- Sacerdoti con venti parrocchie e con quadrupli incarichi. In futuro ne avremo uno ogni dieci comunità. È l’effetto della crisi delle vocazioni. Ma ci sono segnali in controtendenza nelle fraternità «all’antica».
- «Giocavo a volley ed ero fidanzata, ma mi mancava qualcosa Il mio unico cruccio? Non riabbraccio mia madre da 17 anni».
Lo speciale contiene due articoli
«Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar…», cantava Celentano una vita fa senza rendersi conto che esagerava. Sì, perché quando uscì Azzurro, nel maggio del 1968, i preti ancora c’erano: è oggi che sono spariti. In gran parte a causa del vertiginoso calo delle vocazioni di cui diremo, in parte anche per altri fattori, tipo un abbandono della talare e ultimamente pure del clergyman che ha reso il clero rimasto mimetizzato, quasi invisibile. Sui preti ancora vestiti da prete però non esistono statistiche: meglio così, dato che a sconsolare basta e avanza la situazione complessiva che vede sempre meno sacerdoti sempre più oberati.
Giusto un anno fa, per dire, in Trentino veniva ufficializzata l’assegnazione a don Maurizio Toldo, classe 1973, di ben 19 parrocchie. Probabilmente un record, anche se nel Belpaese i sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, con messe «non garantite» causa mancanza del dono dell’ubiquità, iniziano a non fare più notizia. Emblematico, in proposito, il caso della diocesi di Torino che già tempo addietro, a fronte di 355 parrocchie sparpagliate in 158 comuni, si è accorta di poter contare su 260 sacerdoti. Il che si è tradotto in 46 doppi incarichi, 14 tripli e 3 quadrupli.
La stagione del prete sotto casa, avvertono sociologi come Franco Garelli, è insomma tramontata: in futuro, saranno uno ogni dieci comunità. Insieme a loro, intanto, stanno sparendo pure le parrocchie: tra il 2012 e il 2016, nel nostro Paese, è stata tolta personalità giuridica a 55 di esse, quasi una al mese. Ciò nonostante, il primo problema rimane la carenza di sacerdoti: su 224 diocesi italiane, le parrocchie sono 25.610 e i parroci solo 16.905. Significa che all’appello mancano suppergiù 9.000 preti, emorragia che neppure le vocazioni adulte ed estere stanno arrestando. Altro che «neanche un prete per chiacchierar»: ne manca uno, ormai, pure con cui pregar.
Il punto è che neppure l’Annuario pontificio 2018 e l’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2016, da poco distribuiti nelle librerie, tracciano uno scenario migliore. Tutt’altro. A livello globale viene infatti segnalato come le vocazioni sacerdotali, in linea con la flessione già riscontrata anni addietro, si siano ulteriormente ridotte, coi 116.843 seminaristi maggiori del 2015 che, un anno dopo, sono risultati 116.160. Quasi 700 in meno quindi, calo guidato dall’America meridionale con appena 5,13 seminaristi ogni 100.000 cattolici. Pur malconcia, l’Italia rispecchia quindi un trend globale. Già, ma come si è arrivati a questo? Quand’è iniziata la cupa stagione attuale?
In realtà già nei mitici anni Cinquanta, se si pensa che in Italia tra il 1941 e il 1950 ci furono 11.925 ordinazioni del clero diocesano poi scese, tra il 1951 e il 1960, a 8.265. L’inverno della fede vero e proprio però, anche se non è politicamente corretto dirlo, scoppiò negli anni successivi al Concilio vaticano II. Tra il 1964 e il 1974 si stima infatti siano stati 40.000 i sacerdoti che hanno abbandonato la loro vocazione. Un numero che lievita a 70.000, se si estendono le rilevazioni al 2004, anche se uno su sette pare ci abbia poi ripensato negli anni a seguire, riprendendo il ministero religioso. Per quanto riguarda le vocazioni, c’è da dire che se in Italia nel 1970 i seminaristi erano complessivamente 6.337, vent’anni dopo erano scesi a 3.588, e nel 2010 sono risultati 2.940: più che dimezzati.
Una flessione netta di cui i primi testimoni sono i seminari, che oggi tendono a somigliarsi un po’ tutti presentandosi come palazzoni dagli sterminati cortili: a volte semidiroccati, altre restaurati, ma quasi sempre vuoti, chiusi o destinati ad altro. Come quello degli scalabriniani di Bassano del Grappa, Vicenza, così chiamato dal fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini, che una decina di anni fa, dopo sette decenni, è stato chiuso: oggi è un centro missionario nei cui corridoi è però ancora possibile ammirare foto in bianco e nero di centinaia di giovani seminaristi, tutti assiepati davanti al fotografo. Una cosa che stringe il cuore. Pure a Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano che entusiasmò il giovane Giacomo Biffi («c’era di che restare incantati»), l’andazzo è quello: un tempo felicemente affollato, ora conta i reduci.
Ma cos’ha portato, ci si chiedeva poc’anzi, a tutto questo? Per cominciare, c’è da dire che il calo delle vocazioni non è qualcosa di isolato, ma un fenomeno che riflette la più generale secolarizzazione della società, che ha colpito anche le vocazioni matrimoniali come dimostra il fatto che i matrimoni religiosi sono passati dal 386.589 del 1970 agli appena 138.199 del 2010. I seminari vuoti e svuotati, però, sono simbolo anche, anzi soprattutto d’altro: della perdita di fede.
Lo attesta una pioneristica ricerca francese del 1962 a cura di Fernand Boulard che, analizzando 455 casi di abbandono del sacerdozio tra il 1905 e il 1960, ha visto come la gran parte di essi riguardasse uomini di poca fede, che in fondo non ci credevano. Analogamente, un più esteso lavoro di Emilio Colagiovanni su 8.287 abbandoni di sacerdoti diocesani e religiosi ha rilevato come le percentuali di quanti domandarono la dispensa per «perdita di fede» tra il 1964 e il 1969 sia cresciuta di oltre otto volte. Il problema è che, nonostante simili evidenze, si seguita spesso a imputare crisi delle vocazioni ad altro, come il presunto ritardo dottrinale di una Chiesa restia a mettersi «al passo coi tempi». Alla perdita della fede, come se non bastasse, si somma così quella del raziocinio.
Tutto finito, allora, per i preti italiani? Fortunatamente no. Anche nella notte delle vocazioni di questi anni alcune luci brillano. Si tratta però dei sacerdoti che non t’aspetteresti: quelli all’antica, dell’Istituto del Verbo Incarnato, dei francescani dell’Immacolata e dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, di origine francese ma ultimamente arricchito da varie vocazioni italiane. Degna di nota, in quel di Ferrara, è poi la Fraternità sacerdotale della Familia Christi, il cui riconoscimento canonico risale al giugno 2014, che può già contare su sei sacerdoti giovani, età media 35 anni, e su sette seminaristi, tutti usi a vestire l’abito talare, i quali alla messa domenicale in latino oggi attirano una cinquantina di fedeli: non così pochi e comunque più del triplo di un anno fa, con peraltro diversi ragazzi.
Altro esempio emblematico è quello di don Luigi Maria Epicoco, classe 1980, sacerdote scrittore spesso in clergyman e talvolta in talare, che su Facebook conta oltre 40.000 follower, e i cui post sul Vangelo totalizzano migliaia di «mi piace» e centinaia di condivisioni; per non parlare delle sue conferenze, sempre affollatissime. L’abito ecclesiastico è abitudine anche di padre Maurizio Botta, sacerdote prefetto dell’oratorio di san Filippo Neri, il quale a Roma, con i pellegrinaggi notturni alle Sette Chiese, arriva a coinvolgere qualcosa come 900 persone, gran parte giovani. Che la popolarità di questi preti all’antica non sia causale lo conferma don Massimo Vacchetti, altro sacerdote spesso in talare, che nella sua tesi di licenza in teologia ha riportato gli esiti di una ricerca compiuta in uno studio di Scienze religiose: alla domanda «Le piacerebbe avere in parrocchia un prete come don Camillo?», il 90% ha risposto «sì».
Come mai? Forse perché il personaggio di Giovannino Guareschi parla con Cristo ma anche di Cristo, e di salvezza delle anime prima che di salvataggi, di fede prima che di filantropia: perciò affascinava ed affascina. Come i sacerdoti controcorrente di oggi i quali, cresciuti a pane e Ratzinger o pane e Chesterton, sfidano la cultura dominante. Non abbiamo più tutti i preti di un tempo, insomma, però ci sono rimasti i preti di una volta, i soli che si ancora si soffermano sulle verità eterne anziché sui soliti, tiepidi consigli morali. Per questo, anche se sembrano venire dal passato, sono il futuro.
Giuliano Guzzo
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >