L’azienda multata dall’Antitrust perché indica l’Italia come luogo di produzione di vetture assemblate con componenti cinesi prova ad aggirare i balzelli sulle case di Pechino investendo in Italia. Ma il patron Massimo Di Risio vuole attingere alle risorse pubbliche.

Qualche giorno fa l’Antitrust ha sanzionato per 6 milioni di euro la Dr Automobiles e la sua controllata Dr Service & Parts «per aver attuato due pratiche commerciali scorrette». L’azienda molisana fondata da Massimo Di Risio «a partire da dicembre 2021 ha indicato l’Italia», spiega l’Autorità garante della concorrenza, «come origine e luogo di effettiva produzione delle autovetture commercializzate con i marchi Dr e Evo. Si tratta, però, di autoveicoli prodotti in Cina, salvo marginali interventi di rifinitura e di completamento. La pratica ingannevole è coincisa con un periodo di forte aumento delle vendite delle auto Dr ed Evo sul mercato italiano». Nel mirino c’è anche l’assistenza post-vendita, ritenuta non corretta, con un approvvigionamento dei pezzi di ricambio non adeguato. La Dr ha già deciso di impugnare il provvedimento. «Il gruppo ha proposto impegni tangibili a fronte delle preoccupazioni dell’Autorità, non accettati», spiega l’azienda. «La delocalizzazione in Estremo Oriente di parte della produzione non è mai stata celata. Mai pubblicizzato che l’intera fabbricazione avvenisse in Italia, dove le lavorazioni saranno incrementate nel polo di Macchia di Isernia», sostiene la Dr secondo la quale «l’indisponibilità di pezzi di ricambio dopo la pandemia è un problema comune a tutto il settore. Oggi i tempi medi di consegna sono di poco superiori ai due giorni».
Ieri, inoltre, sulle pagine del Sole24Ore si leggeva che l’azienda molisana, forte dell’incremento di vendite delle sue auto tra il 2022 e il 2023 (+78%), punta a far crescere la produzione sia di auto a motore endotermico, sia di auto elettriche. E Di Risio, riporta sempre il Sole24Ore, non esclude che possa esserci una rivalutazione al rialzo dell’importo da investire. La Dr ha trovato modo per bypassare e anzi, trarre vantaggio, dalla decisione della Commissione Ue che da luglio applicherà diversi livelli di tariffe (da sommarsi all’attuale dazio del 10% previsto dall’Ue) in base al livello di sussidi identificato, dal 17% da applicare a Byd, al 20% per Geely, al 38% per Saic (anche alle altre società che esportano veicoli in Europa dalla Cina verrà applicato un dazio addizionale pari in media al 21% per i produttori che ha collaborato con Bruxelles, o del 38% per quelle che hanno rifiutato).

Il gruppo di Di Risio importa dai cinesi solo pezzi delle auto che poi assembla in Italia. Le auto vengono realizzate in Cina per il 70% e completate in Italia con altri componenti, tra cui il sistema di alimentazione. Poi, le distribuisce attraverso una rete di 300 concessionari in Italia e 30 in Spagna. Lo schema è perfetto per resistere ai dazi, anzi per approfittare di un vantaggio competitivo rispetto ad altre auto sempre cinesi su cui peseranno (ma non tropo) i nuovi balzelli europei e che quindi costeranno di più sul mercato. Non solo. L’azienda molisana intende investire 50 milioni di euro e sta pure studiando la possibilità di accedere a incentivi pubblici, in base al Pnrr.

Nelle scorse settimane le polemiche sul Made in Italy riguardo a prodotti realizzati fuori dal nostro Paese hanno riguardato anche Stellantis che ha cambiato di propria iniziativa il nome dell’Alfa Romeo Milano per evitare ulteriori polemiche, mentre la Guardia di Finanza ha bloccato 134 Fiat Topolino nel porto di Livorno a causa di un adesivo tricolore sulle portiere. Nell’investor day che si era tenuto lo scorso 13 giugno negli Usa, l’ad del gruppo italo francese, Carlos Tavares, era intervenuto sul tema dei dazi al Dragone che entreranno in vigore dal 4 luglio ricordando che la joint venture con i cinesi «Leapmotor vuole crescere all’estero». Leapmotor si «occuperà del mercato cinese e noi dell’export», per cui, «sfrutteremo il vantaggio competitivo e tecnologico della Cina». Secondo gli analisti, il provvedimento deciso dalla Commissione Ue avrà un impatto netto positivo su Stellantis perché il gruppo non ha capacità produttiva in Cina utilizzata per esportare auto in Europa, a differenza di altri produttori europei. Gli esperti si aspettano che il gruppo guidato da Tavares venda circa 50.000 auto in Cina nel 2024 generando ricavi per 1,7 miliardi, l’1% dei ricavi totali, e un utile operativo rettificato di 175 milioni, lo 0,9% del totale. L’impatto di una probabile ritorsione cinese sulle auto importate sarebbe, quindi, limitato per la società italo-francese. Sempre considerando l’aumento dei dazi Ue sulle auto elettriche cinesi importate, le case più a rischio sono quelle tedesche: la produzione locale cinese di Volkswagen dovrebbe consentire al gruppo di evitare i dazi di importazione cinesi potenzialmente più alti, ma i marchi premium del gruppo (Porsche, Lamborghini, Bentley, e in parte Audi) saranno colpiti con i costi che saranno parzialmente trasferiti sui clienti.

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