«Il cardinale Pell è un pedofilo». Il tesoriere del Papa rischia 50 anni
Ansa
  • Giudicato colpevole il prelato australiano accusato di aggressione sessuale su due minori. Il porporato si dichiara innocente, ma la Santa Sede lo sospende. Smacco per il Consiglio dei nove voluto da Bergoglio.
  • L’ultimo summit ha prodotto l’ennesimo vademecum, alcune figure discusse restano però al loro posto. Così la crisi si aggrava.
  • La battaglia legale sulla pedofilia causa alla Chiesa americana 20 crac. E il Vaticano rischia di pagare come ente criminale.

Lo speciale contiene tre articoli

Nessuno lo dice apertamente, ma la sentenza di condanna per abusi nei confronti del cardinale australiano George Pell, 77 anni, già membro del gruppo di nove cardinali che papa Francesco si era scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa, lascia molti dubbi. Il cardinale, prefetto della segreteria vaticana per l’Economia dal 2014, è stato condannato da un tribunale di Melbourne per un’aggressione sessuale nei confronti di due minori, uno di 12 e l’altro di 13 anni, quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996, nella sacrestia della cattedrale dopo una messa domenicale delle ore 10.30. La sentenza ritiene colpevole Pell per altri quattro capi d’accusa riguardanti atti osceni sempre nei confronti di minori e in totale la sua pena potrebbe ammontare a 50 anni di galera.

Il cardinale continua a dichiararsi innocente e ha già presentato ricorso, mentre il direttore della sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito ieri la fiducia della Santa sede nelle autorità australiane e, ha aggiunto, che ora si attende «l’esito del processo d’appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado». Nel frattempo al cardinale viene proibito «in via cautelativa, l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

La condanna del tribunale di Melbourne in realtà risale all’11 dicembre 2018, ma con un «suppression order» veniva impedita la divulgazione del risultato, anche se La Verità aveva informato i suoi lettori il 13 dicembre, nel silenzio delle altre testate. Questo ordine era stato dato per non influenzare in qualche modo un secondo processo con imputato Pell, per accuse di abusi quando il cardinale era semplice sacerdote a Ballarat negli anni Settanta. Ma il 26 febbraio questa seconda serie di accuse è stata ritirata e quindi si è potuto rendere pubblica la sentenza di condanna di dicembre. Il risultato è arrivato dopo che una giuria, in un precedente processo avviato nell’agosto 2018, non aveva raggiunto un verdetto unanime, e secondo alcune fonti divulgate da Catholic news agency questo primo verdetto si sarebbe concluso con un risultato di 10 a 2 in favore di Pell. Il caso è stato quindi ridiscusso nel novembre scorso e dopo appena tre giorni di deliberazione la giuria è arrivata a un verdetto di unanimità per la colpevolezza del cardinale.

L’accusa sarebbe frutto della testimonianza di uno solo dei due abusati: l’altra vittima è morta per overdose nel 2014. Sempre secondo Catholic news agency, questa seconda vittima avrebbe riferito a sua madre almeno due volte di non essere stato vittima di abusi sessuali, ma il testimone vivente avrebbe detto alla madre dell’uomo deceduto (dopo la morte del figlio) che entrambi erano stati maltrattati da Pell. L’abuso si sarebbe verificato al termine di una celebrazione, quando Pell e le due vittime «sono scomparsi» dalla processione al termine della messa e il fatto criminoso sarebbe quindi avvenuto da qualche parte all’interno della sacrestia. Le prove fornite dalla difesa puntano a mostrare come nelle due occasioni in cui Pell celebrò la messa domenicale delle 10.30, subito dopo la celebrazione il coro era impegnato in prove per uno spettacolo natalizio e l’assenza di due coristi sarebbe stata immediatamente notata, inoltre la struttura della cattedrale secondo la difesa non sarebbe compatibile con quanto è stato raccontato nel processo. Il gesuita padre Frank Brennan, docente di diritto all’università cattolica australiana, ha scritto sul quotidiano The Australian che «i giurati devono aver giudicato il denunciante onesto e affidabile anche se molti dettagli riferiti erano improbabili se non impossibili». Altre fonti vicine al cardinale riportate dal National catholic register, dichiarano che «questo è un atto di oltraggiosa malizia da parte di una giuria prevenuta. I media lo hanno condannato molto tempo fa alla corte dell’opinione pubblica e non ha ricevuto un processo equo».

Padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e membro del comitato organizzativo dell’incontro avvenuto in Vaticano la settimana scorsa, ha dichiarato a Vatican news che «il cardinale farà ricorso e poi vedremo quale sarà il risultato. Abbiamo già avuto il caso dell’arcivescovo di Adelaide, monsignor Wilson , che in prima istanza è stato condannato non di abuso ma di aver “insabbiato” e in seconda istanza è stato assolto… Quindi vediamo cosa verrà fuori in questo caso».

Pell era nel mirino di queste accuse da circa quindici anni, e la sua venuta a Roma nel 2013 per assumere un ruolo chiave nella curia di Francesco è stata vista da alcuni suoi detrattori come una fuga dalla sue responsabilità, magari benedetta dal Vaticano. Il ruolo di Pell, chiamato per fare chiarezza dentro al calderone torbido delle finanze vaticane, aveva sollevato malumori anche dentro alle sacre stanze nei delicati equilibri dei forzieri vaticani dove i modi spicci del «ranger» australiano avevano indispettito molti. Le accuse di abusi nel periodo vaticano del cardinale si erano infittite anziché diradarsi.

Inutile dire che la condanna di Pell si abbatte come una ulteriore tegola sul pontificato di Francesco che, piano piano, ha visto sgretolarsi la sua credibilità in merito alla lotta agli abusi dopo i casi di Theodore McCarrick e quello della chiesa cilena. Il Papa aveva sospeso Pell nel 2017, concedendogli di rientrare in patria proprio per difendersi dalle accuse di abuso che pendevano sulla sua testa. La prima mossa che il Papa ora dovrà compiere è quella di nominare finalmente un nuovo prefetto della segreteria per l’Economia, una delle figure chiave della tanto decantata riforma della curia che dopo sei anni appare sempre più difficile e zoppicante.

Lorenzo Bertocchi

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