La marcia delle imprese contro i deliri green
Emanuele Orsini (Imagoeconomica)
Francesco Borgomeo, presidente degli industriali di Cassino, propone una grande marcia per salvare la filiera dell’auto oppressa dalla dottrina green e dagli errori di Stellantis: Dacia ora vende più di Fiat.

Quarantaquattro anni dopo una nuova manifestazione di piazza potrebbe cambiare la storia dell’auto. Sicuramente in Italia. Probabilmente in Europa. La data, se fosse scelta, sarebbe perfetta: 18 ottobre. C’è ancora un po’ di tempo per rifletterci. Quella mattina del 1980 a sfilare per le vie di Torino furono i «colletti bianchi» della Fiat insieme ai responsabili delle officine dell’immenso stabilimento di Mirafiori e degli altri impianti della periferia industriale della città. Questa volta i protagonisti sarebbero addirittura gli imprenditori. Padroni e padroncini che presidiano l’indotto auto devastato dal suicidio industriale di Stellantis e dalla transizione energetica.

Quella mattina la piazza si era rivoltata contro lo strapotere del sindacato in fabbrica. Stavolta sarebbe un grido di dolore contro la cecità della Ue che per pura ideologia, senza badare alle conseguenze economiche, umane e imprenditoriali, ha imposto la pensione ai motori tradizionali a partire dal 2035.

Quarantaquattro anni fa la Marcia dei Quarantamila fu un capolavoro (uno dei pochi in verità della sua gestione) di Cesare Romiti, allora amministratore delegato di Fiat realizzato insieme a due manager di valore come Carlo Callieri e Cesare Annibaldi.

Oggi a farsi promotore dell’iniziativa è Francesco Borgomeo presidente di Unindustria Cassino, nel cui territorio sorge l’impianto dove vengono fabbricati alcuni modelli Alfa come Stelvio e Giulietta. Lo stabilimento per il momento funziona a mezzo servizio. Frequenti gli intervalli di cassa integrazione e molto diffusa la sofferenza nella catena di fornitura.

Che il grido di dolore arrivo da Cassino conferma, casomai servisse che ormai Torino, nel panorama dell’auto italiana ha ormai un posto residuale. La capitale si è spostata più a sud. O per meglio dire le tante capitali stanno a Mezzogiorno visto che non c’è più un riferimento geografico delle quattro ruote nazionali.

Ma purtroppo non c’è nemmeno più la Fiat. Dalle statistiche di agosto emerge che il marchio torinese con 4.756 immatricolazioni è stato superato anche dalla Dacia, una delle articolazioni di Renault con 4.941 targhe. In questa maniera il marchio è precipitato al quarto posto superato anche da Toyota e Volkswagen. Sono lontanissimi i tempi in cui la casa torinese da sola (vista la scarsa rilevanza del resto del gruppo rappresentato da Alfa e Lancia) si vantava si coprire il 60% del mercato nazionale e forte di questa base dichiarava di essere in vetta alle classifiche europee. In realtà già allora Fiat vendeva poco all’estero. Ora non vende più nemmeno in Italia.

Le imprese rappresentate da Francesco Borgomeo hanno una proposta da portare a tutti i partiti. Pensano ad «una manifestazione degli imprenditori dove si va a dire: o cambiate lo scenario o vi diamo le chiavi delle aziende: leviamoci dalla testa l’idea che il sistema si salva». Francesco Borgomeo rilancia sollecita «strumenti straordinari» per la transizione, e avverte: lo stop alla Cig a fine anno «sarà lo scacco matto, al 31 dicembre si chiudono le aziende».

Gli fa eco Valter Caiumi, presidente di Confindustria Emila Romagna ricordando, nel corso di un evento alla Fiera di Bologna, che tra i settori più in difficoltà nella regione c’è «l’automotive non di lusso, che abbiamo la fortuna di ospitare sul nostro territorio. È un settore che sta soffrendo». Caiumi lancia anche un segnale di speranza: «Non dobbiamo piangerci addosso, ma agire per rimetterci in carreggiata velocemente».

Per Francesco Borgomeo lo stop alla transizione verde è ormai una questione di vita o di morte per l’auto che rappresenta l’industria di punta dell’Europa. In gioco ci sono più di 12,6 milioni di posti di lavoro e il segnale che viene dalla Volkswagen è indicativo del futuro.

Lo scenario da cambiare è quello «ideologico» dice Borgomeo, che in Europa «ha determinato una crisi in un settore industriale rilevantissimo», per lo stop al motore termico dal 2035 e l’obbligo di euro 7 per le immatricolazioni da luglio 2025: «Come disse Marchionne noi siamo pronti a costruire una transizione verso le auto elettriche ma deve esserci una effettiva produzione di energia da fonti rinnovabili, altrimenti è tutto finto. È una truffa perché parliamo comunque di energia da fossile». Ed il prezzo «industriale, sociale, economico» è altissimo: «Il sistema crolla».

Francesco Borgomeo spiega: «La nostra proposta è molto semplice. Noi vogliamo che al 2035 tutto il parco auto europeo sia almeno euro 6: porterebbe un miglioramento enorme dal punto di vista delle emissioni e più sicurezza mantenendo in vita una filiera e le fabbriche che nel frattempo si orienteranno verso altro». Al contrario, con lo stop alla benzina e a ald diesel «si venderanno solo macchine elettriche ma ci sarà un parco auto di trent’anni, ammazzando l’industria e danneggiando i consumatori».

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