La sentenza che spaventa Stellantis: cassa integrazione, gestione sballata

Stellantis Europe è stata condannata dal Tribunale di Larino a pagare a una lavoratrice dello stabilimento di Termoli la differenza tra lo stipendio pieno e quanto ha ricevuto con la cassa integrazione, più interessi e rivalutazione.


La giudice ha spiegato che l’azienda non può scegliere «a piacere» chi sospendere dal lavoro. La scelta deve seguire regole corrette, fatte con buona fede, senza favoritismi e senza discriminazioni, anche quando alcuni lavoratori hanno limitazioni nello svolgere certe mansioni.

Un punto importante della sentenza riguarda il numero minimo di giornate lavorate durante gli ammortizzatori sociali. Il Tribunale dice che non basta rispettare la percentuale solo formalmente: se poi, nella pratica, alcuni dipendenti restano quasi sempre a casa e altri vengono chiamati molto più spesso, il sistema non è corretto. Questo vale soprattutto quando i lavoratori possono essere spostati su mansioni simili (cioè quando c’è «fungibilità»). Per questi motivi, Stellantis è stata condannata a pagare le differenze di stipendio e anche i due terzi delle spese legali.

In dettaglio, la sentenza si apre con un chiarimento sul quadro di legge: il Decreto legislativo 148/2015 non impone in modo esplicito la rotazione nella Cassa integrazione ordinaria. Però questo non dà all’azienda «carta bianca». La giudice richiama la Cassazione e ricorda che «il potere di scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione […] non è incondizionato»: l’impresa deve comunque rispettare «i doveri di correttezza e buona fede» e non può creare discriminazioni, comprese quelle legate a «invalidità o presunta ridotta capacità lavorativa». Il punto centrale è che, anche se la legge non parla di rotazione come obbligo formale, resta un principio di equità e di tutela che non può essere aggirato.

Il Tribunale aggiunge poi che la rotazione diventa concreta e pretendibile quando i lavoratori sono «pienamente fungibili», cioè quando fanno lo stesso lavoro o lavori molto simili. Ed è qui che viene criticato il comportamento aziendale dell’ex Fca: Stellantis, secondo la sentenza, non ha mai spiegato alle rappresentanze sindacali con quali criteri scegliesse chi sospendere, limitandosi a indicare quanti lavoratori erano coinvolti e per quali periodi. Come osserva la giudice, nelle comunicazioni dell’azienda «viene riportato soltanto il numero dei lavoratori interessati […] senza alcun richiamo ai criteri utilizzati». In un contesto come quello delle linee di Termoli, dove la fungibilità è ampia, questa mancanza pesa in modo decisivo.

È un problema che l’Unione sindacale di base denuncia da tempo: dietro la regola del «minimo», spesso si finisce per penalizzare sempre le stesse persone. La sentenza riconosce che una regola che sembra neutra può creare, nei fatti, un’ingiustizia. Non è accettabile aggirare la rotazione lasciando sempre gli stessi lavoratori fuori dal lavoro.

«La pronuncia del giudice di Larino», si legge nella nota dell’Usb lavoro privato Abruzzo e Molise e Rsa Usb Stellantis Termoli, «non è la prima a favore di lavoratori rappresentati dalla nostra organizzazione sindacale ed è un riferimento importante anche per altri dipendenti di Stellantis che ritengano di aver subito trattamenti analoghi. Ancora una volta emerge il ruolo passivo delle organizzazioni sindacali firmatarie del contatto collettivo specifico di lavoro che in questi anni hanno sempre abdicato al ruolo di controllo e di tutela dei lavoratori».

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