Verso l’ora di pranzo di ieri, all’uscita dal carcere di Opera (Milano), era partita la provocazione dell’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore dell’anarco-insurrezionalista Alfredo Cospito: «Il ministro Carlo Nordio ha tempo fino a domenica per rispondere all’istanza che abbiamo presentato, ma se non lo ho fatto fino ad adesso ritengo che le speranze siano risibili. L’istruttoria è stata compiuta, i pareri già acquisiti: avrebbe tuttigli strumenti per prendere una decisione, non so spiegarmi perché non lo faccia, mi sembra qualcosa di assurdo». Immediata è arrivata la risposta del Guardasigilli ed è stata di rigetto dell’istanza, con la motivazione che «per l’autorità giudiziaria sussiste il rischio che Cospito comunichi con l’esterno».
Centrali per il rigetto della domanda di revoca del 41bis decisa dal ministro sono stati i pareri espressi dalla Direzione nazionale antimafia, dalla Dda di Torino e dal procuratore generale di Torino Francesco Enrico Saluzzo. I magistrati hanno ritenuto «infondate» le ragioni contenute nella richiesta dell’avvocato Albertini, che si basavano su una sentenza con la quale la Corte d’assise di Roma ha assolto dall’accusa di «associazione con finalità di terrorismo» alcuni esponenti del centro sociale anarchico Bencivenga di Roma. Dunque i piagnistei della sinistra e del mondo radicale non hanno sortito l’effetto sperato. Cospito, accusato di aver attentato alla sicurezza dello Stato con una tentata strage e adesso a rischio ergastolo su input della Cassazione, resterà al 41bis nonostante il digiuno a oltranza. Una condizione di isolamento che gli impedirà di continuare a incitare i compagni in libertà affinché diano l’assalto a persone e cose in nome dell’anarchia. Può solo sperare nella decisione dei giudici della Suprema corte che il 24 febbraio si riuniranno in camera di consiglio per decidere sul ricorso contro l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Roma che ha confermato il regime speciale per quattro anni.
La realtà è la battaglia di una certa sinistra va avanti da anni per scardinare dalle fondamenta questa misura antimafia pensata da Giovanni Falcone per isolare i boss dal loro brodo di coltura, per strappare alla piovra i tentacoli che sgusciavano fuori dalle prigioni.
Nei giorni scorsi, studiando il caso Cospito, c’è chi ha stigmatizzato la regola che impedisce ai detenuti 41bis di tenere più di un certo numero di foto o di libri in cella o di scambiarsi cibarie. Il motivo di quest’ultima restrizione è quasi banale: serve a impedire che i boss acquistino alimenti e li facciano cucinare ai gregari ristabilendo dentro alla cella le gerarchie interne della cosca. Anche le foto, la loro grandezza e il loro numero, con l’ostensione sulle pareti delle celle, possono dare la misura, attraverso le immagini, del potere di un detenuto. Infatti la cultura mafiosa in carcere prolifera anziché essere estirpata.
Ma queste regole sono all’acqua di rose se si considera l’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario del 1975, quello che in tempi di terrorismo aveva istituto i cosiddetti «braccetti della morte». Poi la legge Gozzini abrogò la famigerata norma e la sostituì con l’articolo 41bis primo comma, considerato più blando, a cui Falcone aggiunse i successivi capoversi. Il nuovo regime entrò in vigore dopo la morte di Paolo Borsellino. Per anni nessuno ha avuto il coraggio di metterlo in discussione, essendo troppo fresco il ricordo del sangue versato dai due magistrati.
Ma il sistema, a cui i mammasantissima degli anni ‘90 alla Michele Greco erano andati incontro con una loro mefistofelica dignità, adesso spaventa la criminalità organizzata di seconda generazione, meno abituata alle privazioni rispetto ai vecchi mafiosi. Un rischio, quello dei collaboratori, che però preoccupa anche i colletti bianchi collusi con la criminalità organizzata. Ecco che si è così creata una saldatura tra interessi diversi, ma convergenti.
Il tentativo di disarticolare il 41bis è in corso da anni. Nel 2009 l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano varò un pacchetto sicurezza che avrebbe dovuto inasprirlo e che prevedeva la nascita di nuove ed efficienti carceri per detenuti di mafia.
Ma dopo 14 anni di quelle nuove strutture ha visto la luce solo la casa circondariale di Sassari, dotata di sezioni apposite con 4 celle l’una e 90 posti in tutto (88 quelli occupati). Ogni 4 stanze ci sono una saletta per la socialità e un passeggio dedicato. Nel «varco» c’è tutto il necessario alla vita del gruppo di detenuti.
La polizia penitenziaria la ritiene una struttura d’eccellenza dove è possibile controllare i prigionieri come in nessun altro carcere, ma è rimasta un esempio isolato. Quello di Cagliari, per esempio, non è ancora stato inaugurato. Tutti gli altri bracci speciali sono stati adattati.
Oggi le prigioni per i 41 bis sono 12: il nuovo complesso di Rebibbia, Sassari, Nuoro, L’Aquila, Viterbo, Terni, Spoleto, Parma, Milano Opera, Cuneo, Novara e Tolmezzo (Udine). Settecentocinquanta posti in tutto, settecentoquaranta impegnati. Parma e Milano sono gli unici con sezioni organizzate a corsia ospedaliera, i cosiddetti Sai (servizio sanitario intensificato). Per questo Cospito è stato spostato a Opera, considerato un istituto con regole meno rigide rispetto a Parma.
Quella dell’Aquila, dove si trova ristretta l’ex capa delle bierre Nadia Desdemona Lioce, è ritenuta una prigione efficiente ed era stata pensata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ai tempi più bui del terrorismo.
Il problema è che potrebbe ospitare al massimo 100-110 41 bis mentre oggi ve ne sono rinchiusi intorno a 160. Il che significa che vengono a mancare le cosiddette celle filtro (vuote) e l’isolamento non è garantito come dovrebbe. Ma nell’ultimo decennio sono successe anche altre cose.
Tutte le figure professionali che operano nel circuito 41 bis dovrebbero essere altamente specializzate. Il problema è che l’amministrazione ha individuato per la formazione un’università dove la maggior parte dei docenti considera la misura anticostituzionale e da abolire.
Anche a livello ministeriale, in un dicastero molto politicizzato e in cui i dirigenti sono stati spesso piazzati nei posti chiave da ministri di orientamento progressista, lavorare con i 41 bis non viene più considerato un incarico prestigioso, ma una sorta di diminutio. Sino a dieci anni fa venivano mandati in quelle sezioni i funzionari destinati a fare carriera oggi è vero il contrario. Il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria da nucleo di élite sta perdendo molte delle sue prerogative.
Nel 2007 il ministro Clemente Mastella, per decreto, aveva concesso autonomia contabile al Gom, rendendolo più reattivo ed efficiente. Dieci anni dopo il Guardasigilli dem Andrea Orlando, quello della visita a Cospito e della richiesta dell’abolizione del 41 bis per l’anarco-insurrezionalista, ha cancellato quell’autonomia, di fatto soffocando nella burocrazia la snellezza operativa del gruppo.
Ai tempi del pacchetto sicurezza i detenuti era 560 e il personale del Gom sfiorava le 700 unità. Oggi, come detto, i detenuti in regime speciale sono 740 e gli uomini del Gom solo 620. Inoltre negli istituti vengono mandati direttori che non hanno mai diretto non solo dei 41bis, ma neppure l’alta sicurezza, un gradino più basso di isolamento. Al ministero la direzione generale detenuti, che sino a una dozzina di anni fa era considerata una sorta di Ferrari, è stata quasi smantellata. Vi entra personale poco esperto della materia. Addirittura è stata rimpolpata con atleti delle Fiamme azzurre, eccellenti nello sport, ma poco abituati a leggere fogli matricolari e ordinanze.
Poco per volta è stato distrutto l’ufficio reclami. Se i 41 bis fanno un ricorso, sostenuti da pool di avvocati agguerriti e capaci di fare cartello, la risposta è così lenta che a volte arriva fuori tempo massimo. Inoltre spesso questa attività di replica viene delegata direttamente agli istituti, che sono completamente impreparati.
Per questo i 41 bis hanno iniziato a vincere ricorsi su ricorsi creando una vera e propria giurisprudenza che garantisce una sponda giuridica, fatta di sentenze favorevoli, a chi vuole smantellare il regime speciale.
Quando il detenuto fa un’infrazione disciplinare può subire l’esclusione dalle attività in comune o una semplice ammonizione.
Sino al 2015-2016 la gran parte dei procedimenti si concludeva con l’irrogazione della sanzione più pesante, nel 2019 il rapporto si è ribaltato.
Persino in carceri d’eccellenza come Sassari da due anni mancano un direttore e un comandante di reparto della polizia penitenziaria stabili. Ricordiamo che se il direttore è vacante i rapporti disciplinari rischiano di essere archiviati.
Nel dicembre del 2019 è stata convocata una riunione della Direzione nazionale antimafia per affrontare il problema della scarsità di posti nelle sezioni 41bis lamentata dai procuratori distrettuali. Infatti i magistrati ricorrono preferibilmente a quel circuito perché quello dell’alta sicurezza fa acqua da tutte le parti. Adesso i detenuti hanno persino diritto ad avere a disposizione tutti i canali televisivi in chiaro, anche se è stato dimostrato che alcuni di questi sono stati utilizzati per mandare messaggi ai boss in carcere, magari con gli sms che scorrono sullo schermo per consentire agli spettatori di inviare saluti e auguri.
Che sia in corso un allargamento delle maglie è attestato dal numero dei permessi di necessità, concessi dai magistrati di sorveglianza: una quindicina di anni fa per 600-650 detenuti erano 4-5 all’anno, ora per 740 sono più di trenta. E così mafiosi pericolosi possono tornare nei loro territori per mostrarsi e mandare segnali a spese dei contribuenti, come è successo recentemente con Domenico Gallico o Ignazio Ribisi.
La mafia ha sempre perseguito la politica dei piccoli passi e ora può contare sull’inaspettato sostegno alla propria lotta di Cospito e dei detenuti politici. La dichiarata incostituzionalità dell’ergastolo ostativo (quello che vieta le comunicazioni con l’esterno) rende il 41bis l’ultimo baluardo del cosiddetto carcere duro, anche se la misura è disposta con atto amministrativo (un decreto ministeriale) e non dall’autorità giudiziaria. Infatti non è una pena, ma una misura di prevenzione. Qualcuno teme che la messa fuorilegge dell’ergastolo ostativo possa trasformarsi in un cavallo di Troia da utilizzare contro il 41bis. E a questo assalto sta provando a dare il suo contributo il mondo anarchico spalleggiato dalle anime belle dell’avvocatura e della politica, pronte ad aprire spazi alla mafia in nome di un malinteso e ambiguo senso del garantismo.
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