• Sbarchi continui a Lampedusa, mentre la Ocean Viking continua a premere per arrivare in Europa. Le Ong scrivono a Giuseppe Conte per dettare la linea sui porti. Così si ritorna all’immigrazione incontrollata.
  • Tornano le vecchie abitudini: silenzio sull’accoltellatore. Ha colpito a Milano al grido di «Allah akbar»: non fa notizia.

Lo speciale comprende due articoli.

Traffico ripreso in grande stile al porto di Lampedusa, dove nelle ultime due settimane sono arrivati ben 570 migranti. Una situazione di totale caos, con l’hotspot siciliano al limite dello scoppiare e continui sbarchi di barconi con centinaia di persone che affollano l’isola. Un’imbarcazione è giunta all’attracco con 102 migranti e alla conta va aggiunto anche il gommone di ieri, arrivato a mezzogiorno, con altri 50, all’ingresso della area marina protetta, e un altro barchino ancora con altri 13.

In questo marasma, la Ocean Viking, nave di Sos Méditerranée e Medici senza frontiere, due giorni fa ha soccorso in due interventi distinti 109 migranti, chiedendo un un porto sicuro dove sbarcare. All’annuncio hanno risposto le autorità libiche, che hanno assegnato il porto di Homs, ma secondo le Ong, la Libia «come costantemente stabilito dall’Unhcr, non è un porto sicuro». La Ocean Viking ha quindi chiesto un’alternativa e di fatto per ora resta in zona Sar libica in attesa di procedere ad altri soccorsi. Ma non è finita qui. Un’altra barca, questa volta di legno, con 45 migranti a bordo, ha lanciato una richiesta di soccorso ad Alarm Phone, la piattaforma che aiuta i migranti nel mediterraneo. «Dicono di essere in mare già da due giorni (tre, ndr) e di non avere acqua potabile», scrivono su Twitter quelli di Alarm Phone, che verso le 10:40 di ieri si sono messi in contatto con l’imbarcazione. «Una donna incinta perde sangue e necessita di cure mediche urgenti». Quindi il sollecito: «Un’operazione di salvataggio deve essere avviata immediatamente!».

Nel frattempo tredici tra le più importanti organizzazioni non governative che si occupano dell’assistenza nel Mediterraneo hanno scritto al premier Giuseppe Conte perché si faccia promotore di un cambio di passo nel corso del suo secondo mandato con il nuovo governo giallorosso. Cosa ne sarà delle politiche di Matteo Salvini, volte a frenare il fenomeno incontrollato dell’immigrazione e che hanno portato risultati comprovati? A giudicare dai fatti sono già state messe in un cassetto per aprire i porti.

Il documento «Governo dell’immigrazione. Non si ricominci da capo né si improvvisi», redatto appunto da Cooperazione in rete, chiede che il presidente del Consiglio si faccia promotore di una mozione parlamentare che «modifichi il precedente impegno a non sottoscrivere» il Global Compact.

Le Ong stesse ammetto che non«tutti gli immigrati fuggono dalla guerra, dalle calamità, dalla fame. Occorre prenderne atto». Per questo è necessario ristabilire «precise e chiare» regole per gli ingressi, «nel rispetto dei diritti umani e della dignità della persona». Questa secondo le 13 Ong è la via «maestra per combattere l’irregolarità e per permettere un’adeguata accoglienza e integrazione. Solo l’apertura di ingressi regolari può legittimare opzioni politiche di fermezza contro l’immigrazione incontrollata».

Nel documento rivolto a Conte anche il tema dei partenariati internazionali: «La via intrapresa dall’Italia e dall’Unione europea degli accordi con i principali paesi di provenienza e di transito dei migranti dovrà essere rafforzata e perfezionata in una prospettiva di lungo termine, non a senso unico ma a reale vantaggio reciproco, con positive ricadute sulla popolazione e lo sviluppo delle comunità». In sostanza si punterebbe sulla garanzia del «diritto di non essere obbligato a emigrare». Per questo la cooperazione internazionale, nelle «sue articolazioni nazionali e internazionali, può avere un ruolo primario a sostegno di questo processo».

La situazione di emergenza va inserita nello scenario futuro, in cui la popolazione africana raddoppierà nei prossimi trent’anni arrivando a 2,5 miliardi. Sul banco degli imputati c’è prima di tutto il trattato di Dublino, la cui riforma, nonostante l’urgenza, è incagliata nei meccanismi di veto del Consiglio europeo, in cui è necessario il voto unanime.


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