- La Cei benedice le nuove misure del governo sull’immigrazione L’obbiettivo è quello di puntare ai soldi del Recovery fund
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Lo speciale contiene due articoli
«Uno sforzo positivo». In realtà è un’ovazione quella che la Caritas italiana ha riservato alla decisione di modificare i decreti Sicurezza. La Cei non può ammetterlo per non sgualcire tonache e protocollo, ma il segretario generale monsignor Stefano Russo leva la mano benedicente sul capo di Giuseppe Conte. Lo fa a margine della presentazione del Rapporto immigrazione a Roma curato dalla fondazione Migrantes. «Mi sembra che ci sia lo sforzo di andare più in profondità, un’attenzione specifica sulle situazioni particolari che riguardano i migranti. Anche se è presto per dare un giudizio definitivo, vediamo come si evolve».
La compostezza del monsignore non è soltanto una concessione all’educazione curiale ma un messaggio chiaro. Fin qui il governo intende smantellare le norme volute da Matteo Salvini per arginare i flussi e ripristinare la meravigliosa invasione per le associazioni cattoliche e i loro commercialisti. Agli occhi di chi gestisce il business del migrante è una buona ripartenza ma non basta; dopo l’enciclica di Papa Francesco nella quale teorizza il «diritto all’accoglienza», la macchina organizzativa e di marketing all’ombra del campanile lavora per recuperare due anni di deficit, di crisi, di minori introiti chiedendo (per ora sottovoce come ogni lobby che si rispetti) l’incremento degli interventi economici, il ripristino totale delle agevolazioni fiscali e l’alleggerimento burocratico della rendicontazione su come vengono spesi i contributi. Insomma soldi.
La teoria più diffusa dentro le Caritas diocesane è poco evangelica ma molto concreta: «Con il Recovery fund ce n’è per tutti, quindi anche per noi». La faccenda diventa banalmente finanziaria e il «vediamo come si evolve» di Russo racchiude proprio il nocciolo del problema: tornare subito ai 35 euro per immigrato dai 26-29 di oggi, con la possibilità di arrivare a 40. L’esecutivo di sinistra, pur consapevole che le cooperative portano voti e un alleato formidabile come la Chiesa andrebbe accontentato, oggi non sa dove andare a prendere quei fondi. Ma il Santo Padre lo ha scritto con chiarezza: «È nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter soddisfare non solo i suoi bisogni primari e quelli della famiglia ma anche realizzarsi come persona».
La pressione è ricominciata anche se proprio la lettura del rapporto Migrantes induce a una certa prudenza. Nel 2017 l’Italia ha speso 4,4 miliardi per l’accoglienza di regolari e soprattutto irregolari poi scomparsi all’orizzonte. Ha inoltre investito una cifra significativa (non pervenuta nel rapporto) per offrire un presente dignitoso a 1,4 milioni di «individui di nazionalità non italiana in povertà assoluta» e impedire loro lo scivolamento progressivo nel degrado e nella nuova schiavitù. In totale gli stranieri in Italia sono 5,3 milioni (8,8% della popolazione), il 54% dei quali è cristiano. Peraltro i decreti Sicurezza firmati dal cugino di Giuseppe Conte e da Salvini nel 2018 avevano ottenuto l’effetto di far diminuire il trend dell’immigrazione senza regole: da allora sono stati certificati solo 47.000 residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno. Dati che gli estensori del rapporto definiscono dal loro punto di vista, e da quello dei conti economici delle onlus, «segnali negativi».
Il leit motiv della campagna immigrazionista è uguale a se stesso da anni: servono più braccia, sono indispensabili «nuovi italiani» condotti dalla banchina delle navi Ong ai centri di accoglienza, poi avviati ai centri di formazione (anche quelli fittizi), quindi parcheggiati come numeri per ingrossare i contributi pro capite a favore delle associazioni. Come diceva padre Antonio Zanotti, il frate terribile della comunità Rinnovamento sotto inchiesta a Bergamo: «Dio mi ha mandato quelli di colore e assieme a loro sono arrivati i soldi». Chi ha buona memoria ricorderà anche la reazione scritta di alcune cooperative emiliane di fronte al taglio dei famosi 35 euro: «Non partecipiamo più ai bandi perché non ci stiamo dentro». Con linguaggio da salsamenteria più che da afflato sociale per il bene comune. Con buona pace di monsignor Russo che davanti al rapporto Migrantes ha sottolineato: «Qualsiasi concezione di accoglienza che la concepisse soltanto come impegno materiale sarebbe una pericolosa riduzione».
Mentre la Cei applaude con i guanti per non fare troppo rumore, c’è anche chi non riesce a dominarsi. È padre Alex Zanotelli, che davanti alla modifica dei decreti Sicurezza commenta: «È ancora troppo poco, siamo ancora lontani da una politica migratoria a favore di persone hanno diritto all’accoglienza come scrive il Papa». Il gruppo di pressione è formato soprattutto dai cosiddetti sacerdoti di strada, che si stanno organizzando per rendere organica la spinta ad aprire ancora di più (con finanziamenti annessi) in questo weekend ad Assisi, dove la tradizionale marcia della Pace da qualche anno si è trasformata nella giornata del profugo.
«Uno sforzo positivo». A livello ufficiale l’adesione della Cei alla politica governativa resta totale. Lo dimostra anche la sospetta distrazione nei confronti della tragica fine di Abou, il ragazzino di 15 anni morto sulla nave da quarantena Allegra. Nessuna insurrezione umanitaria, nessuna vignetta in fondo al mare, nessun editoriale sdegnato sui media cattolici. Non ci sono lacrime per il giovane ivoriano. Durante il governo dei buoni per decreto non si muore, ma si torna alla casa del Padre.
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