Può sembrare difficilmente comprensibile, se non addirittura paradossale, che in una fase storica come la nostra, in cui l’Occidente è più che mai impegnato nella demolizione del concetto di eroe (specialmente se l’eroe è di sesso maschile), a trascinare nei cinema decine di migliaia di spettatori sia un film che ha per protagonista non semplicemente un eroe, ma un supereroe.
Record al box office: il debutto di Spider-Man
Già, perché nella sola Italia Spider-Man: Brand New Day – diretto dallo statunitense Destin Daniel Cretton e prodotto da Columbia Pictures, Pascal Pictures e Marvel Studios (cioè la Disney) – ha debuttato mercoledì scorso con un astronomico incasso di 4.020.007 euro, pari a 516.884 spettatori, in appena ventiquattr’ore. Eccezion fatta per Buen camino di Checco Zalone, si tratta del miglior esordio italiano dal 2020 a oggi (e tra i film internazionali soltanto Avengers: Endgame aveva aperto meglio, nell’aprile del 2019), il quinto di sempre nella storia del box office di casa nostra e il migliore in assoluto per quanto riguarda le pellicole incentrate sull’Uomo Ragno.
Come si spiega quest’apparente contraddizione? Forse proprio con il fatto che la contraddizione non c’è. In misura ancora maggiore rispetto agli altri suoi colleghi in calzamaglia, che appartengano alla scuderia della Marvel (come l’Arrampicamuri) o a quella della DC, Spider-Man sta infatti diventando, sempre di più, un eroe di nome ma non di fatto.
È certamente vero che il personaggio, creato nel 1962 dallo sceneggiatore Stan Lee e dal disegnatore Steve Ditko, si è fin dall’inizio caratterizzato come un soggetto tormentato e talvolta persino perdente, ma attualmente, perlomeno al cinema, sembra essergli venuto a mancare (ed è ovviamente una precisa scelta di chi Spider-Man: Brand New Day lo ha realizzato) il requisito fondamentale di un eroe, ossia la capacità di risolvere le situazioni e di togliersi dai guai facendo assegnamento in primo luogo, se non esclusivamente, su sé stesso.
Soffermandosi sulla trama di Spider-Man: Brand New Day, in cui l’Uomo Ragno (Tom Holland), anche a costo di diventare un estraneo per l’amico Ned Leeds (Jacob Batalon) e l’amata Mary Jane (Zendaya), chiede al Doctor Strange di ricorrere alla magia affinché il mondo riprenda a ignorare che Spider-Man e Peter Parker sono la stessa persona, ci si rende conto di come gli autori abbiano ritenuto necessario affiancare al Tessiragnatele altri supereroi, dal Punitore a Hulk, il cui supporto si rivelerà decisivo. Come se, appunto, non considerassero più concepibile che un individuo possa, da solo, farsi carico dello status di eroe.
La messa in discussione del supereroe, beninteso, non è un fenomeno recente. Già nel 1992, nella prefazione del saggio a più voci Il crepuscolo degli eroi, da lui curato, lo scrittore e fumettista Daniele Brolli osservava: «Nessuna meta finale e neppure la definitiva distinzione tra bene e male rimangono a dare senso alla lotta degli eroi. Così, tramontata la loro funzione nell’immaginario, non rimane loro che una scelta personale. Il Batman di The Dark Knight Returns di Frank Miller si distingue proprio per questa sua esistenza da scheggia impazzita, frutto di una psicopatologia sociale.
D’altra parte, la rivoluzione grafica e narrativa degli ultimi dieci anni ha immesso nell’orizzonte popolare dei comic book modalità di racconto più sofisticate, tale da dare ai personaggi l’opportunità di rivelarsi pedine consapevoli nei mondi virtuali del fumetto. I protagonisti di The One di Rick Veitch, come quelli di Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons o l’Animal Man e la Doom Patrol di Grant Morrison, sanno di raccontare la fine del mito, la sua polverizzazione, e, con modalità differenti, ne parlano con i loro lettori».
La crisi dell’eroe moderno tra cinema e fumetto
Il processo descritto da Brolli quasi trentacinque anni fa, tuttavia, si è nel frattempo spinto molto oltre. Ciò che l’industria dell’intrattenimento (quindi il cosiddetto mainstream) propone non è più una figura che, pur in un contesto che non la ricerca né la apprezza come in passato, seguita ostinatamente a pensarsi eroe e ad agire come tale (sulla base, per riprendere Brolli, di una non sindacabile «scelta personale», come il dolente e malandato Batman di Miller), bensì qualcuno che al proprio eroismo ha smesso lui per primo di credere. E al pubblico, a quanto pare, sta bene così. È questo genere di proposta che l’utente medio di un film supereroistico oggi si aspetta e che, forse, desidera.
Supereroi con super problemi: cosa resta del mito
Non c’è dubbio che si tratti di un successo per il pensiero dominante, ottenuto attraverso una capillare opera di rimodellamento dell’immaginario collettivo condotta ormai, in ogni possibile ambito, da almeno un paio di decenni. La formula vincente che a partire dai primi anni Sessanta del secolo scorso impose ovunque i personaggi della Marvel (dall’Uomo Ragno a Devil, da Iron Man a Hulk) facendoli amare da milioni di lettori era quella del «supereroe con super problemi». Adesso, però, di super sono rimasti solo i problemi. Dell’eroe si sono perdute le tracce.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >