaforma finanziaria clandestina al servizio del crimine organizzato transnazionale. Le accuse contestate comprendono associazione per delinquere, riciclaggio, impiego di denaro di provenienza illecita, abusiva prestazione di servizi di pagamento e violazione della normativa bancaria.
Al di là degli aspetti giudiziari, il documento fotografa un fenomeno che va ben oltre il singolo procedimento penale: l’esistenza di una rete economica sommersa capace di collegare il cuore manifatturiero del pronto moda italiano con alcune delle più importanti organizzazioni criminali operanti in Europa. Se le accuse troveranno conferma nel corso del processo, l’indagine della Procura di Firenze potrebbe rappresentare una delle più significative ricostruzioni mai effettuate in Italia sul rapporto tra economia sommersa, finanza clandestina e narcotraffico internazionale.
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MIchele Serra (Ansa)
Michele Serra e Aldo Cazzullo difendono Michele Mari, accusato di «lesa Murgia». Lo farebbero con tutti? Intanto lo Strega lo tiene in gara.
Le terribili parole sessiste sarebbero state udite dalla scrittrice Teresa Ciabatti, e - vere o meno - sono finite sui giornali. «Non ho mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mi sarei permesso», dice Mari a Repubblica. Il tribunale woke, però, è apparentemente inflessibile.
E conta fino a un certo punto che la Fondazione Bellonci, che gestisce lo Strega, ieri sera abbia confermato che lo scrittore resta in gara: «L’ipotesi di escluderlo non è consentita dal regolamento». Perché secondo i bene informati, l’editore Einaudi che pubblica il romanziere sta provando a trattare, ma dal trionfo annunciato sarà già tanto se si arriverà a una dignitosa sconfitta: il premio Strega è diventato premio Caccia alle Streghe. Insomma la santa inquisizione progressista si è messa in moto, e Mari potrebbe persino essere innocente, ma non importa più: come nei più efferati regimi, basta il pettegolezzo, il venticello del sospetto, e si diventa comunque colpevoli.
Come sempre accade, i toni degli articoli sui quotidiani che contano (Corriere, Repubblica e un po’ La Stampa, quelli frequentati dal bel mondo letterario) sono duri. Il Corriere ha ospitato un commento indignato di Bianca Pitzorno che se la prende con gli «scrittori maschi», rei di giudicare le colleghe «per l’aspetto», come se fossero tutti uguali e tutti colpevoli in quanto uomini. Di nuovo, sono riflessi condizionati, bagatelle per un massacro annunciato.
Stavolta, tuttavia, c’è anche qualcosa di estremamente diverso. Ci sono, dicevamo, le passioni ribollenti del linciaggio che si scatena ogni volta che il maschio bianco finisce nel tritacarne. Ma c’è anche un diffuso imbarazzo che s’accompagna al silenzio. E, soprattutto, c’è una sorprendente e inedita ondata di dissenso garantista. Se le cronache dei quotidiani sono tendenzialmente ruvide, i commenti delle grandi firme sono straordinariamente benevoli.
Michele Serra, per esempio. «Non sono tra quelli che pensano che non si può più dire niente, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato politicamente corretto», scrive. «Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Capito? Censurare va bene, ma con giudizio. Se si dovesse oscurare un orrendo sionista o un fascista, suggerisce Serra, non ci sarebbero problemi. Ma con uno dei buoni, con un venerato maestro come Mari, perbacco, bisogna usare un metro differente. La pensa così anche Aldo Cazzullo, che lamenta il «dileggio preventivo e sistematico» e la fine della privacy. «Le parole di Mari, sbagliate o meno, condivisibili o no, erano parole private», dice Cazzullo. «Pronunciate in una conversazione privata. Ora, non dico che sia bello dire una cosa in privato e il suo contrario in pubblico. Non nego che per un personaggio pubblico, com’è uno scrittore favorito per lo Strega, sia difficile mantenere una propria considerazione nella sfera privata. Però insomma tra privato e pubblico un minimo di diaframma dovrebbe essere salvaguardato». Ah, molto interessante. Quindi la prossima volta che un agente provocatore di Fanpage o di La7 si infiltrerà in una manifestazione di destra il Corriere invocherà il rispetto della privacy? La prossima volta che Vannacci parlerà del femminicidio si invocherà il rispetto delle opinioni diverse?
Il punto è esattamente questo. Michele Mari è innocente fino a prova contraria. E anche se avesse effettivamente detto ciò che lo accusano di aver detto, non si capisce perché dovrebbe essere bandito dallo Strega. Ma siamo certi che se al suo posto ci fosse stato un altro autore, magari non pubblicato da Einaudi e non annoverato fra i grandi nomi del salottino buono della cultura italica, a quest’ora sarebbe già stato crocifisso in sala mensa, i giornali gronderebbero commenti feroci, i social traboccherebbero di insulti. Invece, guarda un po’, stavolta c’è persino chi - su Facebook - avanza teorie del complotto: Mari era favorito e lo hanno fatto fuori, la Ciabatti ha scritto un libro sulla Murgia che così otterrà grande risalto... Dietrologie che altrimenti sarebbero derise.
Se c’è da imporre il patentino antifascista a una fiera o da insultare chi devia dall’ortodossia progressista, il circolino intellettuale si compatta. Ma se un esponente di spicco del giro che conta finisce sulla graticola, tocca giustificare, difendere, puntualizzare. E, stavolta più che mai, lo si può lasciare in gara essendoci in ballo Einaudi e lo Strega. Dopo tutto, sosteneva Thomas Bernhard, ritirare un premio letterario è come farsi cagare in testa. E proprio per questo tanti scrittori sono pronti a tutto per vincere. O per far vincere il proprio editore di riferimento.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Con i suoi finanziamenti, Bruxelles dà un indirizzo politico allo sviluppo di industrie, tecnologie e filiere. Un ruolo che spetterebbe ai leader degli Stati, votati dal popolo.
Il tempo stringe e la discussione sul quadro finanziario pluriennale europeo si fa serrata. Il confronto sul nuovo quadro 2028-2034, cioè il bilancio di lungo periodo della Ue che fissa per sette anni i tetti di spesa e le priorità generali, è in cima all’agenda politica europea ed è stato discusso anche al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno scorso.
Intanto, però, ci sono gli scampoli del vecchio quadro finanziario pluriennale 2021-2027, di cui il bilancio 2027 presentato il 10 giugno scorso dalla Commissione è espressione.
Le cifre principali sono notevoli, ovvero 199,9 miliardi di euro di impegni e 212 miliardi di euro di pagamenti. Gli impegni sono la spesa promessa, cioè le somme che la Ue si autorizza ad assegnare, contrattare o destinare a un programma, mentre i pagamenti sono la cassa effettiva, ovvero il denaro che effettivamente viene speso nell’anno.
Un progetto può essere approvato nel 2027 e pagato in più anni. Quindi, quando la Ue assume l’obbligo registra un impegno, e quando versa materialmente i soldi registra un pagamento. Nel 2027 i pagamenti supereranno gli impegni perché l’ultimo anno del quadro finanziario porta con sé diverse uscite legate a decisioni prese negli anni precedenti.
Osservare la distribuzione delle risorse è molto utile a mostrare la gerarchia reale del bilancio. La voce più grande nel bilancio 2027 è ancora «Coesione, resilienza e valori», con circa 75,8 miliardi di impegni e 81,8 miliardi di pagamenti. Seguono risorse naturali e ambiente, con circa 57,2 miliardi di impegni e 61,5 miliardi di pagamenti. Mercato unico, innovazione e digitale vale circa 21,9 miliardi di impegni, l’azione esterna arriva a circa 15,5 miliardi, la pubblica amministrazione europea pesa 13,7 miliardi, migrazione e frontiere valgono circa 5,8 miliardi e sicurezza e difesa circa 3,1 miliardi.
Questi numeri ridimensionano in gran parte la propaganda politica europea. Difesa, competitività, digitale e sicurezza economica occupano molto spazio nel linguaggio ufficiale, tra proclami e vesti stracciate, ma nel bilancio annuale pesano molto meno dei grandi capitoli tradizionali.
Coesione e risorse naturali assorbono la quota principale della spesa, mentre dentro le risorse naturali resta centrale la componente della politica agricola. L’azione esterna pesa più della difesa e la pubblica amministrazione europea costa più della rubrica sicurezza e difesa. La Ue si atteggia sempre più spesso a potenza geopolitica, ma la struttura del suo bilancio resta quella di un grande meccanismo di trasferimento, regolazione e indirizzo.
In effetti, il bilancio dell’Unione europea più che un elenco di spese è una sorta di geografia delle pretese politiche di Bruxelles.
L’Ue finanzia strumenti per orientare industria, transizione energetica, agricoltura, ricerca, ambiente, carbonio alle frontiere, classificazione delle attività verdi, media, società civile, Stato di diritto, difesa, migrazione, e mille altre voci. Le dimensioni (del bilancio) contano, ma conta di più l’ampiezza delle materie su cui Bruxelles pretende di intervenire.
La Ue spende tanto perché si assegna il compito di intervenire in molti settori e vuole spendere sempre di più. Ogni nuova priorità politica diventa programma, fondo, obiettivo, criterio di ammissibilità. In questo modo la spesa non serve soltanto a finanziare attività comuni, ma diventa uno strumento per indirizzare le politiche economiche e sociali degli Stati membri, al contempo ritagliando un ruolo essenziale per la Commissione svincolato da ogni responsabilità politica.
Il caso della coesione è indicativo. La coesione nasce per ridurre i divari territoriali, ma nel bilancio 2027 viene collegata anche a competitività, difesa, innovazione, decarbonizzazione, acqua e casa. Una politica nata per trasferire risorse verso territori meno sviluppati viene usata anche per sostenere altre priorità. La stessa logica riguarda l’agricoltura, sempre più legata a obiettivi ambientali, climatici, territoriali e regolatori. In questo passaggio si vede il metodo europeo, perché un capitolo di spesa esistente viene progressivamente caricato di nuove finalità politiche. Ha senso tutto ciò?
Il capitolo mercato unico, innovazione e digitale segue lo stesso schema. Vi rientrano Horizon Europe, Connecting Europe Facility, Digital Europe, Chips Act, spazio, cybersicurezza, intelligenza artificiale, semiconduttori e investimenti strategici. Se vi siete persi a metà dell’elenco non vi preoccupate, è normale.
Alcune voci corrispondono a funzioni europee comprensibili, ma altre indicano una politica industriale definita da Bruxelles, con selezione di tecnologie, filiere, settori e obiettivi. Anche qui il bilancio non si limita a finanziare, ma sceglie una direzione politica.
Il capitolo ambientale è ancora più ampio, perché non riguarda solo la tutela dell’ambiente in senso stretto. Entra nella politica agricola, nella politica industriale, nella classificazione degli investimenti, nella finanza, nel commercio estero, nella politica energetica e nei fondi territoriali.
Dal lato delle entrate, il bilancio Ue non vive di una fiscalità europea autonoma. La voce principale resta il contributo diretto degli Stati basato sul Reddito nazionale lordo, che nel 2027 copre oltre il 70% delle entrate. Iva e plastica sono chiamate risorse proprie, ma in realtà sono contributi nazionali calcolati su basi armonizzate. I dazi doganali sono la risorsa propria dell’Ue più vicina al significato ordinario del termine. Per la quasi totalità, quindi, il bilancio europeo è alimentato dagli Stati membri.
Questo punto è decisivo per gli Stati contribuenti netti come l’Italia. Un aumento del bilancio significa automaticamente un aumento della spesa netta, che va a vantaggio di altri Stati membri, i quali crescono grazie ai sussidi degli Stati più grandi. Considerando che la competizione interna tra membri dell’Ue è incoraggiata dai Trattati, i Paesi contribuenti netti finanziano il proprio declino.
Al di là di questo effetto perverso, il problema riguarda il rapporto fra spesa europea e decisione democratica nazionale. Il bilancio europeo sposta una quota crescente di queste scelte verso un livello in cui la responsabilità politica è molto indiretta se non inesistente. Come avrebbe detto Mario Monti, «al riparo dal processo elettorale», cioè al riparo dalla democrazia.
Il costo amministrativo della sovrastruttura europea è parte dello stesso problema. La pubblica amministrazione europea costa 13,7 miliardi nel 2027 e comprende spese per il mantenimento delle istituzioni, pensioni dei funzionari, scuole europee e funzionamento dell’apparato. Più aumentano le politiche europee, più aumentano le strutture necessarie a gestirle.
Come Crono divorava i propri figli, l’Unione europea divora gli Stati che l’hanno voluta. Sono loro ad alimentarne il bilancio, ma ogni nuovo programma, ogni nuovo fondo e ogni nuova condizionalità riducono gli spazi di democrazia.
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2026-06-22
Stefano Fassina:«Per evitare il suicidio l’Ue deve ricostruire rapporti con la Russia»
Stefano Fassina (Ansa)
L’economista: «Dall’Europa del lavoro stiamo passando a quella della guerra. Gli Usa? Anche senza Trump, non cambieranno».
Viene voglia di citare il film su Batman, Il cavaliere oscuro: quella di Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia nel governo Letta, ora presidente dell’associazione Patria e Costituzione, non è la sinistra che ci meritiamo, ma è quella di cui abbiamo bisogno.
Donald Trump ha offeso Giorgia Meloni.
«È preoccupante. Innanzitutto, per il comportamento dell’amministrazione Usa. Al di là dell’episodio di venerdì, la tregua siglata in Iran è l’ennesima prova che la Casa Bianca si muove senza consapevolezza dei danni che produce. Dopodiché, l’offesa, molto grave, non derubricabile a incidente, era rivolta al nostro popolo: la Meloni rappresentava la nazione intera».
Lei si è detta «allibita»
«È l’esito della sua accondiscendenza nei confronti di Trump: dai dazi, al Venezuela - Meloni è stata una delle poche leader occidentali a definire legittimo quel blitz - al “non condivido né condanno” sulla guerra in Iran. Questa condiscendenza, evidentemente, dall’altra parte dell’Atlantico ha generato aspettative che non potevano essere corrisposte quando il comportamento dell’amministrazione americana ha manifestamente colpito l’interesse nazionale».
Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer: non è che con gli altri leader europei Trump sia stato più gentile.
«E non è che questi leader siano stati meno accondiscendenti della Meloni. Di Merz, ricordo l’imbarazzante siparietto alla Casa Bianca: quando Trump attaccava pesantemente Pedro Sánchez, che aveva tenuto la schiena dritta sull’Iran, il cancelliere non aveva proferito parola».
E ora gli ha regalato la maglietta della Germania con il numero 47 (Trump è il quarantasettesimo presidente, ndr).
«Nemmeno Starmer ha compiuto atti di particolare autonomia».
Sánchez che li ha compiuti - sulle basi, Spagna e Italia hanno fatto la stessa cosa - ha preso sberle lo stesso.
«La differenza non sta nell’attacco in sé, quanto nelle parole usate da Trump, che ha dipinto la presidente del Consiglio come una questuante. Come se, appunto, si fosse sentito tradito nelle sue attese».
La potenza americana in declino, dinanzi all’ascesa cinese, si ritrincera, scarica gli alleati, o almeno li induce, anche violentemente, a responsabilizzarsi. C’era da aspettarselo, ma a questo passaggio storico le classi dirigenti europee sono arrivate impreparate.
«Qui si tende a rimuovere la realtà, proprio in senso psicologico: quando non riesci a rapportarti con un evento, fai finta che non esista o che sia un incidente di percorso. Era già evidente nella vicenda dei dazi».
Sì?
«Gli Stati Uniti non possono più essere i compratori di ultima istanza per il resto del mondo. Quello schema è tramontato, per ragioni macroeconomiche e geopolitiche strutturali. E invece gli europei provano a tenerlo in piedi».
Finito Trump, cambieranno le cose?
«Ma no: anche l’amministrazione Biden è stata protezionista, anche se con più stile. Primo: non ha smantellato nessuna delle chiusure di Trump. Secondo: con gli interventi di agevolazione agli investimenti in America, ha condotto un’operazione che aveva obiettivi analoghi. Dopo Trump, non cambierà il segno, nemmeno in termini del livello di attenzione alle varie aree del mondo».
La priorità è l’Indo-Pacifico?
«È evidente. Ma in Europa c’è una enorme difficoltà a riconoscere la necessità di una correzione radicale di rotta nella politica estera ed economica».
Di che tipo?
«Non si tratta di diventare nemici degli Usa. Ma vanno costruite relazioni strategiche con i Brics per un ordine multilaterale simmetrico».
Dove la parte del leone la fa la lettera «C» di Cina. I rapporti economici con Pechino nascondono le loro insidie.
«Infatti, non abbiamo dinanzi delle passeggiate di salute. Il punto però è un altro. E le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo lo rafforzano».
A che si riferisce?
«Se continui a considerare la Russia una “minaccia esistenziale” e a coprire il criminale governo israeliano ti poni in una condizione inevitabile di subalternità agli Stati Uniti e ti precludi quel rapporto con i Brics. Non è solo un problema cinese. Nessuno dei Brics ti verrebbe dietro: l’India, il Brasile, il Sudafrica. Se questo passaggio storico non è affrancato da una lettura suicida della Russia, finiremo privi di una prospettiva da coltivare. Al netto delle difficoltà che ognuna di esse comporta».
Che pensa dell’Ucraina nell’Ue?
«Cosa è avvenuto quando nell’Ue sono entrati gli altri Paesi dell’Est? Non è una congettura maliziosa e sovranista: se, in un mercato che non ha protezioni, infili milioni di lavoratori abituati a prendere 400 euro al mese e giurisdizioni con tassazioni da paradiso fiscale, induci delocalizzazioni e dumping salariale. Soprattutto a danno di chi percepisce salari più bassi, tanto più che la forza lavoro che proviene dall’Est è altamente scolarizzata».
Ha sentito la sinistra parlarne?
«Poco».
Dov’è la difficoltà?
«In un europeismo astratto, che considera qualunque iniziativa che vada verso l’integrazione positiva a prescindere, senza una valutazione del suo impatto economico, sociale e geopolitico. Perché è un fatto che l’allargamento abbia reso all’Europa più difficile svolgere la funzione di ponte tra Est e Ovest e Nord e Sud che le spetta. Ciò spiega perché ci sia stata la Brexit e perché la destra abbia continuato ad acquistare consenso».
A proposito di idee astratte: Elly Schlein si dice favorevole alla difesa comune e contraria al riarmo dei singoli Stati.
«Non c’è dubbio che sia una fase in cui è opportuno ripensare la difesa, sapendo che la difesa unica, l’esercito unico, il comando unico, non possono esistere. Quello che si può fare è coordinare gli eserciti nazionali e i sistemi d’armi nazionali. Il punto, però, è che tutto ciò deve arrivare dopo che sia stata compiuta una scelta geopolitica».
Cioè?
«Il riarmo è uno strumento. Ma cosa vuoi farci con le armi? Qual è l’obiettivo? Lo stato di guerra permanente, in base alla lettura della Russia come minaccia esistenziale? Questi interrogativi sono stati rimossi. Quale politica estera vuoi condurre? Quella di Kaja Kallas? O una politica estera che ricostruisca relazioni con la Russia? Il comunicato finale del Consiglio Ue sembrava scritto quattro anni fa. L’Unione europea si limita ad affermare che sosterrà i negoziati. Ma chi li deve portare avanti?».
La Meloni parla di un mediatore che venga da un Paese di media potenza.
«Parla esattamente di quello che andrebbe fatto, ma nel testo non c’è una riga. Francia e Germania hanno criticato António Costa perché ha aperto un canale con il Cremlino. Così si snatura l’Europa, che sta diventando l’Europa della guerra, non più l’Europa del welfare e del lavoro».
Intanto l’Ucraina martella le metropoli russe con i droni.
«Con questi raid e con gli atteggiamenti dei cosiddetti volenterosi, si sta promuovendo l’escalation».
Ma al netto delle incursioni simboliche, rimane difficile che Kiev riconquisti i territori perduti.
«Le previsioni del Fondo monetario e della Commissione europea, soggetti non sospettabili di putinismo, sono chiare: la Russia, che dovrebbe avere un’economia prossima al collasso, crescerà più della media dell’Eurozona nei prossimi due anni; avrà un deficit nettamente al di sotto del 3% e un debito pubblico al 20% del Pil; il rublo si è rivalutato, tornando ai livelli pre-guerra; e la bilancia commerciale ha un avanzo doppio rispetto a quello dell’Ue. Scommettere, dopo quattro anni, sul collasso di Mosca e sulla vittoria sul campo, è fuori dalla realtà. E siccome le classi dirigenti conoscono questi dati meglio di noi, temo che l’intenzione sia di alimentare l’escalation per mobilitare opinioni pubbliche fredde».
La logica del nemico esterno?
«Esatto. E l’iniziativa è di tre signori - Macron, Merz e Starmer - che sono, nelle rispettive nazioni, parecchio malmessi».
Negli ultimi anni, la sinistra si è incagliata su immigrazione e sicurezza. Che dovrebbe fare?
«Affermare che regolare i flussi è necessario per renderli sostenibili. Affrontare le cause strutturali delle migrazioni. Sa, quando iniziai a frequentare le sezioni del Pci, la cooperazione allo sviluppo era considerata essenziale».
Tradotto: aiutiamoli a casa loro?
«Uso le parole della Dottrina sociale della Chiesa: esiste il diritto a non emigrare».
L’ha ripetuto papa Leone XIV, davanti a Sánchez.
«D’altronde, noi soffriamo quando i nostri giovani migliori se ne vanno; non è che per gli altri sia una benedizione. L’accoglienza deve essere seguita da politiche di integrazione: sono costose, richiedono capacità amministrative, ma sono necessarie. Altrimenti, soprattutto nelle aree più complicate delle città, i conflitti esplodono. A me piacerebbe che la coalizione progressista comunicasse che è pronta ad assumersi fino in fondo tale responsabilità. Su questo, come sul problema demografico».
Secondo Francesco Boccia, non si risolve facendo fare più figli agli italiani. Sarà…
«Gli orizzonti della demografia sono molto lunghi: in senso strettamente tecnico, Boccia ha anche ragione. Ma a me interesserebbe capire perché non si fanno più figli. Non penso solo alla dimensione economica. C’è un’emergenza antropologica di cui anche la politica dovrebbe farsi carico».
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