- Il grande direttore d’orchestra a Norcia attacca la piaga dei nuovi canti liturgici: «Vedo anche certi vescovi… ma noi abbiamo una storia! Io nel giorno della mia morte vorrei sentire Palestrina e non delle canzonette».
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Impegnato in un grande evento musicale e di solidarietà dedicato alla terra umbra devastata dal sisma del 2016, il maestro Riccardo Muti è sembrato trasformarsi improvvisamente in un sindacalista, quando, al termine del concerto, ha chiesto il lavoro per i giovani e talentuosi musicisti. «Sarebbe un dovere dello Stato che questi giovani trovassero lavoro», e quindi che «ogni regione avesse orchestre». Applausi in piazza San Benedetto a Norcia, dove il maestro lo scorso 4 agosto ha diretto i talenti under 30 dell’orchestra Luigi Cherubini in alcuni estratti del Macbeth di Giuseppe Verdi.
«Quante regioni non hanno un’orchestra o un teatro? In una terra d’arte, di bellezza… questa è una cosa grave. Non voglio approfittare dell’occasione per fare un discorso polemico, qui ci sono ragazzi che hanno dedicato la loro giovinezza all’arte ed è giusto quindi che abbiano la possibilità di trasmettere alla società i frutti del loro lavoro. La società diventerà e diventerebbe sicuramente migliore, anche perché noi abbiamo degli obblighi verso il nostro passato». A questo punto, sugli obblighi verso il passato, il maestro si interrompe, guarda il pubblico e con fare eloquente aggiunge: «E anche la Chiesa… vedo dei vescovi… anche la Chiesa, invece, di fare le schitarrate in chiesa…», procede sconsolato il maestro Muti mimando il gesto dello strimpellatore da sagrestia. La piazza si accende in un applauso che pare liberatorio, perfino i giovani musicisti inquadrati dalla diretta di Rai 5 sorridono alle parole del maestro, come succede quando qualcuno finalmente la dice tutta. «Noi abbiamo Palestrina», prosegue Muti sulle ali dell’entusiasmo della piazza, «abbiamo una storia… io come vorrei nel giorno della mia morte avere una musica di Palestrina intorno alla mia bara e non sentire: “E tuo fratello, na, na, na, na” (mima ancora il gesto dello strimpellatore da sagrestia, ndr)».
Non è la prima volta che Riccardo Muti infila il dito nella piaga dei canti liturgici: oggi, dopo l’immane iconoclastia che ha colpito la musica sacra negli ultimi decenni, sono rimaste quasi solo canzonette. Ai funerali, specialmente di qualche vip, si è sentito nell’aria un motivetto di Vasco Rossi o Ligabue, autori gettonati anche nelle veglie di preghiera con i giovani. Qualche prete canzonettaro ai matrimoni si è esibito con Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, e non manca il vescovo che predica con la chitarra e i testi pop. Un vero cult del genere resta la Bella ciao intonata da don Andrea Gallo con sventolio di fazzoletti rossi dall’altare a far da scenografia.
«Non capisco perché una volta c’erano Mozart e Bach», disse Muti nel 2011 a Trieste ricevendo la cittadinanza onoraria, «mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l’intelligenza delle persone. Anche l’uomo più semplice e lontano, sentendo l’Ave verum può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Oggi a messa si cantano perlopiù i canti liturgici sfornati negli anni Settanta dagli intellettuali della riforma liturgica per il popolo. Più o meno sono sempre gli stessi canti di allora, con qualche aggiunta più recente, comunque sempre impregnata di una forte vena di sentimentalismo. È un pop liturgico che non si sa quanto davvero coinvolga l’assemblea nella preghiera, o soddisfi solo il volenteroso coretto parrocchiale.
«Io ho denunciato questo costume, che definisco malcostume, di suonare canzoncine banali accompagnate da strimpellatori, con testi vuoti di significato e profondità in luoghi dove allora sarebbe meglio il silenzio per raggiungere un senso di congiungimento col divino». È ancora Muti nel 2010, richiamando la battaglia condotta da Benedetto XVI per riportare la liturgia al senso profondo che deve trasmettere. «È una cosa molto grave», disse, «e mi stupisco che i preti disattendano i moniti di Benedetto XVI».
Già, l’allora cardinale Ratzinger in una delle sue opere più fortunate, Introduzione allo spirito della liturgia (2001), scriveva che «non ogni forma di musica può entrare a far parte della liturgia cristiana. (…) L’integrazione dell’uomo verso l’alto e non la sua liquidazione in un’ebrezza priva di forma o nella pura sensualità è il criterio di una musica conforme al Logos». Eppure la lezione di Ratzinger sulla liturgia, come rilevava il maestro Muti, è stata una delle più disattese dal clero. Chissà cosa avranno pensato i vescovi richiamati dal maestro in piazza a Norcia, loro che in teoria sarebbero chiamati a risolvere il problema, non è dato sapere se in realtà lo vivono davvero come tale. Se avvertono il problema spirituale e culturale che sorge dalla perdita del senso del sacro.
Perfino un musicista politicamente corretto come Sting, intervistato in questi giorni dal National catholic register, deve ammettere di aver «adorato il canto gregoriano» e ha aggiunto che «c’è qualcosa nelle cadenze e nel ritmo della musica in latino che è molto speciale». Il beato Paolo VI, che sarà canonizzato nel prossimo ottobre, nella Sacrificium Laudis del 1966 (epistola apostolica sulla lingua latina da usare nell’Ufficio liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all’obbligo del coro) si chiedeva: «Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. (…) Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l’antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza?».
Non si tratta di camminare in avanti con il collo girato all’indietro, ma, come ha detto Muti, di essere consapevoli del significato del passato. Perché a leggere le ultime ricerche dei sociologi della religione, in Italia la percentuale di fedeli che va a messa tutte le domeniche sarebbe ridotta a uno scarno 18%, un numero in costante calo e che offre una risposta alle domande che sollevava Paolo VI nel lontano 1966.
Lorenzo Bertocchi
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