- Il governo ufficialmente esulta per «la fine dell’anarchia», però teme che i legami con gli islamisti del Turkestan accendano la miccia uigura. Cosa che gli Usa si augurano
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Lo speciale contiene due articoli
Sono reazioni internazionali piuttosto variegate quelle che hanno accolto la nascita del nuovo governo di Kabul. Reazioni che, neanche a dirlo, evidenziano una netta divergenza tra Cina e Stati Uniti. Da una parte, Pechino si è mostrata piuttosto morbida. «La Cina attribuisce grande importanza all’annuncio da parte dei talebani dell’istituzione di un governo ad interim», ha affermato ieri il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin. «Ciò ha posto fine a più di tre settimane di anarchia in Afghanistan ed è un passo necessario per ristabilire l’ordine e ricostruire il Paese», ha aggiunto.
Una posizione ben più fredda è stata invece quella assunta dagli Stati Uniti. «Notiamo che l’elenco dei nomi [dei ministri] annunciato consiste esclusivamente di individui che sono membri dei talebani o dei loro stretti collaboratori e nessuna donna. Siamo anche preoccupati per le affiliazioni e i precedenti di alcuni individui», ha dichiarato martedì un portavoce del Dipartimento di Stato americano. Preoccupazioni, quelle d’oltreatlantico, dettate soprattutto dal fatto che il nuovo esecutivo talebano – oltre che da soli uomini – sia anche in gran parte costituito da personaggi della vecchia guardia, alcuni dei quali considerati significativamente pericolosi: il primo ministro Mohammad Hasan Akhund è soggetto a sanzioni dell’Onu, mentre il ministro dell’Interno, Sirajuddin Haqqani, è ricercato dall’Fbi.
A metà strada tra le posizioni di Pechino e Washington si sono collocati Turchia e Qatar, i quali – pur ostentando cautela sui nomi del nuovo esecutivo – hanno in realtà molto da guadagnare nel tenere dei buoni rapporti con il neonato regime di Kabul. Non a caso sia Ankara che Doha – notoriamente stretti alleati – puntano a ritagliarsi il ruolo di mediatori tra i talebani e l’Occidente. Più negativa invece la reazione di Bruxelles che – non si capisce onestamente su quali basi – si aspettava un altro tipo di governo. «A una prima analisi dei nomi annunciati», ha detto un portavoce dell’Unione europea, «[il governo talebano] non sembra la formazione inclusiva e rappresentativa in termini di ricca diversità etnica e religiosa dell’Afghanistan che speravamo di vedere e che i talebani stavano promettendo nelle ultime settimane».
Insomma, le posizioni in campo sembrerebbero delineare il quadro di una Cina vincitrice e di un’America che se ne esce con la coda tra le gambe. La situazione risulta tuttavia ben più complicata. Nonostante la soddisfazione ostentata, è ragionevole ritenere che Pechino non sia poi troppo contenta del nuovo governo talebano. La presenza di personaggi appartenenti alla vecchia guardia non costituisce infatti una garanzia per il Dragone. Non solo perché quelle figure non risultano storicamente troppo affidabili. Ma anche perché – come sottolineato dalla testata The Diplomat nel settembre 2016 – il vecchio Emirato islamico dell’Afghanistan (di cui Akhund fu, secondo Al Jazeera, vicepremier e viceministro degli Esteri) diede di fatto ospitalità, tra il 1998 e il 2001, a esponenti del Movimento islamico del Turkestan orientale (Etim): organizzazione di miliziani dello Xinjiang acerrima nemica di Pechino.
Va ricordato che, in occasione dei contatti con i talebani negli scorsi mesi, i cinesi hanno subordinato il proprio aiuto economico alla rottura dei legami – da parte dei «barbuti» – con quell’organizzazione. Non sarà del resto un caso che ad esprimere delle preoccupazioni sia stato, giusto ieri, il Global Times (organo del Partito comunista cinese), che in un’analisi ha avanzato dubbi sull’eventualità che i talebani abbiano realmente tagliato i ponti con i loro «vecchi alleati», manifestando inoltre una certa apprensione proprio in riferimento all’Etim.
Va da sé che tali preoccupazioni cinesi non dispiacciano troppo a Washington. E non è neppure escluso che un simile scenario fosse alla fine uno degli obiettivi impliciti dell’accordo di Doha, siglato da Donald Trump a febbraio 2020. D’altronde, non solo l’allora presidente americano effettuò pressioni per il rilascio nel 2018 dell’attuale vicepremier talebano, Abdul Ghani Baradar, ma – lo scorso novembre – cancellò anche l’Etim dalla lista delle organizzazioni terroristiche, suscitando le ire di Pechino. Chissà che allora i servizi segreti americani non puntino a instaurare dei canali con alcuni pezzi del composito fronte talebano: magari con l’obiettivo di destabilizzare la regione dello Xinjiang. Anche perché proprio lo Xinjiang costituisce – per così dire – l’anello di congiunzione tra i due principali fronti di scontro in essere tra Washington e Pechino: l’Afghanistan e l’Indo-Pacifico.
È quindi in questo contesto che gli americani continueranno prevedibilmente a puntare i riflettori sul tema della repressione cinese degli uiguri. Un tema che, a livello generale, è fonte di imbarazzo internazionale per il Dragone. E che, più nel dettaglio, rischia di creare notevoli turbolenze nei rapporti tra Pechino e Kabul. La Cina, insomma, non può permettersi di dormire sonni tranquilli. E gli americani questo lo sanno bene.
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