Stupri, suora pestata in chiesa, controllore accoltellato in treno: è il bollettino delle «imprese» compiute da stranieri in sole 48 ore. Eppure i magistrati si ostinano a boicottare i rimpatri. Il tribunale di Catania straccia il decreto del governo: «L’Egitto non è Paese sicuro». E anche Roma si rivolge alla Corte europea.
Se pensate che un Paese nel quale i giudici applicano la legge ciascuno a modo suo non sia sicuro, allora potete essere certi che l’Italia non è un Paese sicuro. Sembra un paradosso, anzi lo è, eppure la situazione è esattamente quella che emerge dalle decisioni di vari giudici italiani in merito ai trattenimenti degli immigrati clandestini propedeutici alle procedure di rimpatrio.
Ieri si sono raggiunte nuove vette di creatività nell’applicazione della legge con la decisione del presidente della sezione immigrazione del tribunale di Catania, Massimo Escher, che non ha convalidato , a quanto riferito dall’Ansa, il trattenimento disposto dal questore di Ragusa di cinque migranti che hanno presentato domanda di riconoscimento di protezione internazionale. La decisione, con singoli provvedimenti, ha riguardato tre egiziani e due bengalesi. Egitto e Bangladesh, dunque, per i giudici etnei non sono sicuri, e la sfida al governo è quindi esplicita. Lo scorso 18 ottobre, infatti, la sezione per i diritti della persona e immigrazione del tribunale di Roma non ha convalidato nessuno dei dodici trattenimenti nei confronti di altrettanti migranti nel centro italiano di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania, provenienti proprio da Bangladesh e Egitto, Paesi che, secondo i giudici, che avevano fatto riferimento a una sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, non potevano essere ritenuti sicuri. Tre giorni dopo, il 21 ottobre, il governo ha approvato un decreto legge con la lista dei Paesi ritenuti sicuri, dove quindi gli immigrati clandestini possono essere rimpatriati: insieme a Egitto e Bangladesh, ci sono Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, , Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. Tutto inutile: ieri il tribunale di Catania non ha convalidato il trattenimento di egiziani e bengalesi. Il giudice Escher scrive chiaro e tondo che è necessario, nel valutare il trattenimento, esaminare la qualifica data all’Egitto, con il decreto legge del 23 ottobre 2024, che lo include «in una lista che non prevede alcuna eccezione, né per aree territoriali né per caratteristiche personali», e che questa «qualificazione non esime il giudice dall’obbligo di verifica della compatibilità della designazione con il diritto dell’Unione europea, obbligo affermato in modo chiaro e senza riserve dalla Corte di giustizia europea nella sentenza della Gran Camera del 4 ottobre 2024». Inutile dire che per il magistrato di Catania l’Egitto non è sicuro, poiché «esistono gravi violazioni di diritti umani che, in contrasto con il diritto europeo citato, persistono in maniera generale e costante e investono non soltanto ampie e indefinite categorie di persone ma anche il nucleo delle libertà fondamentali che connotano un ordinamento democratico».
Se l’italiano almeno è ancora una lingua sicura, il giudice di Catania quindi sostiene che siano i magistrati a dover stabilire se un Paese è sicuro o no. Il che pone diversi interrogativi e altrettanti paradossi. Il primo: quali strumenti ha a disposizione un giudice italiano per stabilire la sicurezza di un Paese? Si baserà sui telegiornali locali? Sui libri di storia? Sui racconti degli amici che vi hanno trascorso le vacanze? Non si sa: quello che si sa è che a questo punto potrebbe esserci un altro paradosso, ovvero che l’Egitto (per fare l’esempio più attuale) potrebbe essere considerato sicuro da un giudice di Napoli e non sicuro da un giudice di Firenze. Che succederebbe, a quel punto? Risposta esatta: saremmo nel caos totale. Del resto, la confusione già regna sovrana, considerando che a differenza dei giudici di Catania, quelli di Bologna prima e Roma poi hanno invece rinviato la decisione sui Paesi sicuri alla Corte di Giustizia europea. Dal governo si reagisce con la strategia del bastone e della carota. Il vicepremier Matteo Salvini attacca: «Per colpa di alcuni giudici comunisti che non applicano le leggi», argomenta Salvini, «il Paese insicuro ormai è l’Italia. Ma noi non ci arrendiamo!». «L’Egitto è una meta sempre più gettonata per le vacanze», recita una nota della Lega, «tanto che nel 2023 ha segnato un numero record di visitatori: 14,9 milioni, di cui 850.000 dall’Italia. In altre parole, l’Egitto è un Paese sicuro per tutti, tranne che per i clandestini che, secondo alcuni giudici di sinistra, non possono tornarci. Pensare che, per la sinistra e l’Anm, a essere insicura dovrebbe essere l’Italia perché governata dal centrodestra. Eppure, per Pd e toghe rosse i clandestini devono rimanere tutti qui». Vanno giù pesante, con comunicati-fotocopia, decine di parlamentari di centrodestra.
Palazzo Chigi invece diffonde una nota nella quale si fa sapere che «il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto oggi (ieri, ndr) a Palazzo Chigi il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Fabio Pinelli. La visita si inserisce nell’ambito di una proficua e virtuosa collaborazione, nel rispetto dell’autonomia delle differenti istituzioni». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, da parte sua afferma che «le operazioni di trasporto di migranti verso l’Albania possono riprendere ed avverranno appena ci saranno le condizioni logistiche di intercetto, di transito di migranti e poi il pre-screening di eventuali persone eleggibili per essere trasferite». Alcuni migranti ieri sono stati imbarcati sulla nave Libra della Marina Militare a sud di Lampedusa. Dopo lo screening a bordo, verranno trasferiti in Albania. La partita a scacchi tra governo e giudici continua, con il «blocco navale» che stavolta è prerogativa dei magistrati.
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