La verità fa male, meglio rimuoverla. Soprattutto se ha la forma di un feto che si succhia il ditino e porta in sé già tutte le fattezze della vita ricordandoci che è fatto così ciò che viene aspirato dall’utero di una donna, che decide di sottoporsi all’interruzione volontaria di gravidanza, dopo le prime settimane di gestazione.
Il maxicartellone con l’immagine di un embrione affisso a Roma, su uno dei palazzi di via Gregorio VII nel quartiere Aurelio, dà fastidio a tanti. Ieri, dopo la notizia dell’affissione, i social si sono scatenati in un profluvio di proteste, il Campidoglio ha già annunciato provvedimenti e il Pd romano ha fatto sapere che agirà formalmente per chiederne la rimozione immediata. Secondo le consigliere democratiche è lesivo delle libertà altrui.
Eppure, in realtà, il manifesto, non tocca la 194, ma le coscienze. Non mette in discussione la legge, ma l’atto dell’aborto. Troppo spesso «indotto da pressioni sociali, dal trovarsi in situazioni socialmente ed economicamente difficili, nelle quali le donne si vedono sole e senza mezzi, senza quel sostegno sociale che potrebbe renderle madri», spiegano le associazioni pro life. Il dibattito, però, come sempre nel nostro Paese, non scoppia nel merito, ma sui simboli.
Ad affiggere la gigantografia è stata la Onlus Provita, in occasione della campagna di sensibilizzazione avviata per l’anniversario della legge sull’aborto, la 194, del 22 maggio 1978.
«Tu eri così a 11 settimane, già ti succhiavi il pollice, il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento tutti i tuoi organi erano presenti. E ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito», recita il testo del manifesto. E l’intento è chiaro: «L’immagine di un bambino nel grembo materno, per scuotere milioni di coscienze. Da oggi fino al 15 aprile, il maximanifesto Provita di 7 metri per 11 ricorda che l’interruzione volontaria della gravidanza sopprime un essere vivente. Non un grumo di cellule», specifica la Onlus che ha preso l’iniziativa.
Invece il monito potrebbe essere rimosso ben prima. Il dipartimento Sviluppo economico del Campidoglio, a quanto risulta, avrebbe avviato accertamenti sui permessi allertando, a quanto sembra, anche la polizia locale. Dal dipartimento avrebbero anche precisato che l’amministrazione «ha già interdetto in passato alla stessa associazione l’affissione di simili manifesti, perché in contrasto con le prescrizioni previste al comma 2 dell’art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali».
Le stesse libertà individuali sbandierate anche delle consigliere del Pd al Comune di Roma: «Un messaggio forte e doloroso sulla pelle delle donne. Il maximanifesto contro l’interruzione volontaria della gravidanza offende la scelta delle donne di abortire, una scelta, sempre sofferta e dolorosa. Si tratta di immagini che offendono la sensibilità anche di tutte le persone che hanno subito la fine di una gravidanza per i motivi più diversi. Difendere la vita con messaggi così crudi e violenti non appartiene alla storia delle donne, né della città’, hanno spiegato in un’intervista pubblicata dalla stampa locale annunciando che nelle prossime ore presenteranno «una mozione per chiedere la rimozione immediata dei manifesti». Ma non è la sola iniziativa. L’associazione romana Vita di donna Onlus, ha avviato una raccolta firme e ha lanciato un appello direttamente al sindaco Virginia Raggi per far rimuovere il manifesto: «Contro l’integralismo religioso che aggredisce la 194, una legge dello Stato confermata da due referendum popolari», recita la petizione lanciata su Change.org. E per la mattinata di domani la stessa associazione ha organizzato un sit in di protesta proprio sotto l’immagine incriminata. «In un Paese in cui la legge 194 si scontra con il boicottaggio medico, non sentivamo davvero la necessità di una campagna degradante e offensiva nei confronti delle donne». Quali donne? In particolare le immigrate, indigenti, secondo le statistiche.
In Italia una donna su tre che abortisce è straniera, una proporzione spaventosa se paragonata al numero di donne immigrate residenti in Italia (circa l’8% della popolazione femminile residente). Il tasso di abortività è più elevato per le donne cinesi (30,0 casi di interruzione per 1.000 donne), seguite da rumene, albanesi e marocchine, molte delle quali si trovano in condizioni di indigenza o sfruttamento o sottomissione psicologica e sociale. A conferma del fatto che raramente l’aborto è davvero una scelta.
I dati più recenti parlano di 87.639 interruzioni di gravidanza registrate in Italia nel 2015. Il dato è in forte calo rispetto al passato, ma se confrontato con il numero delle nascite nello stesso anno indica che, solo con l’aborto chirurgico e senza considerare quelli indotti da farmaci in continuo aumento) sono stati abortiti 185 bambini ogni 1.000 nati vivi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >