L’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica si è aperta con un film che è un pugno allo stomaco di Sigfrido Ranucci e del ranuccismo. Un film che smonta il giornalismo come missione etica, che si prefigge di indottrinare e migliorare le persone. S’intitola Ink (inchiostro), è diretto da Danny Boyle, regista britannico di Trainspotting e di The Millionaire, quest’ultimo premiato con l’Oscar.
Il film che ha aperto la Mostra del cinema a Venezia
Un regista pop, provocatore e di grande impatto com’è questo suo film che quando arriverà nelle sale farà discutere e potrà avere un discreto successo. È tratto dall’opera teatrale di James Graham, che qui firma come sceneggiatore, e narra la vera storia del Sun, il tabloid acquistato da Rupert Murdoch che sul finire dei Sessanta rivoluzionò il giornalismo anglosassone diventando il quotidiano più venduto nel mondo anglofono. «Il 1969, l’anno in cui l’uomo ha messo piede sulla Luna per la prima volta», si legge nelle note del regista, «è anche l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb hanno lanciato un quotidiano destinato a cambiare il mondo in modo ancora più radicale.
Ben prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social; decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini hanno dato vita a un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, è diventato il giornale più venduto al mondo». Boyle fa interpretare il «pecoraio australiano» da Guy Pearce, australiano a sua volta, in una gara di pragmatismo con «il suo agnellino» Larry Lamb, il direttore con la mascella squadrata impersonato da Jack O’Connell.
È una guerra contro le regole dell’informazione paludata e i conformismi della city londinese dove dominano il Daily Mirror e il Telegraph, testate «che trasudano supponenza e autocompiacimento», convinte di dover inoculare la buona morale nei lettori. Ci si entusiasma, soprattutto all’inizio, per la rivalsa degli outsider, i perdenti che ora incalzano la concorrenza puntando sugli scandali, il gossip e lo sport.
Il legame del film con Ranucci e Report
Insieme a questo Ink, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi (sezione Orizzonti) che racconta la vita di Gerda Taro, fotoreporter e compagna di Robert Capa, ha completato una giornata incentrata sull’informazione. Un tema molto caro anche a George Clooney che alla Mostra del 2005 presentò da regista e interprete Good night, and good luck e che ieri, nel corso della serata inaugurale, è stato premiato con il Leone d’oro alla carriera.
Particolarmente stimolanti, alcuni spunti del film di Boyle avranno fatto fischiare le orecchie agli «inviati di Report», ai fautori del giornalismo a tesi e ai «conduttori unici delle coscienze» che amministrano i talk show delle nostre tv. Per il regista britannico la disintermediazione, il ridimensionamento del giornalista-guru che monta, smonta e smista «la verità», inizia al Sun.
Lo mostra la scena della riunione di redazione in cui Lamb interroga i suoi collaboratori: quali sono le vostre passioni reali, che cosa vi entusiasma davvero, a cosa pensate quando siete da soli? «Io guardo la televisione», rivela la reporter più sagace, interpretata da Claire Foy. Io lo sport, io vado in discoteca al pub e a ballare, a me interessano le donne e il sesso, a me il denaro, sono le altre risposte. Poi, certo, anche tra questi «reietti», scarti degli altri giornali, c’è chi dice di pensare «alla traduzione dal francese delle opere minori di Émile Zola». Ma a Lamb basta per sovvertire la gerarchia delle notizie: basta con il Guatemala e quello che succede a Washington… Il «giornalismo a specchio» sostituisce quello «fatto da una finestra», e il grafico delle vendite prende a salire vertiginosamente, prima accorciando il distacco dal Mirror, poi…
Il giornalismo di Ink vs il giornalismo di Ranucci
«Sì, il film parla di una storia di più di cinquant’anni fa, ma è una storia che c’entra con il presente e con il modo di informarci di oggi», ha osservato Boyle nell’incontro con i media. «Quell’epopea è entusiasmante perché Murdoch era straniero, non piaceva all’establishment britannico e si scontrava con forti pregiudizi. Anche noi siamo prigionieri di una certa narrazione sul suo conto. Ma quello in quegli anni l’abbiamo visto ribaltare le regole di un sistema monolitico e molto paternalista guidato dai giornali tradizionali». «Con il Sun è finito il giornalismo che si preoccupava di informare ed educare», ha sintetizzato lo sceneggiatore. Poi, certo, la strada imboccata si portava dietro altri pericoli.
Ancora Boyle: «Siamo saliti su uno scivolo che ci ha portati in un luogo oscuro, un posto dove tutto può succedere, come ci mostra il personaggio di Jack O’Connell che a me ricorda Al Pacino del Padrino». Un uomo senza scrupoli, che supera lo stesso Murdoch nella gara di cinismo quando, per battere definitivamente il concorrente, prima rompe il tabù del nudo di donna in prima pagina, poi sceglie di cavalcare sul giornale il rapimento della moglie del vicepresidente del gruppo editoriale. Il sorpasso sulla concorrenza si realizza, ma il prezzo è molto alto. Troppo anche per Murdoch, uomo d’affari sì, ma anche editore che amava il giornalismo e seppe porsi dei limiti.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >