L’acciaio italiano ucciso da regole Ue e privatizzazioni
  • Un settore d’eccellenza picconato prima dall’Iri di Romano Prodi e poi da un’Europa incapace di difendere le sue produzioni.
  • Mittal nel 2019 ha speso 200 milioni. Bonifiche in linea con le promesse. Lo dice anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa: «I controlli danno ragione all’azienda».

Lo speciale comprende due articoli.

Quella della chiusura di Taranto è l’ultima minaccia per l’industria italiana. Eppure è una storia ciclica quella dell’acciaio in Italia, con il sogno di diventare i più grandi produttori, con la capacità di essere i più bravi, con la condanna a veder a ogni giro di crisi le fabbriche finire in mano allo Stato. Succederà di nuovo con l’ex Ilva di Taranto? È questa forse l’unica strada per non chiudere quella che è ancora la più grande acciaieria d’Europa, quella con il ciclo integrato. Ma che diventa anche l’emblema della crisi dell’Italia, un Paese che ha visto negli ultimi 20 anni deperire la sua base produttiva, la sua industria per via della crisi, ma anche per aver eroso la base produttiva inseguendo l’Europa con una stagione di privatizzazioni che si sono rivelate svendite di Stato. E che oggi per paradosso i contribuenti sono chiamati a ripianare. Basterebbe pensare ad Alitalia, ad Autostrade o oggi drammaticamente a Taranto.

Se l’ex Ilva di Taranto chiuderà, i fattori di crisi andranno elencati uno per uno e anche le responsabilità. Ma se chiudesse la sconfitta industriale del Paese sarebbe totale. Anche perché tutto cominciò con un’intuizione. Senza acciaio non si costruisce un’economia industriale. Era uno degli slogan di Oscar Sinigaglia. È lui l’uomo di ferro dell’Italia che, uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale, si avvia a una trasformazione industriale che non avrà pari in Occidente. Il famoso piano Sinigaglia lancia l’Italia verso un nuovo sviluppo. Due erano gli stabilimenti importanti: Piombino – una storia che parte addirittura dagli etruschi! – e Bagnoli. Ma il capo della Finsider, che già negli anni Trenta aveva progettato l’Italia come la ferriera d’Europa, insiste perché Cornigliano diventi il polo di nuova espansione e nel progetto c’è già l’idea di andare al Sud per sfruttare i collegamenti marittimi. Servono quattro stabilimenti siderurgici riuniti nella Finsider, una costola dell’Iri rimessa in sesto, per sfruttare i soldi del piano Marshall, per dare all’Italia l’acciaio per costruire case, infrastrutture automobili.

In pochi anni l’Italia entra in competizione con la Germania. Oltre al polo pubblico ci sono le magnifiche dieci Falck, Ferriere Fiat, Dalmine, Terni, Breda, Siac, Cogne, Redaelli, La Magona, che portano la produzione italiana, la migliore del mondo per la qualità delle materie prime, a quasi 35 milioni di tonnellate. È nel 1965 che finalmente entra in scena Taranto: la più grande acciaieria d’Europa capace di assicurare all’Italia una posizione di primazia: si prevede che arrivi a fare da sola 11 milioni di tonnellate. Fino a metà degli ani Ottanta, quando c’è una grande crisi dell’acciaio.

Nel 1988 il sogno di Sinigaglia tramonta definitivamente. L’Italsider muore: il capo dell’Iri, Romano Prodi, ha in mente di liberarsi di alcuni pesi. Così fa a pezzi il polo siderurgico e dà via libera ai Riva che si comprano Cornigliano; Piombino viene venduta ai Lucchini e Bagnoli chiusa. Per la prima volta l’Europa si accorge che l’Italia produce tropo acciaio. Così il commissario europeo Karel Van Miert nel 1993 mette gli occhi addosso a Taranto e ordina: dovete ridurre di 3 milioni di tonnellate la produzione. Romano Prodi è tornato all’Iri e nel 1995 obbedisce all’Europa: cede l’impianto di Taranto di nuovo ai Riva per 1.649 miliardi (l’Ilva ha 1.500 miliardi di debiti) a fronte di un fatturato di 9.000 miliardi di lire e quasi 12.000 dipendenti. I Riva gestiranno al fabbrica fino al 2012, fino agli esiti giudiziari che aprono la nuova crisi. Ma perché Romano Prodi dopo aver messo in liquidazione l’Italsider e la Finsider aver fatto lo spezzatino della siderurgia di Stato ricreando l’Ilva cede la più grande fabbrica d’Europa a un prezzo stracciato? Lo ha raccontato qualche giorno fa a Lucia Annunziata: bisognava fare cassa a ogni costo per entrare nell’euro. Insomma, perché ce lo chiedeva l’Europa, così come due anni prima l’Europa aveva chiesto a Taranto di limitare la produzione. Perché l’Italia continuava a mantenere una produzione d’eccellenza. Con le fonderie private – soprattutto il polo bresciano – che continuano a produrre manufatti speciali, c’è sì l’agonia di Piombino, ma c’è Terni che dopo alterne vicende finisce ai tedeschi della Tyssen e diventa un gioiello assoluto di tecnologia. E poi c’è l’Ilva che a Taranto langue. Perché? Per due ragioni fondamentali. Nel 2012, quando scoppia la bomba ambientale su Taranto, l’Italia è ancora il secondo produttore europeo, con 27 milioni di tonnellate di acciaio e 20 milioni di tonnellate di rifusione di scarti ferrosi. Ma il mercato sta cambiando. È entrata in scena la globalizzazione. La Cina diventa il primo produttore mondiale, poi si affaccia il Vietnam e c’è l’India. Paesi emergenti che fanno un dumping spietato. Non hanno vincoli ambientali, pagano gli operai con stipendi da fame, fanno una produzione selvaggia. Ma l’Europa, che all’Italia ha chiesto di limitare la produzione, non fa nulla. Gli utilizzatori di acciaio vogliono materia prima a basso costo dunque perché imporre dazi etici? Ci pensa Donald Trump a scatenare la guerra dei dazi e stavolta per Taranto il colpo è durissimo. Il futuro? Forse Taranto ritornerà pubblica. È il ciclo dell’acciaio: pagheranno di nuovo i contribuenti. Non pagherà l’Europa, che però oggi appare un vaso di coccio tra i vasi d’acciaio, visto che la produzione mondiale è in crescita in Cina, in India, in Iran e negli Usa, mentre nel vecchio continente, al netto delle performance dell’Ucraina, è tutta in declino. Sta malissimo l’Italia, ma anche Germania e Francia non se la passano affatto bene. Si potrebbe scimmiottare l’Ultima minaccia e dire con Humphrey Bogart: è il mercato, bellezza e tu non puoi farci proprio niente!

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