Catturato a Viterbo il leader della mafia made in Turchia. E Ankara ringrazia
Ansa
Blitz all’alba di centinaia di agenti. L’uomo era ai domiciliari Presi 20 sospetti. La Procura: «Non preparavano attentati».

Ieri mattina una task force congiunta delle forze dell’ordine italiane, dell’Interpol e della polizia turca (Kom), ha fatto irruzione in un appartamento a Bagnaia (Viterbo), dove il boss della criminalità turca, Baris Boyun, uno degli uomini più ricercati di Ankara, si trovava agli arresti domiciliari e sotto sorveglianza da tempo: venne arrestato nell’agosto del 2022 a Rimini e lo scorso 21 gennaio a Milano, quando la polizia lo aveva trovato in macchina con la moglie in possesso di una pistola. Il provvedimento del gip milanese Roberto Crepaldi è stato eseguito all’alba, da centinaia di poliziotti coordinati dall’antiterrorismo milanese, in particolare dal pm Bruna Albertini e dal procuratore Marcello Viola. Nei confronti del quarantenne di origini curde era stato emesso un mandato d’arresto europeo per omicidio, lesioni, minacce, partecipazione ad associazione per delinquere e traffico di armi. Nell’atto della Procura della Repubblica di Milano ci sono i nominativi di 17 cittadini turchi che vivono in Italia, Svizzera, Germania e Turchia, e tre italiani identificati in Antonio Buondonno, l’avvocato italiano di Baris Boyun, Giorgio Meschini, residente nel Viterbese, l’avvocato Matteo Murgo, codifensore di Boyun, con studio legale a Bologna. Le accuse sono gravissime: associazione per delinquere aggravata, banda armata diretta, costituzione di un’associazione con finalità terroristiche e a commettere attentati terroristici, quindi detenzione e porto illegale di armi definite micidiali e di esplosivi, traffico internazionale di stupefacenti, omicidio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Recentemente, durante il suo viaggio istituzionale in Turchia, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva chiesto con insistenza al premier, Giorgia Meloni, l’estradizione di Boyun e l’annuncio del suo arresto è stato così commentato su X dal ministro dell’Interno della Turchia, Ali Yerlikaya: «Mi congratulo con le autorità di sicurezza italiane per l’operazione dove sono stati catturati complessivamente 19 sospetti (in realtà sono 20, nda), di cui 17 turchi e due italiani, membri di un gruppo del crimine organizzato, tra cui il capobanda Boyun. In Turchia 317 persone sono sospettate di far parte dell’organizzazione di Boyun e per 175 di loro è stato confermato l’arresto, mentre altri 100 si trovano in libertà vigilata. Baris Boyun è ricercato dalle autorità giudiziarie del nostro Paese e ha un totale di 56 precedenti penali distinti, di cui tre omicidi».

Durante la conferenza stampa il procuratore aggiunto di Milano, Bruna Albertini, titolare dell’indagine, ha chiarito che «non sono emersi attentati programmati in Italia e nemmeno nei confronti delle nostre istituzioni», poi ha spiegato che Boyum «si sentiva protetto in quanto il mandato di arresto proveniente dalla Turchia non era stato avallato» dalla magistratura, prima dalla Corte d’appello di Bologna e poi dalla Cassazione. Questo rifiuto ha fatto infuriare le autorità turche che, come raccontato da Repubblica e dal nostro giornale nei mesi scorsi, hanno reagito con un’operazione di spionaggio nel nostro Paese, scoperta per tempo dai nostri apparati. In pratica, il temibile servizio segreto turco (Mit) avrebbe cercato di reclutare informatori tra i traduttori-interpreti che assistono magistrati, polizia, carabinieri e Guardia di finanza nelle indagini riguardanti cittadini turchi coinvolti in reati in Italia. Questi professionisti avrebbero dovuto fornire informazioni riservate sulle indagini in corso ai servizi di Ankara. Il Mit, come ha fatto in tutta Europa, avrebbe creato una rete per monitorare diverse inchieste delle Procure, ma è stata scoperto dalla nostra intelligence. Gli attentati dei quali si parla nell’inchiesta riguardano una fabbrica di alluminio in Turchia di proprietà di un boss di un clan rivale che ha provato a uccidere Boyum con due killer la notte del 18 marzo, quando si trovava ai domiciliari a Crotone, un importante ristorante e una gioielleria di Istanbul.

A proposito della pericolosità del sodalizio criminale: il procuratore capo Marcello Viola ha affermato: «Non abbiamo elementi per ipotizzare la progettazione di attentati nei confronti di obiettivi sul suolo italiano. Vi è però questa connotazione ed evidente pericolosità perché sono state sequestrate numerose armi. Granate e persino un bazooka. Quindi è chiara la prova della pericolosità oggettiva del gruppo. Anche perché era evidente il rischio di confrontarsi con soggetti così palesemente armati».

Sara Kelany, parlamentare di Fratelli d’Italia, esprime preoccupazione: «La vicenda del mafioso Boyun, che coinvolge anche i servizi segreti turchi e, indirettamente, quelli italiani, evidenzia l’influenza crescente della criminalità turca in Europa. Narcotraffico, armi e traffico di esseri umani sono le “specialità” delle mafie turche, che hanno trovato un terreno estremamente fertile nel Vecchio continente. Un rapporto dell’Europol, l’agenzia dell’Unione europea per la cooperazione tra le forze dell’ordine, conferma questa realtà. Nel documento intitolato “Decodificazione delle reti criminali più minacciose dell’Ue”, si sottolinea come la Turchia sia diventata un polo attrattivo per le organizzazioni criminali più agguerrite e spregiudicate del Mediterraneo, rappresentando una seria minaccia per la sicurezza dell’Europa unita».

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