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Nel suo intervento alla manifestazione dei Patriots a Milano, il giornalista attacca l’immigrazione, denuncia il crollo della sicurezza nelle città e rilancia i temi identitari: «Ci hanno raccontato un sacco di palle». Poi l’affondo contro islam radicale e imam estremisti.
«Sono qui perché amo la libertà e amo stare con chi ama la libertà». Mario Giordano apre così il suo intervento, la manifestazione Senza Paura organizzata dalla Lega di Matteo Salvini. Di fronte a più di 2000 persone, il giornalista lo fa con un richiamo diretto a quello che definisce il valore centrale della battaglia politica e culturale di oggi: la libertà di non avere paura, la libertà di sentirsi padroni a casa propria, la libertà di pronunciare perfino parole che, sostiene, sono diventate proibite. Tra queste, anche «remigrazione». Da lì parte un attacco frontale contro la narrazione che per anni ha accompagnato il fenomeno migratorio.
Secondo Giordano, agli italiani «Hanno raccontato un sacco di palle»: che gli immigrati sarebbero stati una risorsa, che avrebbero sostenuto il sistema pensionistico, che avrebbero portato benefici diffusi. Per il giornalista, invece, i vantaggi si sarebbero concentrati altrove: negli interessi degli scafisti, dei trafficanti, delle mafie, della criminalità e di chi, a suo dire, ha costruito affari sul «business della solidarietà». Il punto centrale del suo ragionamento è economico e sociale. Giordano sostiene infatti che l’immigrazione sia stata utilizzata come strumento per comprimere diritti e salari dei lavoratori italiani. Non una risorsa, dunque, ma «La più gigantesca opera di distruzione dei diritti dei lavoratori e degli stipendi dei lavoratori», dice dal palco, collegando direttamente questo processo al peggioramento delle condizioni di vita nelle città. Ed è proprio sul tema della sicurezza che il discorso si fa ancora più duro. Giordano descrive città ridotte a luoghi in cui, afferma, è diventato pericoloso fare qualsiasi cosa: prendere un treno, salire su un autobus, uscire perfino per portare a spasso il cane. Non solo. Denuncia anche un sistema che, secondo lui, impedirebbe perfino di difendersi, citando il caso di carabinieri finiti sotto processo dopo l'inseguimento di Ramy Elgaml. «È uno schifo», scandisce.
L’ultima parte dell’intervento si sposta sul terreno identitario e religioso. Giordano rivendica la sua idea di «Europa cristiana», fondata sulle radici, sulla fede dei padri e dei nonni. Dice di non poter accettare un continente in cui, a suo giudizio, «Scompaiono le chiese e compaiono le moschee», dove si tolgono i simboli cristiani e avanzano altre presenze religiose e culturali. Da qui l’affondo più duro contro quelle che definisce aree d’Europa in cui starebbe prendendo piede la Sharia, una legge che giudica incompatibile con la storia, la Costituzione e la civiltà europea. Nel finale, il bersaglio diventa un imam di Brescia, citato da Giordano per dichiarazioni choc sui matrimoni con bambine. «Quello è un pedofilo e va cacciato dal nostro Paese», conclude tra gli applausi del popolo dei Patrioti.
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Beppe Sala (Ansa)
Il sindaco che sarà ricordato per le operazioni sul mattone vuol rifarsi una verginità.
C’è qualcosa di comico nella frase con cui Beppe Sala adesso dice che, se potesse, tasserebbe i ricchi. È una frase che il sindaco di Milano ha regalato ieri al Corriere della Sera a margine di un incontro pubblico. Il primo cittadino non fa altro che scimmiottare Zohran Mamdani a New York, dimenticando quello che diventato il capoluogo lombardo e che i provvedimenti del nuovo idolo della sinistra stanno avendo risultati fallimentari.
Anche perché il problema è che arriva dopo anni in cui Sala ha governato la città in direzione opposta, aprendo ai grandi investitori, agevolando la centralità della rendita immobiliare, trattando il patrimonio pubblico sempre più come qualcosa da valorizzare o dismettere, non da usare come leva sociale.
Il punto non è la battuta, ma sono i provvedimenti favorevoli ai costruttori. Per tredici anni il Comune non ha aggiornato adeguatamente proprio quegli oneri di urbanizzazione che i privati devono pagare quando costruiscono (e che servono alla comunità). E non basta: nelle inchieste urbanistiche è emerso anche il meccanismo di interventi trattati come ristrutturazioni, con semplice Scia, invece che come nuove costruzioni, con contributi ancora più bassi per i privati e un buco potenziale di centinaia di milioni di euro. In altre parole, prima a Milano si è consentito ai costruttori di pagare meno del dovuto, poi Sala ha cominciato a piangere sui soldi che mancavano. E adesso prova perfino a rifarsi una verginità politica parlando di tassa sui ricchi, quando per anni i veri sconti li ha fatti a chi costruiva e speculava sulla città.
Lo stesso schema si vede nella gestione del patrimonio comunale: Largo Treves 1, ex sede dell’assessorato alle Politiche sociali, venduto nel 2021 per 52,7 milioni, e corso Vercelli 22, messo all’asta nel 2020 e poi finito in operazioni di sviluppo privato, non sono episodi isolati, ma il riflesso di una linea che il Comune stesso, nei suoi atti, ha definito di «valorizzazione» e «dismissione» del patrimonio immobiliare pubblico. In sostanza: usare il patrimonio pubblico non come leva sociale, ma come patrimonio da collocare sul mercato.
San Siro è il caso più evidente. La stima dell’Agenzia delle Entrate parla di 197 milioni complessivi, ma Luigi Corbani ha contestato con argomenti precisi proprio quella base di partenza: secondo l’ex vicesindaco, nel valore del Meazza sarebbe stato considerato solo il corrispettivo ordinario della concessione, circa 6 milioni annui, e non l’intero contributo vicino agli 11 milioni. Partendo dai proventi di bilancio 2000-2024, oltre 259 milioni complessivi, Corbani sostiene che il solo stadio potrebbe valere tra 125 e 218 milioni; e che, applicando alle aree il valore di monetizzazione fissato dalla stessa giunta comunale, il totale dell’operazione arriverebbe vicino ai 403 milioni. Anche contestando i numeri resta il punto politico che Corbani ha messo a fuoco: il Comune ha trattato come inevitabile una vendita fondata su una valutazione contestata e ritenuta favorevole ai privati.
Lo stesso vale per la M4: un project financing presentato come modello moderno, ma costruito in larghissima parte con soldi pubblici e poi chiuso con un assegno da circa 225 milioni a Webuild e Hitachi per rilevarne le quote residue attraverso Atm. Più che una prova di forza del pubblico, è sembrata la liquidazione comoda dei soci privati, liberati nel momento in cui i rischi residui e gli eventuali extracosti restano in capo al Comune e quindi ai cittadini. Messa così, la frase di Sala sui ricchi non appare di certo una svolta, ma l’ultimo artificio retorico di un sindaco che, arrivato alla fine del mandato, finisce quasi per prendere in giro i milanesi, parlando come se i problemi della città li scoprisse solo adesso. Eppure, Milano resta sempre più ostile al ceto medio: a marzo 2026 comprare casa costava in media 5.645 euro al metro quadro, mentre affittare 70 metri quadri richiede oltre 1.550 euro al mese.
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Paolo Del Debbio commenta le tensioni tra cattolici e protestanti americani, lo scontro fra Donald Trump, il Papa e Giorgia Meloni e ragiona sul ruolo politico della Chiesa di Roma.
Matteo Renzi e Roberto Vannacci ospiti di «Pulp Podcast» di Fedez
Il leader Iv porta il generale da Fedez per rompere il centrodestra. «L’Espresso»: endorsement dei Berlusconi per il sindaco ligure.
Dio solo sa perché, ogni volta che nella politica italiana c’è qualcosa di poco chiaro, spunta sempre la manina di Matteo Renzi. Che sia un abile e scaltro manovratore ce ne siamo accorti in più occasioni, ma che dal basso delle sue infinitesime percentuali al voto, riesca sempre, in un modo o nell’altro, a influenzare questo o quello, condizionando i partiti e finendo per diventare la stampella di qualche governo, resta un mistero.
In vista delle Politiche 2027 il senatore di Rignano, da buon democristiano, è già al lavoro sottobanco. L’ultimo trucchetto che si è inventato è davvero machiavellico. È in cantiere un trappolone degno solo di Willy il Coyote per incastrare Bip Bip: ingolosire Roberto Vannacci a fare una scelta di campo dirompente che, se da una parte riempirebbe a dismisura il suo ego, dall’altra svuoterebbe di voti Giorgia Meloni, favorendo il campo largo, di cui Renzi, seppur fuori dai giochi riguardo alla sua guida, si sente in qualche modo l’ispiratore. Per Renzi, l’ex generale rappresenta la carta vincente. Se davvero uscisse dalla coalizione di centrodestra per correre da solo, porterebbe via alla Meloni quel tanto di voti (almeno tre punti), sufficienti alla sinistra per vincere.
Il leader di Italia viva ha accettato un confronto con Vannacci, ospite di Fedez e Davide Marra a Pulp Podcast, trasmesso su YouTube lunedì alle 13. È lo stesso Renzi ad annunciarlo sulla sua enews: «Se Vannacci crede in quello che dice, deve rompere con Meloni che così perderebbe le prossime elezioni. Se Vannacci non crede in quello che dice, fa l’accordo con Meloni ma perderebbe la faccia». Il sasso nello stagno è lanciato. Un modo vecchio come il mondo per sparigliare le carte, per ribaltare il tavolo del gioco, per mettere zizzania nella famiglia del tuo avversario, così da indebolirlo.
Renzi conta molto sulle intemperanze dell’ex generale. A febbraio, all’indomani del suo addio alla Lega, l’ex premier diceva al Corriere: «È la prima crepa nel centrodestra. Se la destra si divide, la vittoria del centrosinistra diventa probabile, non solo possibile. Vannacci non inventa niente, ma occupa uno spazio che c’è: lui prova a dare una casa ai delusi dalla Meloni». E continuava: «Se conosco Meloni, proverà a tenere Vannacci in coalizione, contro Salvini e Tajani. La coperta è corta: se vuole aprire al centro, perde a destra. Se si blinda a destra, perde al centro». Ecco perché oggi suggerisce a Vannacci di abbandonare Meloni. Finge di farlo sentire in colpa, «altrimenti vuol dire che non crede in quello che dice», mentre in verità cerca di minare le basi della coalizione di centrodestra: «Se Vannacci da solo arriva a un 2/3%, Meloni perde le elezioni». Perché come dice Renzi, «non sottovalutate mai chi sposta il 2%. O se volete sottovalutarlo prima guardate quante volte le elezioni si sono giocate con un range del 2%». Quei voti che, come insegna la vecchia regola della politica, non si contano, ma si pesano.
Ma in cantiere c’è dell’altro. Italia viva, nata già morta, tenta una disperata rinascita. A gennaio, Renzi aveva lanciato a Milano «Casa riformista», una «Cosa bianca» di nuova generazione, una specie di Margherita 4.0, rivolgendosi ai sindaci e ai dem che «non credono più nello stare in questo Pd» trovandosi a disagio con Elly Schlein. Pronti, dunque, due cavalli di Troia: uno per la destra, rappresentato da Vannacci, e uno per la sinistra, la «Casa riformista».
Tra i sindaci che aderirebbero alla Margherita 4.0., c’è Silvia Salis, sindaca di Genova e ospite d’onore dell’ultima Leopolda, che si sta ritagliando uno spazio da outsider nel campo largo ma che è sorprendentemente stimata anche a destra.
Secondo ciò che scrive L’Espresso, infatti, Salis avrebbe ricevuto l’endorsement addirittura di Marina Berluconi. Un’indiscrezione che, come possiamo immaginare, ha mandato in subbuglio Palazzo Chigi. «Non ne so nulla, io faccio la sindaca di Genova, la mia prospettiva presente e futura è qua», continua a ripetere Salis.
Se questo pettegolezzo che si mormora nei salotti della politica, si rivelasse vero, sarebbe un altro assist alla sinistra e alla macchinazione di Renzi. Se davvero anche Arcore cominciasse a guardare con interesse a una figura come Salis, gli equilibri del centrodestra potrebbero sgretolarsi.
Renzi osserva, studia, attende. L’idea è quella di utilizzare Salis come ariete per sfondare gli equilibri del campo largo, ma anche come ponte verso il centro, ovvero Forza Italia. Renzi crede che, nella sua «Casa riformista» «confluiranno anche da Forza Italia», perché dentro quel partito, svela l’intrallazzone, «con la corrente di Roberto Occhiuto sta succedendo qualcosa di molto interessante».
Non a caso, mentre il Pd si dibatte tra primarie sì e primarie no, Renzi spinge per un federatore. Una figura capace di tenere insieme mondi diversi, evitando lo scontro diretto tra Schlein e Conte. E Salis sarebbe perfetta. Possibile perno anche per un’operazione più ampia. Nei sogni fantapolitici di Renzi, infatti, potrebbe addirittura ridisegnare i confini tra centrodestra e centrosinistra. Un’asse tra centro e pezzi di centrosinistra, con una figura come la sindaca di Genova a fare da collante.
Secondo le suggestioni dell’Espresso, l’epicentro di tutto questo è Forza Italia dove le tensioni non mancano e il confronto tra Antonio Tajani e la famiglia Berlusconi non è finito. I colloqui con Marina e Pier Silvio non hanno sciolto la prognosi in cui versa il partito. Marina Berlusconi indica la via. Forza Italia riceve l’input a cambiare pelle, ma non ha ancora scelto il suo leader. E Salis piace anche da queste parti.
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