- Anche il Gran muftì d’Egitto ha lanciato l’allarme sul rischio radicalizzazione. In Italia l’Ucoii preferisce guardare altrove
- Fermati l’intero nucleo familiare del terrorista e due genitori di allievi dell’istituto. Il docente si sentiva in pericolo e aveva denunciato le minacce. Ricercata la zia di una studentessa arruolatasi nell’Isis in Siria
Lo speciale contiene due articoli
Come fin troppo spesso accade in questi casi, è immediatamente partita la corsa alla deresponsabilizzazione. A Conflans-Saint-Honorine un diciottenne nato a Mosca, dopo aver gridato Allah Akbar, ha tagliato la gola a un insegnante di scuola media, colpevole di aver mostrato in classe le vignette su Maometto di Charlie Hebdo. Il brutale omicidio di Samuel Paty, 47 anni, è l’ennesimo mostruoso risveglio dal sonno europeo: regolarmente ci dimentichiamo di questo islam assassino, dopo qualche periodo di indignazione tentiamo di convincerci che non esista più, facciamo finta di non vedere i massacri che produce nel mondo, e puntualmente ci troviamo di fronte agli occhi un nuovo attacco, un nuovo morto innocente. Fra un po’ ci dimenticheremo anche di Samuel e torneremo anzi a occuparci dell’islamofobia dilagante o di altre baggianate di tal fatta.
Già ieri sulla Stampa il sociologo Olivier Roy, interpellato ogni volta che si discute di islam radicale, si affannava a ripetere che i soldati islamici sono in realtà «assassini mossi da rabbia personale che vogliono solo uccidere e farsi uccidere». E aggiungeva che i criminali «spesso non frequentano nemmeno la moschea». Tutto risolto dunque: l’importante è non turbare la minoranza islamica europea.
Eppure ci sarebbe da affrontare più a fondo la questione. Ci sarebbe da prestare ascolto ad altre voci. Ad esempio quella del Gran muftì d’Egitto, Shawki Allam. Come ha riportato il quotidiano online musulmano La Luce (quello con cui collabora Silvia Aisha Romano, tanto per intendersi), Allam in un’intervista rilasciata al canale televisivo satellitare Sada Al-Balad ha dichiarato che «il 50% dei musulmani europei simpatizza per l’Isis». Una affermazione pesante, che tuttavia non è molto lontana dal vero, e che andrebbe presa sul serio se si volesse realmente sradicare il terrorismo.
Secondo Allam, «il numero di europei nell’Isis è in aumento» e gran parte della responsabilità grava sui centri islamici europei, i quali «devono rivedere la formazione, la qualificazione e la formazione scientifica delle guide religiose». A dire queste cose non è un pericoloso sovranista ma un leader musulmano per altro non esattamente «moderato», come superficialmente si usa dire da noi. Allam è vicino a Mohamed Al Tayyeb, il grande imam di Al Azhar che papa Francesco ha citato come fonte di ispirazione per la sua Fratelli tutti. Se persino personaggi del genere si spingono a segnalare l’aumento dei casi di radicalizzazione significa che un problema esiste eccome.
È interessante notare, in ogni caso, come abbiano reagito vari esponenti del mondo islamico alle esternazioni di Allam. I Fratelli musulmani lo hanno immediatamente attaccato per bocca di Ali Moheiddin al-Qaradaghi, capo della Iums, l’Unione internazionale degli studiosi islamici.
Quando la Fratellanza si muove, a ruota si muovono anche tantissime organizzazioni europee e italiane che a quella galassia fanno in vario modo riferimento. In Italia si è schierata anche l’Ucoii, ovvero l’Unione delle comunità islamiche italiane. Il presidente, Yassine Lafram, si è mostrato molto irritato dalle uscite del muftì egiziano. «Si tratta di dichiarazioni irresponsabili che di fatto danno le comunità islamiche in pasto ai movimenti xenofobi che non attendono altro che avere alleati all’interno del mondo islamico che legittimino le loro posizioni islamofobe», ha detto. «Queste dichiarazioni oltre a rappresentare delle fake news, non fanno altro che alimentare l’islamofobia in Europa, piaga che ci aspetteremmo si aiutasse a combattere invece di rinfocolare».
Secondo Lafram, «è evidente che si tratta di una manovra politica: l’Egitto fa una rappresentazione infamante dei musulmani europei perché si vuole legittimare agli occhi degli Stati occidentali come soluzione a questo problema, è tempo che cerca di presentarsi come autorità religiosa in grado di correggere l’estremismo, in questo caso lo fa a danno dei musulmani europei». Certo, per Lafram probabilmente, invece che all’Egitto dovremmo affidarci alla Turchia, tanto per stare sicuri…
L’aspetto più interessante delle dichiarazioni del leader dell’Ucoii è proprio quello riguardante le autorità religiose egiziane. «Bisogna stare molto attenti a non cadere nell’errore di considerare il muftì o l’imam di Al Azhar come autorità islamiche universali alla stregua di un Papa», ha detto. «Questa è un’operazione che l’Egitto sta facendo ma che non trova nessuna corrispondenza nella realtà, né in base alla natura della nostra religione e tanto meno in base ai reali equilibri nel mondo islamico e al reale sentire dei musulmani». Davvero curioso.
In pratica, Lafram sta sconfessando, dicendo che non rappresenta il comune sentire dei musulmani, il già citato Grande imam di Al Azhar. Cioè quello che da anni ci viene presentato come la vera voce dell’islam. Quello che fu invitato da Laura Boldrini a tenere una lezione alla Camera su «Islam religione di pace». Quello che papa Francesco cita a ripetizione descrivendolo come uomo del dialogo e simbolo della realtà musulmana (anche se ci ricordiamo sempre la sua giustificazione degli schiaffi alle donne). Insomma qualcosa non torna: che abbia ragione l’Ucoii o meno, questo cortocircuito smonta tutti gli artifici politicamente corretti sull’islam «buono» e presentabile.
Qualcuno potrebbe obiettare: forse è l’Ucoii a non rappresentare i musulmani e ad avere posizioni troppo estreme. Può anche darsi. Ma allora ci devono spiegare perché, poche settimane fa, questa associazione è stata scelta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, come principale riferimento per la formazione degli imam che devono occuparsi della assistenza spirituale nelle carceri italiane. L’Ucoii infatti ha stabilito una collaborazione con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) del ministero della Giustizia, il cui scopo sarebbe quello di evitare la radicalizzazione dei detenuti e di deradicalizzare quelli già avviati sulla cattiva strada. Tale accordo di collaborazione «conferma e rilancia quello siglato nel 2015, nello spirito del rispetto della libertà religiosa, tutelata dalla Carta fondamentale e dall’articolo 26 dell’ordinamento penitenziario che garantisce a detenuti e internati di professare la propria fede religiosa anche in carcere».
Lo stesso Lafram ha celebrato l’intesa spiegando che «la cura delle anime è importantissima e giustamente dev’essere esperita nel rispetto della tradizione di appartenenza del detenuto» e che bisogna «mettere il carcerato nelle migliori condizioni perché accetti la pena assegnatagli e scongiurare fenomeni di radicalizzazione, rari ma pur sempre possibili, innescati da una condizione di rancore generale nei confronti della società». Il leader dell’Ucoii si è anche sentito in dovere di ringraziare Bonafede «per l’atteggiamento scevro da ingiusti pregiudizi nei nostri confronti».
Tutto molto bello. Però i dubbi restano. Perché affidare la cura dei detenuti a rischio a chi sminuisce gli allarmi sulla radicalizzazione e l’estremismo? E ancora: dobbiamo credere al Papa che ci presenta l’imam egiziano come il vero buono della situazione o dobbiamo fidarci della associazione scelta come interlocutrice dal governo che ne smonta l’autorità? La sensazione è che, come sempre, a dominare siano i pregiudizi buonisti e l’ideologia. E intanto che noi ci trastulliamo, gli estremisti continuano a colpire.
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