odissea uberto pasolini
Ralph Fiennes nei panni di Ulisse, nella versione dell’Odissea realizzata dal regista Uberto Pasolini. Il film, titolato «Itaca Il ritorno», è reperibile nelle piattaforme e merita la visione

L’Odissea di Christopher Nolan sarà probabilmente raggiunta in cima alla classifica dei film più visti dalla nuova avventura di Spider-Man, ma resta comunque difficile sostenere che non sia un clamoroso successo.

Alla fine della scorsa settimana ha raggiunto un incasso complessivo di 32.323.463 euro, superando Il diavolo veste Prada 2, che ha guadagnato 32.076.083 euro, e diventando così la pellicola più premiata dal pubblico nel 2026. Certo deve avere giovato il robusto dibattito che si è sviluppato attorno a questa particolare versione cinematografica del capolavoro omerico. Nolan dovrebbe probabilmente ringraziare Elon Musk per aver sollevato un enorme polverone accusando Odissey di essere una patacca woke. E viene in effetti da pensare che certe scelte a livello di cast siano state fatte proprio per fare discutere. Affidare il ruolo di Elena e quello speculare di Clitemnestra a Lupita Nyong’o, attrice kenyota-messicana naturalizzata statunitense, è stato senza dubbio ardito. Osservando poi lo spazio che la suddetta attrice occupa nel film viene da domandarsi a che cosa sia servito scritturarla se non ad alimentare un po’ di chiacchiericcio. In ogni caso, se questo era l’obiettivo, è stato facilmente raggiunto.

Come abbiamo già avuto occasione di notare, comunque, Nolan non modifica il testo omerico, né lo perverte. L’unica ad aver fatto registrare uscite discutibili in merito è stata proprio Lupita, che prima si è lamentata dello scarso spazio concesso dal Poeta alle donne, salvo poi ammettere di non conoscere la lettera dell’Odissea. Il punto, però, è che che Nolan si è attenuto fedelmente al racconto, ma ne ha radicalmente modificato la prospettiva. Il suo Ulisse è un uomo piagato dai massacri che ha visto e provocato, ferito nello spirito prima che nel corpo dalla degradazione dell’umanità a cui ha assistito nel corso dei suoi viaggi e al ritorno in patria. Egli si strugge per il crollo del rispetto per la vita umana, per l’allentamento dei legami fra individui, rovinati dalla bramosia e dalla sopraffazione. Qualcuno sostiene che il wokismo nolaniano stia nel tentativo di fare assumere a Odisseo le fattezze di un Occidente vessato dai suoi stessi errori, appesantito dal gravame delle sue colpe storiche. Pentimento e senso di colpa sono totalmente assenti nella visione omerica, che è eroica e dunque tragica. In qualche modo, dunque, questa Odissea contemporanea sarebbe l’ennesima fermata nella via crucis che la figura dell’eroe sta percorrendo da tempo.

Tutto questo materiale ribollente, per quando ideologicamente contestabile, nella mani di un grande artista può produrre qualcosa di grandioso, e tocca riconoscere che Nolan è riuscito solo in parte nel compito. Egli sembra non portare fino in fondo il discorso, lo inizia poi lo interrompe, talvolta lo annega in scene d’azione che appaiono leggermente forzate. Si dirà che è facile criticare, che Nolan ha comunque sfornato un bel film e che confrontarsi con Omero è impresa titanica, sfida che i più falliscono. Vero. Ma è vero anche che qualcuno, prima di Nolan, ha affrontato l’Odissea con un approccio analogo, anzi curiosamente simile, ed è comunque riuscito a cavarne una grande opera.

Perché il film di Pasolini convince più di Nolan

Stiamo parlando di Uberto Pasolini, regista e produttore italiano, che nel 2025 ha fatto uscire Itaca. Il ritorno, lungometraggio coprodotto dalla Rai che purtroppo non ha goduto del successo del film di Nolan, ma che forse lo supera in bellezza e profondità. Chi oggi si affanna a commentare Odissey dovrebbe per lo meno cercare di recuperare (sulle piattaforme digitali non è difficile) questo gioiellino italico, con Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse e Juliette Binoche come splendida e fiera Penelope.

Mettiamolo subito in chiaro: l’impostazione di Pasolini è davvero molto simile a quella di Nolan. Viene quasi da pensare che il regista americano abbia girato partendo dagli stessi presupposti. L’Odissea pasoliniana è – a detta dello stesso autore – un film sulla responsabilità e il senso di colpa. È un film che quindi si distanzia dalla visione greca, ma non è certo woke. Anzi è un lavoro crudo, storicamente accurato, frutto di un dialogo con il testo meditato e talvolta persino doloroso. Pasolini avrebbe persino potuto sostenere che Nolan abbia preso spunto da lui, ma con grande signorilità ha preferito difenderlo. «Un artista, perché in genere nel cinema non ci sono artisti, ci sono bravissimi artigiani e qualche artista ogni tanto, e io credo che Nolan, nel suo modo, sia un artista, ha voluto dare la sua versione, la sua interpretazione di Omero», ha detto a Repubblica. «Per quello che riguarda la dea o Elena, a lui interessava portare sullo schermo qualcuno che abbia caratteristiche psicologiche di un certo tipo. Il fatto che sia nera invece che bianca mi sembra irrilevante. Uno, perché i neri esistevano in Africa e nel mondo mediterraneo ai tempi di Omero, e Omero ne parla. Il messaggero preferito di Odisseo nell’Odissea è descritto come un nero, con i capelli cotonati come la lana. Qualcuno del resto può dire a me: tu hai tolto gli dei. Allora è più sbagliato prendere una decisione come la mia, raccontare una parte dell’Odissea senza dei, oppure parlare con gli dei ma rappresentarli con attori diversi da come noi ce li immaginiamo? Sono letture diverse, dialoghi diversi. Secondo me, entrambi validi. L’importante è trattare il testo con serietà». Si può certo non condividere questa posizione, ma è appunto seria, e tanto basta.

La forza di Penelope oltre le polemiche woke

Per altro, sempre a Repubblica, Pasolini ha smontato con grazia le intemerate – quelle sì ridicolmente woke – della esondante Lupita sul sessismo di Omero: «Omero ci dà una Penelope multiforme, come ci dà un Odisseo polytropos», ha spiegato. «È una Penelope che ha momenti di grande debolezza, di infelicità, di pianto. Ma è anche una Penelope che da vent’anni regge e tiene insieme il regno. Che, con e senza l’inganno, prende decisioni: prova a proteggere gli interessi del marito assente, gli interessi del figlio, la vita del figlio. È lei che governa. È lei che decide la prova dell’arco. È lei che decide di riconoscere Odisseo. È lei che decide di ingannare i pretendenti, di attendere. E la decisione dell’attesa è una decisione di forza. Omero ce la descrive piangendo sul telaio. Però, come personaggio, dal punto di vista drammaturgico, è molto forte. E sappiamo che i principi di Itaca che vogliono diventare re devono sposare la regina. Questo ci dice qualcosa sul ruolo della donna nel mondo di Omero». E ha aggiunto: «Forse chi fa quella critica si limita a una lettura di Penelope che non rispetta la complessità del testo. La realtà è che uno cerca nei testi, o trova nei testi, quello a cui è più interessato».

Qualcuno, come no, potrebbe sostenere che quella di Pasolini sia una Odissea «sinistrorsa», ma anche se così fosse, chi se ne frega. La grande arte è capace di andare oltre ogni categoria politica, di stimolare riflessioni e emozioni al di là degli steccati: questo la rende così importante. L’unica cosa su cui oggi avrebbe davvero senso recriminare almeno un po’ è il fatto che un bellissimo film, con grandi attori e prodotto dalla Rai, non abbia ottenuto nemmeno un decimo della pubblicità e del clamore avuti da Nolan. Se volessimo difendere la nostra cultura, più che fermarci a litigare sulla Elena nera (che resta discutibile) dovremmo valorizzare meglio gli artisti che abbiamo. E che non hanno nulla da invidiare ai colossi americani.

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