Poltronesofà va all’assalto del mercato britannico ma restano guai e polemiche
Ansa
L’azienda a un passo dal rilevare per 114 milioni una catena di negozi di divani nel Regno Unito. Sulle presunte pubblicità ingannevoli il Codacons scrive ai pm.

Famosa in tutta Italia per gli spot con attori e presentatori, da Sabrina Ferilli fino a Luciana Littizzetto, la Poltronesofà di Forlì era presente con spot e reclame anche all’ultimo festival di Sanremo, tanto da aver scatenato persino le critiche dell’Unione consumatori: secondo l’associazione il pubblico sarebbe stato spesso ignaro di assistere a delle vere e proprie telepromozioni.

Meno noto è come l’azienda venditrice di divani sia nell’ultimo mese impegnata in un’operazione finanziaria che potrebbe cambiarne il volto. Il 9 gennaio scorso, infatti, l’inglese ScS Group Plc (Sofas, Flooring e Furniture) ha pubblicato sul proprio sito il via libera ricevuto dall’Authority all’acquisizione da parte della società amministrata da Renzo Ricci, padre e padrone di Poltronesofà. A fine gennaio, poi, sono arrivate l’omologa del tribunale e il delisting delle azioni inglesi. Ieri sono stati pagati agli ex azionisti di ScS 2,70 sterline per azione, quasi il doppio di quanto quotavano alla chiusura dell’ultimo bilancio. Tramite la newco Cerezzola Limited, verrà rilevato il 100% della britannica ScS Group, quotata sulla Borsa di Londra dall’inizio del 2015 (senza aver mai brillato), attiva nella vendita al dettaglio di divani e poltrone nel Regno Unito. L’offerta era nota da mesi e sarà portata avanti con liquidità propria. È un’operazione che grava su Poltronesofà per 114 milioni di euro (99,9 milioni di sterline) a cui però andranno aggiunti anche i costi di ristrutturazione e rilancio di Scs. Tenuto conto che ci sono oltre 100 punti vendita obsoleti nel Regno Unito, si può ipotizzare una cifra più onerosa, circa il doppio.

Del resto, non si leggono nei documenti dell’affare, così come pubblicati sul sito, elementi che consentano di ricostruire un piano industriale integrato tra le due entità (Poltronesofà e ScS ). In questo modo non si possono stabilire i costi di eventuale ristrutturazione di ScS e se e in quale misura essi graveranno su Poltronesofà in termini di cassa. Allo stesso modo non risultano nei documenti le liabilities (cioè le passività) di Poltronesofà per la sussistenza dei diritti di exit dei soci di minoranza, già receduti o che potrebbero recedere, ovvero la potenziale perdita di risorse liquide stimabile (su valori d’azienda al 2022 di 1,5 miliardi di euro) da 90 a 180 milioni di euro.

Goldman Sachs, da advisor, ha dato il benestare all’operazione sostenendo che l’azienda di Folì ha la liquidità necessaria. Eppure, anche una delle società di consulenza più note nel mondo, sembra non aver tenuto appunto in considerazione gli eventuali costi di ristrutturazione e rilancio come anche dei costi relativi alle domande di recesso. In questo modo il brand forlivese mira a rafforzarsi in Europa. Secondo gli addetti ai lavori si tratta però di un ripiego per Ricci, dopo che già nel maggio scorso gli era sfuggita un’altra operazione quando il board of director di Dolphin Furniture respinse sprezzante l’offerta 100% in contanti di Poltronesofà nonostante i dirigenti inglesi avessero dato il semaforo verde. Tra Dolphin Furniture e Scs c’è grossa differenza, la prima è molto più nota (e considerata più glamour) della seconda oltre Manica. D’altra parte, a quanto risulta alla Verità – e secondo quanto trapelato sui giornali inglesi di settore -, il presidente e il ceo di Dolphin avrebbe considerato Poltronesofà come una società liquida, non solo dal punto di vista finanziario, ma anche e soprattutto della base sociale.

Lo statuto sociale ammette, infatti, il recesso dei soci col pericolo che quelli di minoranza (ca il 15%) possano uscire ed essere liquidati in qualunque momento, generando un debito immanente sui valori d’azienda del 2022 di quasi 200 milioni. Cifra che nel 2024 peraltro – ipotizzando che con l’operazione ScS il valore di Poltronesofà possa sfiorare i 2 miliardi di euro – salirebbe addirittura a 300 milioni.

L’azienda di Forlì che tempesta radio e televisioni di pubblicità è già finita nel mirino dell’Agcom (1 milione di euro nel 2021 per campagne pubblicitarie ingannevoli e omissive sui contenuti delle offerte), ma anche del Codacons che nemmeno 5 mesi fa ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma sul caso delle pubblicità televisive martellanti ma anche ingannevoli, con campagne sconto che avrebbero una durata troppo lunga. Secondo il Codacons, a sostegno di questa tesi «si aggiunge il fatto che anche una nota comica italiana, Luciana Littizzetto, in più occasioni e in diverse sedi, avrebbe “pubblicizzato” ovvero “promosso” i prodotti (o meglio, i divani) dell’azienda stessa in maniera subdola, non segnalata e senza alcun preavviso per lo spettatore».

Dopo un ammonimento dell’Istituto di autodisciplina pubblicitaria nel 2016, e una sanzione in Francia nel 2019, Poltronesofà era già stata costretta a cancellare il tormentone «artigiani della qualità» dagli spot, cambiandolo in «Solo divani, di qualità».

Negli anni passati l’azienda di Ricci era finita anche nel mirino della trasmissione Patti Chiari della televisione svizzera Rsi, che in una puntata dal titolo «Poltronesofà, le scomode verità», aveva sollevato dubbi sulla qualità dei prodotti e mostrato un documento interno che spiegava come «il ciclo produttivo è di competenza del fornitore, mentre la società si occupa della movimentazione logistica della merce dallo stabilimento del fornitore fino a casa del cliente finale». In parallelo anche il Salvagente aveva mosso le stesse critiche, ma in tutta risposta la società aveva spiegato come i suoi rapporti con i fornitori diretti «sono regolati da contratti di fornitura che contengono una serie di impegni e obblighi precisi, intesi a garantire a Poltronesofà la regolarità del loro comportamento» come la qualità dei prodotti.

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