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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 26 gennaio con Carlo Cambi
Stefano Zecchi (Ansa)
Il filosofo: «La cultura che nega le differenze tra le etnie rende impossibile l’integrazione. Ai giovani mancano padri autorevoli».
Stefano Zecchi, filosofo e scrittore, già docente di Estetica a Milano e autore del romanzo Resurrezione: che idea si è fatto dei ragazzi che girano con la lama in tasca?
«Credo che anzitutto sia un problema di integrazione fallita. Nelle aule si fa sentire sempre di più la presenza di extracomunitari, di prima o seconda generazione».
Incompatibilità culturale?
«La cultura del coltello non è italiana. Lo era ai tempi del “compare Turiddu”, oggi è superata».
Dunque?
«Possiamo star qui ad elaborare soluzioni di breve termine, ma la verità è che la scuola non è attrezzata per gestire classi scolastiche così composite. Oltre la cultura, ne faccio una questione di civiltà, cioè capacità di relazionarsi e rispettare i coetanei, i costumi e le tradizioni».
La violenza giovanile come prima conseguenza di un problema migratorio sfuggito di mano?
«Sì, e non esiste un criterio valido a priori che garantisca l’integrazione. Il sociologo Alain Touraine ha studiato il modello francese, inglese e tedesco. Sistemi diversissimi, che spaziano dalla massima integrazione al massimo controllo: e tutti imperfetti. Si naviga a vista».
In Italia cresce il numero di ragazzi che possiedono armi «improprie», coltelli, tirapugni, eccetera. Ma sono cifre ancora basse rispetto ad altri Paesi europei.
«In Italia il problema è solo all’inizio, ma ci stiamo adeguando alle realtà europee che da decenni cercano di convivere con i problemi legati all’integrazione. Qualcuno dice che il problema si risolverà da solo? Io rispondo che le visioni ottimistiche non aiutano, e ci impediscono anche di comprendere il valore delle differenze».
In altre parole?
«Non c’è solo un tema legale e organizzativo dietro la violenza giovanile. Un ragazzo italiano e uno marocchino possono trovare una risorsa nelle loro differenze. Ma noi cerchiamo il livellamento, annientando entrambi: così facendo, non avremo né comprensione né integrazione».
Cosa intende, quando parla di «livellamento» delle differenze?
«Se nascondiamo il presepe, per paura di offendere una famiglia musulmana, ci abbandoniamo a una resa culturale. Sarebbe più corretto apprezzare il presepe e spiegare alla classe come i musulmani celebrano le loro festività».
Protagonisti dei casi di cronaca sono anche minorenni italiani. Si parla di «vuoto da riempire».
«La democrazia ha sempre, nelle sue maglie, una quota di violenti. Baby gang, centri sociali, e tutti quelli che non intendono accettare le regole. Max Weber sottolinea come la democrazia non porti a una visione irenica della vita, per cui tutti remano pacifici nella stessa direzione. Certe violenze, in buona parte, sono endemiche. Possono e devono essere limate, con l’educazione scolastica, ma non mi stupiscono troppo. Sicuramente raccontano di un altro fallimento: quello della metropoli».
La metropoli?
«La grande città è stato un mito novecentesco. E oggi è un’ illusione pensare che possa essere un luogo di emancipazione e di progresso. Anzi, è il simbolo di un fallimento di sviluppo e integrazione. E Milano è un esempio drammatico di questa deriva».
Insomma, riconosce che le nuove generazioni sono più fragili?
«Ho sempre pensato che questa mancanza di solidità dipenda dall’assenza del padre, che oggi viene demonizzato in quanto simbolo patriarcale. La cultura “woke” ha le sue responsabilità».
Cioè?
«Nessuno vuol tornare alla famiglia ottocentesca, dominata dal padre padrone. Ma oggi fare il padre autorevole è diventato quasi un reato. E la figura del padre non è stata sostituita da nessun’altra. Senza questa figura, tutto diventa possibile. Una certa cultura di sinistra nega il problema, così non va nemmeno alla ricerca di soluzioni».
Quando parla della figura del padre, si riferisce in senso esteso al rispetto dell’autorità?
«Ma certo, l’autorità contiene i valori fondanti di una società, e diventa essenziale rispettarla. Altrimenti si va incontro a una polverizzazione delle relazioni. E la strada verso il nichilismo è tracciata».
I nuovi mezzi di comunicazione, l’ecosistema dei social, amplificano il problema?
«Di recente papa Leone ha detto una frase che mi ha fatto riflettere: “È tornata la moda della guerra”. Ecco, per me con quelle parole non parla solo di armi e soldati, ma c’è qualcosa di più».
Vale a dire?
«È tornata di moda la guerra della competitività violenta tra realtà sociali. Il coltello che porta in tasca il ragazzo non è solo il simbolo di una cultura diversa dalla nostra, ma anche la spia di un ritorno dell’aggressività. E la virtualità delle comunicazioni di oggi sicuramente non aiuta: siamo obbligati a urlare più forte degli altri per avere attenzione. Lo sbocco naturale non può essere che l’esasperazione dei rapporti sociali».
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Oriana Fallaci (Ansa)
In un servizio di «Fuori dal coro» gli imam di Brescia dicono che si può sposare una bambina purché abbia le mestruazioni. Del resto è lo stesso «Corano» ad ammetterlo. Aveva ragione la Fallaci nel suo (inascoltato) libro sulle donne musulmane.
Sono trascorsi 65 anni dal giorno in cui Oriana Fallaci diede alle stampe Il sesso inutile, un saggio in cui raccontava la condizione della donna in alcuni Paesi intorno al mondo. Il primo capitolo di quel libro era dedicato a una sposa bambina. La descrizione della cerimonia colpisce, perché da inviata dell’Europeo Fallaci fece un resoconto vivido di quel matrimonio tra una ragazzina e un adulto. «Non mi accorsi subito che fosse una donna perché da lontano non sembrava nemmeno una donna: sembrava un oggetto privo di vita o un pacco fragile e informe che uomini vestiti di bianco conducevano verso l’uscita».
Quel pacco privo di vita era una bambina che andava sposa a un musulmano, a Karachi, in Pakistan. Aveva gli occhi chiusi, per non vedere un marito che non aveva mai visto. Il coniuge l’aveva scelta guardando una fotografia e gli era piaciuta. Lei, la bambina, «teneva la testa appoggiata ai ginocchi e si capiva finalmente che era una donna poiché da tutto quel rosso incrostato d’oro e d’argento uscivano due piedi minuscoli, con unghie dipinte di rosso e la pianta dipinta di rosso. Tra i ginocchi, poi, penzolava una mano ed anche la mano era minuscola, con unghie dipinte di rosso. Piangeva. E a ogni singhiozzo le spalle si alzavano e si abbassavano come il singulto di un animale ferito. Era molto piccola, così raggomitolata per terra. Così piccola che veniva voglia di fare qualcosa per lei: come aiutarla a scappare».
Ribadisco: il saggio di Oriana Fallaci risale a 65 anni fa. Ma da allora nulla sembra essere cambiato. Nei Paesi musulmani spesso le donne vanno in sposa a uomini che nemmeno conoscono. A decidere chi debba essere il loro marito sono i genitori e se le figlie si ribellano rischiano di finire sottoterra, come è capitato a Saman e a Hina. Assassinate dai parenti perché rifiutavano un matrimonio combinato. Non in Pakistan, ma in Italia. E proprio a Brescia, dove una giovane di vent’anni fu sgozzata dal padre e sepolta in giardino perché rifiutava le nozze, la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4 è andata a chiedere agli imam se sia giusto che un adulto di 30 o 40 anni sposi una bambina di nove. Le risposte date all’inviato di Fuori dal coro sono state agghiaccianti. Per i capi religiosi della comunità islamica di Brescia è normale che una minorenne venga costretta a sposarsi con un uomo molto più anziano di lei. La legge in tutto il mondo civilizzato vieta i matrimoni di bambine con persone adulte e punisce anche i rapporti sessuali con minorenni, ma gli imam interpellati dal giornalista del programma di Giordano non sembrano turbati dal divieto. «È il Corano a consentirlo» si giustificano, aggiungendo che il profeta prese una sposa che aveva appena 12 anni. Secondo loro, il matrimonio è una cosa buona e giusta e per legalizzarlo, registrandolo ufficialmente, è sufficiente aspettare che la «moglie» compia 18 anni, in mondo da non disturbare la legge. «È una cosa bella» commentano senza sapere di essere registrati quando l’inviato dice di aver sposato una ragazzina di 12 anni. Però, quando il giornalista rivela la sua identità e non nasconde più la telecamera, la versione si fa più prudente. All’improvviso gli imam che prima lodavano il matrimonio fra bambine e adulti, promuovendolo quasi si trattasse della sublimazione di un’unione tra uomo e donna, dicono di non sapere nulla delle spose bambine. Di fronte alla cinepresa non rivendicano più le nozze con minorenni obbligate a sposare degli sconosciuti per decisione dei genitori. A microfoni aperti diventano rispettosi della legge.
Ma è evidente che dietro la cautela ufficiale esiste una realtà inquietante, non molto diversa da quella raccontata 65 anni fa, dopo un viaggio a Karachi, da Oriana Fallaci. Si tratta di pedofilia islamica, minorenni costrette a sposare uomini che non conoscono quando ancora sono in età per giocare con le bambole. Per gli imam è sufficiente la loro prima mestruazione per trasformarle in spose da offrire a uomini molto più vecchi di loro. «È scritto nel Corano» insistono. «Sono passati milletrecento anni da quando Maometto parlò nel caldo deserto d’Arabia» scriveva nel 1961 la più famosa giornalista italiana «e sebbene qualcosa di nuovo succeda tra le donne dell’Islam, la stragrande maggioranza dei suoi fedeli continuano a rispettarne le leggi come se il tempo si fosse fermato». Ecco, il servizio di Fuori dal coro dimostra che non è cambiato niente da allora. Anzi, convinti di parlare in privato, gli imam spiegano che a nove anni le bambine sono pronte per diventare spose. Scriveva sempre Oriana: «C’è molto sole sui Paesi dell’Islam: un sole bianco , violento che accieca. Ma le donne musulmane non lo vedono mai: i loro occhi sono abituati all’ombra come gli occhi delle talpe. Dal buio del ventre materno esse passano al buio della casa paterna, da questa al buio della casa coniugale, da questa al buio della tomba». Ecco, è ciò che pensano quegli imam. Non a Karachi, ma a Brescia. E noi glielo lasciamo pensare e probabilmente fare.
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