Daniele Vicari: «Viva i giovani: sono senza tabù ideologici»
Il regista Daniele Vicari (Getty Images)

Lontano dalle luci dei riflettori e dalle tentazioni del red carpet, vi sono ancora registi italiani con una storia, e una sana gavetta, alle spalle. Daniele Vicari è uno di questi. Reduce dall’esperienza come presidente della giuria della sezione Venezia Classici, composta da studenti di cinema, prepara in silenzio il suo prossimo film e si confessa senza filtri.

Cosa le ha lasciato questa esperienza?

«Ho accettato veramente volentieri di presidiare una giuria di ventiquattro ragazzi e ragazze, alcuni dei quali non ancora laureati, perché come docente della Scuola Volonté ho capito che bisogna lasciarsi sorprendere da loro. E infatti mi hanno sorpreso. La scelta di premiare il restauro de La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini la trovo sorprendente».

Perché?

«C’erano in concorso restauri di film importantissimi della storia del cinema di registi come Lubitsch, Buñuel, Polanski, e invece hanno scelto un film italiano del 1960 che racconta la frattura della società in un momento storico difficilissimo, il periodo della fine della seconda guerra mondiale e della nascita della Repubblica di Salò. Si impara a guardare le cose con gli occhi di ragazzi che evidentemente non hanno ancora delle strutture ideologiche, oltreché delle furbizie che ti portano a svicolare e a non affrontare le cose».

Si è rivisto in loro?

«No, da ragazzo ero un ignorante totale! Io sono un perito tecnico, quando mi sono iscritto all’università sapevo a malapena parlare italiano, era abituato a parlavo in dialetto».

Veniva da un paesino in provincia di Rieti, Collegiove.

«Ero una persona cresciuta in montagna, non avevo visto film, solo alla fine del percorso universitario ho recuperato delle cose, mentre i ragazzi di oggi hanno enormi possibilità di conoscere il cinema sulle piattaforme, dove ci sono tutti i classici».

Come ha fatto lo scatto da perito tecnico all’università?

«Ero destinato alla fabbrica, che già sarebbe stato un passo avanti perché mi avrebbe garantito una professione, uno stipendio… Quando sei ragazzo, hai delle spinte che non comprendi nemmeno bene e così ho pensato che sarebbe stato interessante fare l’università. I miei me lo hanno permesso e quindi casualmente mi iscrissi a Lettere. Ero partito per iscrivermi a Fisica o Ingegneria, ma a Lettere c’erano un sacco di ragazze in fila, io venivo da una scuola maschile, quindi…».

Ed è venuto a vivere a Roma?

«In realtà, sono andato a vivere a Roma durante gli ultimi due anni dell’Istituto tecnico-professionale, da solo perché i miei stavano al paese. Volevo studiare informatica e l’unica scuola dove c’era un corso di informatica era l’Antonio Meucci, a Pietralata. Non mi hanno preso, ma mi hanno proposto di iscrivermi a telecomunicazioni, quindi ho studiato quei due anni a Roma».

All’università ha avuto come docente il grande studioso di cinema Guido Aristarco.

«I primi mesi frequentai solo i corsi di Lettere, poi un giorno entrai nell’aula 1, dove veniva proiettato un film, e scoprii che si poteva studiare cinema».

Ricorda il film?

«Ossessione di Luchino Visconti. A tre metri da me era seduto Lorenzo Cherubini, Jovanotti, che era anche lui iscritto a Lettere, ma aveva già debuttato e quindi era abbastanza conosciuto tra i ragazzi. Stavamo nella stessa aula a guardare questo capolavoro».

A quel punto ha cominciato a frequentare i corsi di cinema?

«Sì, perché mi sono appassionato e ho lasciato il latino e il greco, che seguivo con una fatica bestiale, non avendoli mai studiati. È stato proprio Aristarco che mi ha fatto innamorare del cinema perché lui ti faceva respirare l’odore della pellicola. Invitava all’università i grandi cineasti, non sono italiani: un giorno ha dato la laurea honoris causa a Ingmar Bergman. Mi ricordo un corso dello sceneggiatore Luciano Vincenzoni e grazie a lui ho conosciuto Gillo Pontecorvo. È stata un po’ la mia scuola di cinema».

Aveva un’impostazione ideologica?

«No, assolutamente, al contrario. Da giovane aveva fatto battaglie per il neorealismo, ma faceva vedere qualunque tipo di film. È stato un uomo straordinario che ci ha fatto precipitare dentro il cinema, poi aveva le sue idee e chi voleva poteva apprezzarlo anche per quello».

Ha continuato a frequentarlo?

«Per me è diventata una specie di amicizia, un po’ come accaduto successivamente con Ettore Scola. Erano persone che avevano tanto da insegnarti. Se c’è una cosa positiva che mi sono portato dietro dal paese, è il rispetto e la curiosità per quelli che hanno vissuto molto a lungo e sono carichi di storie».

L’ha influenzata nel suo passaggio al cinema?

«Non lo so perché comunque lui era un teorico, forse avrebbe preferito che io facessi lo studioso, però a un certo punto avevo scoperto il desiderio di fare cinema. Realizzai i primi cortometraggi quando ancora non ero laureato e i primi due li vide Aristarco».

Cosa disse?

«Che anche solo con un film che dura un minuto ci si può annoiare!».

Perché si era annoiato?

«Erano film sbagliati, non avevo le competenze tecniche, lui me lo disse con affetto. Fu importante per me perché la verità non te la dice nessuno. Se ti dicono tutti che sei bravo e basta, non impari niente. Lui invece trattò questi piccoli film come trattava i film dei maestri, li analizzò con serietà, mi parlò per ore di quello che avevo fatto. Poi mi diede una grande spinta perché cominciai a scrivere per la sua rivista Cinema Nuovo e a fare l’inviato nei festival. Dopo collaborai con Cinemasessanta, dove c’era Mino Argentieri, altra figura fondamentale».

Com’è avvenuto il passaggio dalla critica alla regia?

«Aristarco mi fece delle lettere di raccomandazione, come facevano una volta i professori per sostenere i loro allievi, e mi presentò i fratelli Taviani, ma non ho fatto nulla con nessuno! Però il fatto di poter entrare in contatto, magari solo una volta, con questi registi è stato importante. Guido Chiesa mi chiese di svolgere delle ricerche per alcuni documentari collettivi. In una di queste occasioni, un regista si tirò indietro e feci le mie prime prove di documentario. A quel punto mi venne l’idea di girare un reportage sui pecorari macedoni sulle montagne in Abruzzo. Questo documentario fu acquistato da Un mondo a colori, una trasmissione di Rai 2, e lo videro un milione e mezzo di persone. È in quel momento che ho cominciato veramente a fare il regista, anche grazie al Premio Sacher».

Come si intitolava?

«Uomini e lupi, come il titolo bellissimo di un film di Giuseppe De Santis, che avevo conosciuto grazie ad Aristarco perché era venuto anche lui a fare degli incontri all’università».

Fondare una scuola di cinema, la Scuola Volonté, è stato una chiusura del cerchio?

«Mi è venuta l’idea della scuola di cinema negli anni Novanta perché non ero riuscito a entrare al Centro sperimentale di cinematografia e nemmeno nelle scuole private che costavano un occhio della testa. Cominciai a parlarne con Antonio Medici, Valerio Mastandrea, Ettore Scola e Andrea Porporati. Con l’ingresso del gruppo di lavoro di Ettore Scola il progetto prese piede e con una trentina di persone, attori, registi, sceneggiatori, fondammo la scuola, progettata nel 2009-2010 e inaugurata nel 2011».

Perché l’avete intitolata proprio a Gian Maria Volonté?

«Durante queste riunioni ci siamo chiesti spesso come chiamare la scuola. Era un’artista che metteva d’accordo tutti: volendo aprire una scuola senza barriere di ingresso, gratuita, era quasi naturale intitolarla a Volonté. Anche i ragazzi e le ragazze che vengono da posti sperduti dell’Italia e non hanno grandi mezzi economici si sentono incoraggiati a partecipare alle selezioni. Dopodiché le selezioni le passano ragazzi e ragazze di tutte le categorie sociali».

È una scuola fatta da professionisti…

«Questo è uno dei criteri di fondo che abbiamo stabilito fin dall’inizio. Ci siamo detti: “Come si fa a rompere la barriera di accesso al cinema?”. Uno che sia gratuita. Due che i ragazzi abbiano un contatto immediato con l’industria, con docenti attivi nel mondo del lavoro, così gli allievi stabiliscono un contatto con professionisti. I docenti li scegliamo solo tramite il bando, non a chiamata, e uno dei criteri è di aver girato un film negli ultimi dieci anni. Una cosa importante sono gli stage: non c’è un set di un film italiano dove non ci siano allievi della scuola, per cui quando finiscono, sono persone che hanno respirato l’aria del cinema. Poi bisogna combattere per entrare nella tana del lupo».

Il suo esordio con Velocità massima è stato uno dei più folgoranti negli ultimi venticinque anni. L’attenzione per il reale era evidente.

«C’è sempre un mix tra immaginazione e realtà. Sono molto legato alle dinamiche sociali: per me fare cinema è legato al conoscere quello che accade, al di là della cronaca. Carlo Cresto-Dina mi aveva chiesto di fare un documentario sulla passione degli italiani per le automobili per la televisione franco-tedesca Arte e avevo scritto un lungo articolo per Il manifesto sulle corse clandestine, che ha avuto grande successo”.

Era appassionato di macchine?

«Sapevo tutto! Le due riviste a cui ero abbonato erano Quattroruote e Nuova elettronica perché costruivo radio. Quando ho scoperto che a Roma si facevano le corse clandestine, sono andato a vederle con un ragazzo che vi partecipava. Siccome come critico scrivevo che i film italiani dell’epoca si svolgevano tra la cucina e la camera di letto, mi sono detto: “Se sei un uomo, devi fare un film sulle corse delle macchine” e quindi ho girato Velocità massima, che è stata una follia totale».

Ha poi soddisfatto la sua passione per le macchine?

«Avevo una bellissima Golf che ho sfondato per fare Velocità massima. Dopo mi sono detto: “Forse non vale la pena buttare tutti i miei soldi sulle automobili!”».

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